martedì 16 luglio 2013

195. Il trasferimento nella capitale

Nella primavera del 1952 ci trasferimmo in blocco a Roma, in un vecchio edificio di proprietà del Banco di Napoli (dove era impiegato il figlio maggiore) in Via Carlo Alberto, a un passo da Santa Maria Maggiore.
In soli sette anni il grande salto era compiuto: la cara casetta del paese ci vedeva tornare sporadicamente, al massimo per una ventina di giorni nell'estate, e cominciò la sua graduale decadenza. Come era triste, d'altra parte, tornare lì dove eravamo stati così felici con nostro padre e con i tanti amici ormai perduti. 
Ma non era stato facile, per noi, arrivare a quel 1952 che voleva dire l'inizio di una lenta e faticosa ripresa. Avevo appena undici anni, settembre 1945, e per me cominciò il lungo calvario dei collegi. Infatti, prima di trasferirmi anch'io nella capitale, dovettero trascorrere altri otto anni, dal 1945 al 1953. Nel corso di questi otto anni, cambiando collegio tre volte fra Anagni ed Alatri, riuscii a compiere i miei studi, prima alla scuola media, poi al ginnasio, infine al liceo classico, e nell'ottobre del 1953, con uno strappo che non fu molto bene accetto in famiglia, riuscii finalmente a trasferirmi anch'io a Roma, iscrivendomi all'ultimo anno nel liceo classico Pilo Albertelli, ex Umberto I, nei pressi di Santa Maria Maggiore.
Ma quest'ultima parte della mia adolescenza era ormai un mondo completamete diverso da quello della mia infanzia, alla quale ho deciso di dedicare le mie memorie.
Un giorno, chissà, forse parlerò anche della mia adolescenza e giovinezza, vissute in uno scenario completamente diverso.

FINE

domenica 14 luglio 2013

194. Il paese si spopola

Stava intanto cominciando un fenomeno che apparve irreversibile e di enormi conseguenze: il progressivo svuotamento dei paesi di montagna come Acuto, quando la città apparve il mito della rinascita, del lavoro per tutti, dello stipendio che risolveva tutti i problemi. 
In dieci anni, la popolazione del mio paese, da tremila abitanti si ridusse a uno scarso migliaio. La magra campagna venne gradualmente abbandonata, le case si svuotarono e cominciò la loro progressiva decadenza. 
Le famiglie persero uno per volta i loro componenti: per prime partirono le forze giovani, che trovavano lavoro soprattutto nell'edilizia, ma anche nelle prime industrie che nascevano alle periferie della Capitale. I più fortunati trovarono lavoro nei ministeri, negli ospedali, negli enti parastatali, nel commercio.
Poi fu la volta delle forze di rincalzo: qualche genitore non troppo anziano, i secondogeniti in grado di affrontare le prime fatiche, e poi le donne, anziane e ragazze, che finalmente uscivano dalle loro case per cominciare a collaudare la loro tanto invocata parità.
Così accadde a casa mia: il primogenito trovò lavoro già nel 1945, a 23 anni, il secondo lo seguì tre anni dopo, ma dovette a lungo penare in lavoretti di ripiego, sistemandosi soltanto ai primi anni '50. A questo punto, con due stipendi, il gruppone familiare era maturo per il grande salto.

venerdì 12 luglio 2013

193. Al cuore non si comanda

Anche le altre figlie di zia Agnese ebbero una sorte simile. Per qualche anno la madre si illuse di salvarle da un matrimonio qualunque, favorendo magari qualche amoruccio giovanile con ragazzi di un certo lignaggio.
Un anno Marisa fu corteggiata a lungo da un ragazzo di ottima famiglia, e zia Agnese non  era scontenta. Ma questo ragazzo era terribilmente geloso,  e pian piano Marisa se ne stancò. Quando conobbe Franco, un ragazzo semplice e affettuoso, capì quale era la sua strada, e non stette a badare se fosse o no di alto lignaggio. La loro è stata un'unione felice, perché basata su un amore sincero.
Pin piano le ambizioni di zia Agnese andarono scemando. Aveva capito la morale della favola. E diede subito il suo consenso quando Anna le presentò un altro Franco, che aveva un buon mestiere, ma nessun ascendente di rango.
Finalmente la zia aveva capito che al cuore non si comanda, e che nella vita non c'è niente di più bello di un amore vero, non basato sul  calcolo. La dolce Simonetta, la sua primissima nipote, una stagione d'estate aveva dato alla nonna una lezione grande, che non sarebbe stata mai dimenticata.

mercoledì 10 luglio 2013

192. Quando l'amore è vero

Zia Agnese avrebbe voluto dare a ciascuna delle sue bellissime figlie, Livia, Marisa e Anna, un bel principe azzurro, che assicurasse a ciascuna di esse un brillante futuro.
Zia Agnese aveva una volontà di ferro, e nella vita, per quanto la riguardava, aveva ottenuto tutto. Ma, quando c'è in gioco la volontà di un'altra persona, è inutile star lì a lambiccarsi la testa: ognuno fa la propria volontà.
Così, amaramente, zia Agnese dovette rassegnarsi a tre matrimoni piccolo borghesi, poco più o poco meno, come capita a tutta la gente comune. Ma prima di rassegnarsi...
Livia sposò Vittorio, un bravo ragazzo conosciuto in parrocchia a San Marcellino, e che abitava in via Labicana. Il loro intenso amore venne contrastato fino all'ultimo, inutilmente. Ebero una bellissima bambina, Simonetta, per la quale Livia e Vittorio cominciarono a sognare un principe azzurro. 
Ma Simonetta, un'estate, proprio  sotto casa, ad Acuto, s'innamorò di Alessio, figlio della lattaia e di un pastore. Un amore così grande, così intenso, che non servirono a nulla le proteste di zia Agnese, di Livia e di Vittorio. Finita l'estate, Simonetta aveva deciso di restare ad Acuto con Alessio, rispedendo in lagrime a Roma la nonna e i suoi genitori. Ma purtroppo anche quel grande amore finì, un grande amore durato una sola estate, destinato a perdersi nel vento delle convenzioni borghesi.

lunedì 8 luglio 2013

191. Ritorno alle radici

Quella valigia era piena di tanti pensierini che le nostre cuginette di Roma ci riservavano. Marisa, di tre anni più grande di me, non si dimenticava mai di farmi avere un piccolo libro, che all'inizio era quello che riproduceva la forma di un cagnolino o di una casetta dal tetto fumante. Poi, man mano che diventavamo più grandi, il libro diventava più significativo: un bel romanzo per ragazzi, di solito della collana Salani, che allora andava per la maggiore. Quel dono lì aveva per me un valore molto grande, dato che la lettura era forse la cosa che più mi appassionava.
Non mancava però qualche giocattolino comprato appositamente per noi: una trombetta, un cavalluccio di legno, un'automobilina di latta con la sirena. Generosi gli zii, generose le cuginette, a noi particolarmente care: compagne dei nostri giochi, sempre allegre e particolarmente ricche di humor, si divertivano a farci fare le più allegre risate e a raccontarci le più inverosimili avventure.
Se era una gioia per noi, questo periodico loro ritorno al paese lo era soprattutto per loro: a Roma stavano benissimo, avevano tante amiche ed amici e tanti negozi vicino casa, specialmente la libreria Buzzoli lì a via Merulana, cinque portoni prima del 110 che torreggiava di fronte alla chiesa di Sant'Anna, tra il cinema Brancaccio e via Ruggero Bonghi dove erano le loro scuole, sia le elementari che le medie. Luoghi che anche noi conoscevcamo benissimo, tale era l'osmosi tra le nostre famiglie.
Ma per loro, tornare ad Acuto per qualche giorno rappresentava la felicità suprema, quasi un pieno recupero delle loro vere radici e della loro vera identità, che comprendeva quasto scambio affettuoso tra cugini che si volevano bene.

sabato 6 luglio 2013

190. La valigia della zia

Non so se fossimo maleducati e poco graditi, ma quando arrivavano le zie di Roma con le loro enormi valigie, noi due o tre più piccoli nipotini di Acuto eravamo sempre lì a curiosare. Tanti erano i nostri "ooh" di meraviglia alla Povia, e tanta la loro contentezza nel vederci contenti, che oggi sono propenso a credere che quel momento era bello proprio per le nostre carissime zie.
Agli zii avevamo già pensato in precedenza, andando a salutarli quando ancora erano per via, rigorosamente dalla stazioncina della Roma-Fiuggi, poiché macchine private, in quel tempo, ancora non esistevano. I cari zii Peppino e Peppone, il primo specialmente, che era il più affettuoso, non ci facevano mai mancare le loro monetine di piccola o media taglia, con le quali provvedevamo alle nostre piccolissime spese settimanali.
Ma lo spettacolo vero era l'apertura della grande valigia, quella con le sorprese per i nipotini. Zia Agnese la piazzava proprio davanti al caminetto della cucina di nonna Livia, che d'estate raramente era in funzione.
L'apertura era preceduta da un inconfondibile odore: quello del pane di Roma. Le rosette o gli sfilatini, di preferenza le prime. Noi, abituati alle nostre grandi pagnotte che affettavamo con molta prudenza, e che magari dopo sette giorni non avevano più odore né fragranza, captavamo con piacere con le narici quell'odorino dolciastro delle rosette, che addentavamo subito con gioia con un piccolo companatico, di solito un formaggino triangolare. O, al limite, anche senza nulla: tanto, la rosetta si manteneva abbastanza morbida e saporita anche a distanza di dodici ore.

giovedì 4 luglio 2013

189. Il rinfresco di Nando

Quando i collegiali erano in vacanza, zio Peppone navigava nell'abbondanza, e portava spesso qualcosa a casa per non farla sciupare.
Così, quando zia Amalia arrivava con i suoi valigioni, era festa e allegria anche per noi.
Un giorno, di pomeriggio, io e la mia piccola cugina di Acuto, Maria Pia, ci recammo da nonna Livia accarezzando questa speranza. Ma era un giorno un po' magro, e non trovammo niente, tranne un cugino parecchio più grande di noi, Nando, sui sedici anni, e in vena di scherzi.
- Siete venuti per il rinfresco?- ci disse con una voce carica di promesse. - Sedetevi qui e aspettate -
Erano i due scalini che dalla cucina portavano alla grande sala da pranzo.
Nando, con aria di noncuranza, si accostò al lavandino della cucina di nonna, aprì il rubinetto, prese una manciata di acqua e ce la lanciò sulla faccia. - Questo è il rinfresco!- disse ridendo.
Per fortuna era un pomeriggio di quelli torridi, e la piccola doccia ci rinfrescò davvero senza darci alcun fastidio, ma eravamo amareggiati per la beffa.
Però Nando non era cattivo: anzi! Andò alla credenza di nonna, prese due di quei famosi formaggini alla nocciola per cui eravamo venuti, e ce li diede facendosi perdonare e rendendoci doppiamente felici.
Nando era il maggiore dei figli di zia Amalia, l'ultima delle cinque figlie di nonna Livia, e quella che era stata la più fortunata nel suo matrimonio con zio Peppone.

martedì 2 luglio 2013

188. La villeggiatura dei cugini di Roma

Quando, l'estate, da Roma arrivava tutta la torma dei cugini, quasi una dozzina fra le tre famiglie, per noi bambini di Acuto era una grande allegria. Venivano a villeggiare nei tre piccoli appartamenti che nonna Livia aveva assegnato loro nella sua grande casa, e c'era spazio e allegria per tutti. 
Ogni zia aveva un paio di camere, un balcone, l'uso di bagni e cucine, e poi nonna Livia cedeva volentieri anche il suo appartamento con la grande camera da pranzo, riservata per i giorni di festa che poi erano più frequenti dei giorni feriali.
Noi cugini più piccoli eravamo sempre lì, intorno, a vedere, a curiosare, a sperare anche che qualcuna delle leccornie che gli zii si portavano da Roma toccasse anche a noi.
Gli zii di Roma erano famiglie agiate, non dovevano lesinare nulla, e prima di venire in vacanza in montagna magari erano già stati per un mese al mare: amavano, ad esempio, la spiaggia di Tortoreto in Abruzzo, e ci andavano tutti gli anni. 
Soprattutto stava bene la famiglia di zia Amalia e di zio Peppino junior, detto zio Peppone perché era più giovane di età, ma fisicamente molto più grande dell'altro zio Peppino, il marito di zia Agnese, quello di via Merulana.
Zio Peppone era il capocuoco del Collegio Nazareno, aveva una buonissima paga e soprattutto la possibilità di integrarla con la mensa del collegio: carni, verdure, e anche dolci in abbondanza. I dolcetti erano la nostra attrattiva. Molto apprezzati erano i formaggini di cioccolata o di nocciola, le primissime specialità della Ferrero.

domenica 30 giugno 2013

187. Dal trenino lumaca alla TAV

Ricordo che una grande giornalista inglese lo definì il nuovo Lorenzo il Magnifico del Duemila, e la sua immagine aveva spesso l'onore delle prime pagine e delle copertine dei grandi periodici.
Purtroppo per Lorenzino ci fu un brutto epilogo, coinvolto nello scandalo di "Mani pulite" di cui finì per scontare più ingiustamente e più duramente di tutti le responsabilità, forse per la sua posizione politicamente defilata, né di destra né di sinistra.
La riabilitazione di Lorenzino è venuta purtroppo solo dopo la morte, avvenuta tragicamente ed anche un po' misteriosamente mentre percorreva in bicicletta il viale di una cittadina pugliese dove era in vacanza. Solo allora sono state spese altre pagine di celebrazione e di rimpianto per un personaggio tanto quotato a livello europeo e mondiale.
Per un anno, quel 1950, io e Lorenzino viaggiammo insieme su quel vecchio trenino. Un po' eravamo amici e un po' anche parenti, perché le nostre rispettive madri erano cugine e mantenevano rapporti di buon vicinato anche a Roma, dove abitavano nei pressi di Piazza Bologna.
Lorenzino era senza dubbio già allora, da ragazzino, al centro dell'attenzione per la sua intelligenza vivissima e per i suoi modi affabili, che sempre lo distinsero e ne favorirono l'ascesa, con una fantastica carriera politica ed economica, purtroppo conclusa in modo così doloroso e prematuro, quando era appena sessantenne e avrebbe potuto dare ancora molto alle nostre grandi opere pubbliche, come la TAV, il treno veloce europeo di cui fu l'ideatore e il primo realizzatore.
Eh, già! Dal trenino lumaca di Fiuggi alla TAV nel giro di venti anni!

sabato 29 giugno 2013

186. In viaggio con Lorenzino

Per un anno, fra i tanti anni di collegio, potei tornare ad Acuto. Era il 1950, e fu un Anno Santo in tutti i sensi.
Quell'anno viaggiai tutti i giorni con il trenino Roma-Fiuggi-Alatri,  e frequentai il ginnasio al Conti Gentili di Alatri, uno dei licei più seri e impegnativi della Ciociaria.
Il trenino aveva ripreso servizio da un paio d'anni, ed era lento e preciso come un cronometro. Eravamo una cinquantina di studenti di Acuto, ce n'erano molti anche nelle professionali. A questi si aggiungevano altri, di Fiuggi e dei paesi successivi fino ad  Alatri. 
A risalire la strada verso la cittadina ciociara, importante centro di studi, eravamo circa duecento. Eravamo tutti amici, e c'erano anche parecchie ragazze, specialmente di Fiuggi.
Colui che spiccava, sia per il suo fisico, occhi azzurri, capelli biondi, sa per le sue notevoli attitudini agli studi matematici, era Lorenzino Necci, i cui genitori erano entrambi di Acuto, ma risiedevano ormai da decenni nella cittadina termale, dove Lorenzino era nato. Con lui, che aveva solo quindici anni ed era un esordiente al ginnasio, viaggiava la sorella maggiore Albarosa, che di anni ne aveva diciotto ed era in classe con me, e che finì per sposare il suo compagno di banco Angelo Mosetti, divenuto poi medico primario al San Giovanni.
Ma il vero volo lo spiccò Lorenzino Necci, destinato a diventare un grande economista e un uomo di rilievo anche nel mondo politico, nelle file del partito repubblicano. Negli anni '70-'80 Necci ebbe importanti incarichi all'Eni e alle Ferrovie dello Stato, e fu molto stimato nell'ambito della Comunità Economica Europea.

giovedì 27 giugno 2013

185. Tonino, vacanze finite

Tonino aveva un coraggio incredibile, e non si abbatté per la brutta disavventura. Con la mano così ridotta, avendo una buona prensilità tra pollice e mignolo, riuscì praticamente a far tutto, e bene, perfino a scrivere, appoggiando la penna nell'incavo del pollice, per tutti e cinque gli anni della scuola elementare e anche per il futuro.
Tonino Bersaglia, a maggior ragione, continuò a meritare il suo soprannome di Bersagliere, sempre primo per ogni avventura, coraggioso e qualche volta irresponsabile.
Aveva un fisico robusto e nello stesso tempo agile, riusciva a infilarsi anche nei luoghi più inaccessibili, e fungeva da avanguardia in tutti i nostri giochi più avventurosi. Quel tremendo infortunio, ultimo residuo della durissima guerra, non lo aveva minimamente scalfito.
Giocava a pallone con vera abilità, era un mediano ricco d'inventiva, e avrebbe forse potuto anche riuscire, ma il padre, Angelino, che era l'elettricista del Comune, riuscì a trovargli subito un posto di lavoro, e così Tonino, piano piano, si ritirò un po' dalla nostra banda, e soltanto l'estate, per le vacanze, tornava a inserirsi nel gruppo e a far capire che, se se ne era staccato, era stato soltanto per necessità familiari. Il padre, in paese, era noto per la sua severità, e così pure la moglie e tutto il notevole plotone dei figli, maschi e femmine, che da soli riuscivano ad animare l'intera Piazza della Corte.
Tonino Bersaglia, comunque, con tutto il suo handicap, riuscì sempre ad emergere per dinamismo e intraprendenza sull'intero gruppo familiare degli Attura.

martedì 25 giugno 2013

184. Le tre dita di Bersaglia

Tonino, tra i nostri amici, era  un tipo molto intraprendente: questo spiega il suo soprannome di Bersaglia, il bersagliere.
Se c'era un'avventura da inventare, una situazione critica a cui far fronte, un compito particolarmente difficile da assolvere, puoi star sicuro che lo trovavi in prima fila.
Tonino era più giovane di due o tre anni rispetto all'età media del gruppo, ma assolutamente questo non era uno svantaggio per lui, che trovava sempre il modo di farsi notare.
Eppure il povero Bersaglia aveva esordito in modo drammatico nell'attività di gioco. Avrà avuto al massimo sei anni quando, rovistando fra i sassi nei dintorni del paese, aveva rinvenuto una specie di penna stilografica: la guerra era appena finita. Ritrovamenti di questo genere erano consueti, ma sapevamo che erano pericolosi, piccoli ordigni esplosivi per intimorire la popolazione.
Ma Tonino era ancora troppo piccolo per conoscere questa dura regola, e volle provare a manovrare la penna. Ci fu un'esplosione potente, che gli annebbiò la vista e lo fece svenire. Al risveglio, si accorse di essere ferito alla mano, che sanguinava orrendamente, e che tre dita, indice, medio e anulare, erano partite irrimediabilmente.

domenica 23 giugno 2013

183. La bella storia di un ragazzo di paese

Il dubbio fu presto risolto. Pacifico, proseguendo i suoi studi a Roma, superò senza problemi prima il ginnasio e poi il liceo, e finalmente si iscrisse all'Univerità della Sapienza, proprio alla facoltà di medicina, quasi a volersi assicurare delle sue piene capacità mentali e delle sue risorse psico-fisiche.
Un'ottima riuscita, la sua: Pacifico fu uno studente modello, e non pesò neanche troppo sulla sua famiglia, poiché studiò sempre nelle biblioteche dell'Università con i testi più impegnativi, e superò tutti gli esami con eccellenti risultati.
Pacifico studiò in modo approfondito medicina generale, e cominciò ad esercitare come medico di base fin dai trent'anni, cioè dal 1957 in poi, per circa cinquant'anni, nella popolare borgata Ottavia a Roma, prima ospite della sorella Elda che abitava sotto le mura vaticane, e poi sposo e padre felice , con i due figli che ne hanno seguito le orme in campo medico.
Una bella storia, la sua, emblematica per  un ragazzo di paese di condizioni ecnomiche non elevate, che un giorno rimase ferito seriamente al capo, e volle dimostrare a tutti che con la buona volontà si può vincere ogni difficoltà, superare ogni ostacolo, essere vincitore in ogni campo, sposare una brava e affezionata collega ed avere due figli, un maschio e una femmina, eccellenti medici anche loro.
Forse a quella  brutta ferita sulle rocce Pacifico non pensò più per tutta la sua vita, protrattasi fino alla soglia degli ottanta anni, amatissimo dai suoi pazienti della borgata Ottavia. Ma a  noi, che eravamo bambini, rimase sempre presente nel nostro ricordo, completando la nostra ammirazione per questo cugino così bravo.

venerdì 21 giugno 2013

182. La caduta dal muretto

Mio cugino Pacifico studiava a Roma, presso la generosa zia Amalia, proprio durante gli anni della guerra dal 1940 al 1945, dagli undici fino ai sedici anni. Perciò non lo vedevamo spesso, se non nei brevi periodi di vacanza.
Era un po' più grande di me e di mio fratello Silvestro, ma non tanto da non giocare più di una volta al pallone con noi. Aveva i capelli nerissimi come tutti i figli di zia Maria, e un fisico robusto.
Davanti alla casa di zia Maria si apriva il vicolo di San Nicola, con un muretto alto quasi un metro, al di sotto del quale sporgevano delle rocce piuttosto acuminate. Un giorno Pacifico - poteva avere sui quattordici anni - forse in attesa dell'ora di pranzo, si addormentò su quell'invitante muretto riscaldato da un sole primaverile, e rigirandosi nel sonno si ritrovò due metri più in basso, proprio su quelle rocce appuntite.
Al suo urlo, le sorelle più grandi accorsero, e lo ritrovarono a terra, con il cranio vistosamente sanguinante da tre o quattro punti. Per fortuna le ferite non erano né vaste né  troppo profonde, e se la cavò con una grandissima paura e con tante di quelle cicatrici che nei primi tempi facevano somigliare la sua testa a un orticello di guerra. Poi la folta capigliatura nera prese il sopravvento su tutte le cicatrici, e non rimase che un piccolo dubbio: non vi sarebbero state conseguenze di tipo psicologico per tutte quelle dolorose ferite al cranio?

mercoledì 19 giugno 2013

181. Il Cristo nudo

Allora Silver Scialla, prima di arrendersi, ebbe l'audacia di organizzare un autentico spettacolo sulla Passione di Cristo, in costumi d'epoca, e soprattutto col nudo quasi integrale della figura del Salvatore, con  la flagellazione, l'orto del Getsemani, il tradimento di Giuda e la Crocifissione. Silver Scialla era ancora giovane, e il suo fisico statuario, messo in evidenza dai tormenti della Croce, finì per impressionare il pubblico, che si commosse e l'applaudì ripetutamente, non senza turbamento per gli adulti del tutto impreparati a una scena così dissacrante.I commenti oscillarono fra lo scandalo e l'ammirazione. I bambini invece accettarono il nudo come un fatto naturale.
Silver Scialla rappresentò l'audacia del nudo quasi integrale in un piccolo teatro di provincia, e quasi quasi precorse i tempi di altre audacie da palcoscenico.
Quando il capocomico andò via dal paese, poiché ormai aveva dato  tutto e non aveva più nulla nel suo repertorio, la gente si dispiacque e volle salutarlo con grande affetto. Un saluto quasi commovente. E il nome di Silver Scialla rimase vivo tra la gente almeno per un decennio.
Poi il cinema-teatro chiuse per sempre, si trasformò pian piano in una villa con giardino, nella cui solitudine il prof. Martucci visse gli ultimi anni della sua vita dedicata alla cultura quasi con misticismo. Era infatti sostenitore della filosofia teosofica, alla quale aveva aderito con la fede di un vero apostolo che cercava anche altri sostenitori della sua teoria.
Ma anche alla gente più semplice aveva voluto lasciare il ricordo di serate dedicate al cinema e a spettacoli come quelli dell'indimenticabile Silver Scialla.

lunedì 17 giugno 2013

180. La compagnia di Silver Scialla

Prima di chiudere definitivamente il cinema che aveva aperto con tante speranze e tanto dispendio economico, il professor Martucci, figura caratteristica della cultura ad Acuto negli anni dell'immediato dopoguerra, volle cimentarsi anche con il teatro.
Era ovviamente un tentativo senza speranze, perché la popolazione del paese si era ridotta da tremila a millecinquecento abitanti, e con tutto l'amore per il teatro che indubbiamente c'era, uno spettacolo di prosa non avrebbe potuto tenere per più di una settimana.
Infatti, fu così. In paese era arrivata una compagnia teatrale, una specie di carro di Tespi, con un pullmino malridotto e una vistosa insegna: "La compagnia di Silver Scialla".
Si accamparono nel giardino retrostante il locale del cinema, e anzi il professore concesse loro l'uso di parte dell'abitazione personale, che costituiva tutto l'investimento dei risparmi delle sue lezioni private d'italiano e di filosofia durante per almeno venti anni.
La compagnia era guidata da un capocomico pieno di entusiasmo e d'idee: Silver Scialla, appunto, arrivato da qualche provincia del Sud col suo codazzo di attori e attrici di ogni età e condizione civile. Le prime uscite ricalcarono i consueti spettacoli del varietà, con situazioni e battute un po' logore, che comunque furono accolte con simpatia. Il  pubblico, dati anche i prezzi molto popolari, accorreva ogni sera con discreto interesse.
Anche gli spettatori erano di tutte le età, dai bambini più piccoli agli anziani più attempati e impensati. Ma dopo due o tre serate, il pubblico cominciò a diradarsi.

venerdì 14 giugno 2013

179. Le ultime patate

La gente non sapeva più che cosa mettere in tavola, erano scomparse anche la farina e l'olio, ci si accontentava delle ultime patate, e fortunati quei contadini che le potevano ancora produrre e ne avevano potuto fare una piccola riserva.
Poi gli alleati ci aiutarono con il loro scatolame, e in qualche modo riuscimmo a sopravvivere con gli aiuti del Piano Marshall che venivano dall'America. Wurstel e minestre di piselli in polvere divennero il nostro pasto quotidiano.
Quando riaprì il negozio di zia Maria, fu una felicità per tutto il  vecchio quartiere di San Pietro. La moneta di scambio fu costituita dalle Am-lire, carte di piccolo taglio; poi ricomparvero le vecchie monete in centesimi e le mezze lire, e piano piano si tornò alla normalità. Ma da zia Maria le richieste base rimasero il mezz'etto di marmellata e i due etti di spaghetti, che venivano avvolti in una grezza carta gialla di paglia.
Io entravo spesso nel negozio di zia Maria. Facevo compagnia alle mie due cugine Maria Luigia e Maria Pia che davano spesso una mano alla madre.
Ricordo i barattoli di cetrato e quelli delle caramelle vendute liberamente, delle drops per lo più senza carta, o delle liquirizie, piccole ghiottonerie, e quella alice che, divisa in due per lunghezza, costituiva la nostra spartana merenda con una fetta di pane condita con un po' di olio di oliva.
Ma già si tornava a respirare, dopo quegli orribili quattro anni di guerra. Il negozio di zia Maria si riprese e tornò a fiorire, qualche moneta in più cominciava a rivedersi anche nel poverissimo  quartiere di San Pietro, e la gente tornava a vivere e a sorridere come se niente di brutto e di cattivo fosse mai accaduto.

giovedì 13 giugno 2013

178. La bottega di zia Maria

La bottega di zia Maria, quindici metri più in là di piazza San Nicola, era l'ultima risorsa del paese verso la parte più antica, quel quartiere di San Pietro che era un dedalo di vicoli e di case antichissime, senza alcuna concessione alla modernità.
Era una bottega piccola e ben tenuta, quattro metri di lunghezza per sei di larghezza, una finestra ad altezza di persona, due banconi ad angolo, una parete coperta di scaffali, una bella bilancia a due piatti.
C'era una povertà estrema, in quegli anni di guerra, e se ne avevano prove continue. Zia Maria riusciva a venire incontro anche alle richieste più esigue: mezz'etto di marmellata, due etti di spaghetti, due alici. Moneta ne circolava pochissima, e la povera gente, prima di staccarsi anche da un soldino, se lo girava per le mani più di una volta. 
Del resto, i viveri cominciavano a scarseggiare, c'era il tesseramento, i rifornimenti diventavano ogni giorno più difficili. 
Ricordo che l'emergenza del sale fu la più dolorosa. Fummo costretti a mangiare cibi sempre più insipidi e di peggiore qualità. L'ultima riserva di sale, per zia Maria, fu quella delle aringhe, che vennero dissalate accuratamente, e il resto, raccolto in una specie di botticella, venne rivenduto in piccole quantità, come se si trattasse di un genere di lusso.
Proprio alici e aringhe furono tra le ultime risorse della bottega, e noi bambini le consideravamo delle squisitezze, e ce le contendevamo per le nostre ultime merende.
Passò il turbine della guerra, il negozio di zia Maria rimase chiuso per alcuni mesi, e fu proprio quello il periodo più terribile.

martedì 11 giugno 2013

177. Un intenso urlo di dolore

Poi, quando ritenne giunto il momento opportuno, Giggia riuscì a distrarre mio fratello, e, con un tocco secco e rapido, seguito dall'atteso, intenso urlo di dolore, riuscì a rimettere il nervo a posto.
- Ora riposati un poco - gli disse - e poi potrai ritornare a fare il diavolo a quatro come piace a te -
Mio fratello non credeva ai suoi occhi, ma era davvero guarito. Poteva poggiare bene la caviglia a terra e avvertiva appena appena un piccolo fastidio, del tutto sopportabile.
Il bello di Giggia era che non voleva nulla in cambio del suo intervento liberatore, le bastava la sola gloria del successo e l'ampliamento della sua fama di manipolatrice infallibile.
In qualche modo si trovava sempre l'opportunità di farle un pensierino di ringraziamento: ma questa è una prassi normale di buon vicinato, e chi ha qualche cosa di personale da offrire non sta lì a guardare, se è un cesto di fichi freschi o una ricotta di giornata, come capitava allora in paese, ed oggi è un po' più difficile anche nei piccoli centri, dove sono arrivati i grandi magazzini ed è praticamente scomparsa la produzione agricola familiare.
E poi, diciamo la verità: chi si affiderebbe più a una vicina di casa per guarire da un infortunio, con tutte le cure mediche oggi facilmente raggiungibili?
Eppure, era talmente brava Giggia Cutinitto a farti guarire in cinque minuti, da indurti a pensare a un dono personale prodigioso, alla cui efficacia non si poteva resistere.

domenica 9 giugno 2013

176. La pranoterapeuta

Giggia Cutinitto era una formidabile pranoterapeuta. Era una donna grande e robusta, tipo Ave Ninchi; abitava al portone successivo a casa mia, su via Vittorio Emanuele, ed era un'ottima vicina di casa; sua figlia, Liliana, una ragazza bruna molto elegante e raffinata, era grande amica di mia sorella maggiore, Isola. Anche il primogenito, Filippo, era molto affiatato con il nostro primogenito, Vito.
Chissà chi lo aveva dato, quel dono, a Giggia: qualunque slogatura, qualunque distorsione, qualunque strappo, sottoposto alla magica cura delle sue mani, dopo alcuni minuti di attenta ricerca muscolare, si concludeva con un urlo bestiale. Ma più bestiale era l'urlo, più immediata era la guarigione.
Medici, al mio paese, ce n'erano pochi. Il medico condotto, dottor Vellucci, era bravo e popolare, ma non aveva certo le mani taumaturgiche di Giggia, alla quale il campo dell'infotunistica spicciola veniva lasciato completamente libero.
Una volta capitò a mio fratello Silvestro, uno scavezzacollo di primissima qualità: caduto da un albero, si era infortunato in modo serio alla caviglia destra, e non riusciva più a camminare.
Lo portarono,sul dorso di un asino, direttamente da Giggia, anche perché le scale di casa nostra erano talmente ripide che certamente non sarebbe riuscito a salirle. Invece Giggia, proprio lì accanto a noi, era a pian terreno, e subito si mise all'opera, insensibile agli urli di dolore di Silvestro. Comunque, con la prodigiosa ricerca delle sue mani, lei riuscì subito a individuare il nervo che era andato fuori posto, e cominciò a massaggiarlo dolcemente per qualche minuto, inducendo alla calma e alla fiducia il paziente.

venerdì 7 giugno 2013

175. La fraschetta al Vicolo Gaudente

Era un derby eno-gastronomico di tutto rilievo, quello tra Nannetta e Peppinella. Un derby dal clima casareccio, quando il paese era vivo e popoloso, quando alberghi e ristoranti avevano un ruolo del tutto marginale e lasciavano via libera a queste manifestazioni pagane di benessere e di allegria.
In paese, infatti, c'erano anche altri locali, compresi quelli improvvisati delle fraschette: un privato che aveva prodotto del vino in sovrabbondanza era autorizzato a rivenderlo aprendo un locale provvisorio all'insegna di una frasca, un verde ramo d'albero, e finché il vino durava si poteva ospitare anche avventori che giocavano a carte e bevevano il loro quartino, ed era ugualmente autorizzata la vendita spicciola alle famiglie. Si trattava sempre di ottimi vini, di produzione genuina.
Sotto casa mia ce n'erano due: una grande in Via Vittorio Emanuele, e una praticamente a due passi, all'inizio del Vicolo Gaudente. Ma raramente si assisteva a spettacoli di gente avvinazzata, perché si beveva sempre con moderazione, anche perché di moneta spicciola ne circolava poca. E poi quasi tutte le famiglie producevano vino in proprio, sicché in fraschetta o all'osteria ci si incontrava più che altro per farsi una partita a carte o per raccontarsi fatterelli allegri. L'alcoolismo, ad Acuto, praticamente non esisteva o era del tutto marginale.
Certo, allora automobile e patente l'avevano pochissimi, quasi nessuno, e proprio non garantisco che avrebbero superato indenni l'esame di gradazione etilica.

mercoledì 5 giugno 2013

174. Il derby delle osterie: Peppinella contro Nannetta

Nannetta contro Peppinella: questo era il gran derby delle osterie di Acuto. 
Ma che osterie: materiale di lusso! Sempre piene come un uovo. Il vino, ad Acuto, è ottimo: quello bianco più di quello cesanese.Il vino bianco di Acuto, leggero e aromatico, batte il rosso cesanese di Piglio, è più adatto per le osterie, il cesanese è troppo pesante.
E poi i locali: freschi da non credere in estate, ben riparati in inverno. Nannetta si spalancava col suo grottino proprio ai piedi della gran Torre rotonda del castello, alle soglie di Piazza Margherita, dirimpetto a Santa Maria e nella bella visuale sull'Arco della Porta e sul lungo itinerario del Borgo. Posizione invidiabile, quasi nobiliare: del resto Nannetta era di ottima famiglia, i De Grandi, una delle migliori del paese. Una donna di mezza età, florida e gioviale, fatta apposta per attirare la clientela. E poi il suo magico grottino, con quelle enormi botti di vino bianco, che spesso spesso anche la famiglie andavano ad acquistare a fiaschi e boccioni.
A Nannetta rispondeva Peppinella Merluzzi, cinquanta metri più giù, quasi a metà borgo. Il locale era più ristretto, ma molto arieggiato, e con un terrazzo andava a sfociare sulla piazza oggi del mercato, allora invece un giardino odoroso di pini e di acacie.
Il vino dominante era sempre il bianco, anche questo di famiglia; ma Peppinella aveva una clientela più selezionata, faceva anche pensione, era famosa soprattutto per  i suoi minestroni ricchi di verdure e di aromi. I forestieri la preferivano per questo, e anche mio padre, che aveva il suo negozio due o tre porte più giù, quando era molto impegnato o faceva tardi finiva per fare il pranzo da Peppinella, a cui era praticamente abbonato. Nannetta rispondeva anche lei con estemporanee spaghettate, fettuccine per le grandi occasioni.

lunedì 3 giugno 2013

173. Le colline ciociare

Lì sorse anche la prima fucina del famoso ristorante "Le colline ciociare" di Salvatore Tassa, spostatosi negli anni successivi sulla statale 155 di Fiuggi.
Insomma, era stata una scelta felice. D'altra parte zia Maria aveva lasciato quella antica casa di San Nicola dove soltanto la sua grande duttilità e umiltà le avevano consentito di vivere, senza riscaldamenti e in pratica senza impianti idrici e igienici. Ora sì che potevano vivere a bell'agio, con due piani di costruzione, due appartamenti per i figli, terrazzi, balconi, garage, pergolato e giardino.
Questo voleva dire vivere bene in paese, in ambiente moderno e confortevole, in posizione panoramica. Centinaia di famiglie, negli anni, avrebbero fatto la stessa scelta.
Ma...addio San Nicola, addio vecchia cara piazzetta dei giochi, dei parenti e degli amici vicini, dei ricordi più belli dell'infanzia. Che coraggio barbaro è necessario, talvolta, nella vita, per abbandonare tutte le cose amate, per una scelta necessara e imprescindibile. Così partivano i pionieri per il Far West, pieni di coraggio infinito e sicuri di aver fatto la scelta giusta, la via dell'avvenire.
Per un po' mia cugina Pina, sposatasi con il bravissimo Raffaele, tenne ancora la vecchia casa e anche il negozio, e poi anche lei si trasferì in un palazzo moderno ancora più lontano, di fronte alla chiesa di San Sebastiano e alla grande colonia della Maternità e Infanzia. Ormai il paese vecchio si stava sfrangiando, e di esso rimaneva soltanto una specie di museo vivente. Anche la nostra famiglia se n'era andata ormai via, trasferita definitivamente nella Capitale.
Almeno zia Maria e quattro dei suoi figli erano rimasti legati per sempre al nostro caro paese.

sabato 1 giugno 2013

172. Il popolamento delle Cianfrusche

Quando la famiglia di zia Maria lasciò la vecchia casa di San Nicola per andare ad abitare nella nuovissima costruzione di via delle Cianfrusche, fu un vero trauma per me. Ero abituato a quella casa quasi fosse casa mia, i miei cugini Fausto, Elda, Pina, Pacifico, Maria Luigia e Maria Pia erano per me come fratelli, e zia Maria mi voleva bene come a un figlio. No, non potevano tradirmi andando ad abitare così lontano. 
Ma come? Loro amavano così tanto San Nicola! Ne erano quasi la bandiera. Senza di loro San Nicola non esisteva più. E poi zia Maria aveva lì quel suo piccolo negozio di alimentari che era una risorsa per tutta la parte antica del paese, da San Pietro fino alla Piazza della Corte. Ci sarebbe voluto un bel coraggio a lasciare quel negozio...
In realtà, la famiglia di zia Maria era ancora una volta la pioniera: stavolta di una specie di emigrazione da Far West, nella lontana periferia oltre il Borgo, oltre l'Aia del Muro, oltre l'edificio scolastico, su per le prime balze del  monte Serrone: le chiamavamo le Caciafrucche, in italiano Cianfrusche, forse voleva dire soltanto cespugli spinosi, roveti.
Eppure, di lì a poco, quella fu la zona eletta per le nuove costruzioni di Acuto. Lì sorse l'albergo La Panoramica, lì alcune villette isolate, poi costruzioni più massicce, veri palazzetti dove  andò ad abitare in estate anche mio fratello Vito con la moglie Angela e i  figli Federico e Ilaria, loro che venivano  dalle zone aristocratiche di Roma.

giovedì 30 maggio 2013

171. Una vita un po' ingessata

I bambini non osavano quasi giocare, in quella piazza. Non c'era l'atmosfera giusta. Qualcuno osava fare dei giri in bicicletta, ma c'era come il timore di non stare facendo la cosa giusta.
Ci voleva la piazzetta di San Nicola, cinquanta metri più dentro il paese vecchio,  perchè i bambini si animassero in cento giochi, le comari in cento chiacchiere attorno alla fontana pubblica, e i vecchietti in cento memorie sui vecchi muretti fatti apposta per incontrarsi, per prendere il sole, tornare con i pensieri e le parole lontano nel tempo.
Piazza Margherita no: troppo severa, troppo austera, con quel grigio monumento ai caduti che sembrava fatto apposta per incutere silenzio. "Acuto ai suoi figli immolatisi per la patria", recava la scritta, ma ormai le parole di bronzo erano smozzicate e non dicevano nulla al cuore.
Il guaio era che la piazza finiva lì, non andava in alcun altro luogo, non era al centro di nessuna vita: solo una vita un po' ingessata, tra l'odore di medicine della farmacia, le attese al telefono della posta, qualche persona nervosa allo sportello della banca, un impiegato frettoloso del Comune.
Tutto ciò non faceva mai piazza, e non la fa tuttora. Piazza è dove la gente s'incontra: e a piazza Margherita è come se la gente non s'incontrasse mai. Piazza è dove i bambini giocano. E a piazza Margherita non si giocava mai.

martedì 28 maggio 2013

170. Quella piazza sempre vuota...

Piazza Margherita, la piazza principale di Acuto, è nata con  un destino sbagliato: destinata ad essere vuota. A Piazza Margherita si va: non ci si passa. E se non c'è motivo di andarci, non ci si passa mai.
Eppure, a piazza Margherita c'era tutto. C'era l'Ufficio Postale. C'era la Cassa Rurale ed Artigiana. C'era, almeno per un certo periodo, il Municipio. C'era la farmacia. C'era, proprio al centro, il monumento si caduti. 
C'era una bella fontana. C'erano gli alberi, lo spazio per giocare, c'era il forno di Cencia.
Serviva forse altro perché la piazza fosse viva e animata?
Sì: c'erano le abitazioni, tutte ben costruite e armoniose, con facciate moderne e buona architettura, delle quattro o cinque famiglie principali del paese: i Perinelli, con Augusto podestà del paese; i Verdecchia, che al pian terreno ospitavano la Banca; c'erano i Pompili e i Longo; i Guidoni, antenati del futuro astronauta Umberto; c'erano i De Grandi, gli Anagni, i Ticconi e i Coria, e altre famiglie tra le più attive e intraprendenti. 
Eppure...un accenno di vita c'era soltanto nell'anticamera della piazza, tra la bella chiesa di Santa Maria, il Castello dei conti Giannuzzi, il torrione ormai integrato col palazzo dei Perinelli, e soprattutto la vivacissima osteria di Nannetta, della famiglia De Grandi. Ma appena si superava quell'osteria, percorrendo cinque metri in lieve salita per entrare nella piazza vera e propria, cominciava il grande silenzio.

domenica 26 maggio 2013

169. Un bellissimo quartiere nuovo

Quello spiazzo di circa duecento metri di lunghezza e di un centinaio di larghezza era divenuto una comoda area fabbricabile, e nel giro di un trentennio aiutò il paese a trovare uno spazio di espansione abitativa senza gravare sul piano edilizio, anzi agevolandolo vistosamente.
Il nuovo quartiere è a un centinaio di metri al di sotto del vecchio abitato, ma è ugualmente in eccellente posizione, con aria buona, ampio panorama e maggiori comodità sia per gli impianti igienici che per tutti gli altri aspetti urbanistici.
Dallo svuotamento del laghetto, Acuto non ha tratto altro che benefici, con la nascita di un centro urbano comodo e moderno. I nostalgici non hanno che da guardare qualche vecchia cartolina per ricordarsi quanto si era indietro in fatto d'igiene e di comodi servizi casalinghi, a cominciare dal riscaldamento delle case.
Quel laghetto, inoltre, conserva un ricordo drammatico risalente ai primi decenni del secolo scorso. D'inverno le acque si ghiacciavano completamente, creando un lastrone apparentemente robusto. Due ragazzi, si chiamavano Mario Ticconi e Ruggero Perinelli esattamente come due nostri amici del gruppo degli anni quaranta (erano sicuramente loro parenti) pensarono di potervi andare a pattinare, ma rimasero entrambi intrappolati nel ghiaccio. Nel tentativo reciproco di aiutarsi, finirono per sparire in fondo al lago prima che i soccorsi  arrivassero. I loro corpi furono ritrovati stretti in un abbraccio mortale.
Una vecchissima lapide del cimitero, vicino all'uscita della scala della chiesetta, fino a pochi anni fa ricordava il triste episodio nella tomba comune. Allo scadere del cinquantennio dalla morte, i loro resti sono stati portati nell'ossario, e ora forse nel paese non ci sarà più nessuno che li ricordi.

venerdì 24 maggio 2013

168. Lo svuotamento del laghetto

Si conservano ancora oggi, come un cimelio storico, le cartoline illustrate in bianco e azzurrino con la scritta: "Acuto si specchia nel suo laghetto". Possono essere anche trovate fra le pieghe del computer, in qualche sito che presenta rarità storiche.
Il laghetto è quello di Casanova, la località pianeggiante alle spalle della vecchia stazione della Roma-Fiuggi. Acuto si è specchiato in quel laghetto fino all'anno 1950, quando si andava giocare a pallone ai piani della Ciancola, e si passava proprio vicino a quel poco che ne era rimasto, più una grosssa pozzanghera piena di girini, di melma e di alghe palustri.
Ormai quell'acqua, anziché rispecchiare il profilo del paese con l'abside di Santa Maria in primo piano, rappresentava solo un covo di zanzare, e il sindaco di allora, Giuseppe Germini, a cui è stata giustamente dedicata la strada principale del quartiere nuovo, ne ordinò il risanamento. Fu aperto un canale che arrivava, in crescente declivio, fino all'orlo della collina, e le acque malsane si precipitarono con un certa facilità, perdendosi fra le rocce e i sassi del costone, fino al fondo valle due o trecento metri lì sotto.
Tutta la gente del paese partecipò allo svuotamento, senza troppa nostalgia per quello specchio d'acqua sempre più malsano. Non ci vivevano più neanche le sanguisughe, che una volta vi abbondavano ed erano utilizzate per i  salassi.
Nel giro di una settimana il terreno si prosciugò, e un periodo di scarse piogge facilitò l'impresa.

mercoledì 22 maggio 2013

167. Il servizio postale passa ai pullman

La sorella minore di Nunziata, Maria, dopo qualche anno, si sposò con il capostazione di Fiuggi, e dal loro matrimonio nacque quel Lorenzino Necci destinato a diventare un grande personaggio dell'Eni e del settore petrolifero pubblico negli anni '70.
Con l'andare degli anni, il giro della posta diventò via via troppo pesante per la brava ed arguta Nunziata, il cui bussare alla porta era considerato quasi un privilegio e un auspicio di buone notizie. Quelle cattive le portavano di solito il telefono pubblico e i telegrammi, che non erano di sua competenza, e per essi si era convocati all'ufficio postale.
Quando arrivò l'ora della pensione, per Nunziata, quel vecchio tipo di sistema postale aveva fatto il suo tempo. Negli anni '80, il primo a cessare di funzionare fu il trenino Roma-Fiuggi. Il sacco postale venne preso in carico dai pullman del Cotral, che si fermavano all'ingresso del paese. I servizi dei quotidiani e delle raccomandate vennero automatizzati e resi più snelli.
Non c'era più spazio per figure quasi romantiche come quella di Nunziata la postina. Oggi un buon postino deve avere la sua motoretta e lo spirito pratico dei  nostri giorni.
D'altra parte, sempre più spesso, il giornale cartaceo viene sostituito da una comoda lettura dei quotidiani via Internet, e sempre più spesso, al posto di una lettera, viene usata l'e.mail sul computer.






lunedì 20 maggio 2013

166. Nunziata la postina

Posta e giornali arrivavano ad Acuto con una certa regolarità. Tranne una pausa di alcuni mesi dopo il passaggio degli alleati, giugno 1944, e comunque non oltre l'estate dell'anno successivo, fine della seconda guerra mondiale e un po' di tempo per riattivare i binari del trenino Roma-Fiuggi, il servizio era regolarmente assolto per via ferroviaria, e la corrispondenza più i quotidiani venivano ritirati con il trenino delle 8.30 in arrivo da Roma.
Ad aspettare la posta era puntuale ogni mattina un'anziana signora, Nunziata, una figura caratteristica, tracagnotta e simpatica, che con tutta la calma di questo mondo si accingeva a percorrere quei cinquecento metri in salita che separavano la stazione dalla barberia di Enrichetto, dove depositava il tesoro dei giornali quotidiani e di qualcuno dei primi settimanali. Uno di questi fu Grand Hotel, che introdusse i fumetti anche nel genere rosa.
A quel punto, ed erano ormai le nove inoltrate, Nunziata passava all'Ufficio Postale in Piazza Margherita, consegnava la posta più impegnativa all'ufficiale postale, il signor Ferdinando Felli, e si preparava con la massima tranquillità a fare il giro del paese per la posta normale, secondo un itinerario predeterminato, che si concludeva dopo alcune ore nel vecchio quartiere di San Pietro, vicino a casa sua, dove poteva finalmente distendersi per una meritatissima pausa, quasi sempre coincidente con l'ora del pasto principale, che una sorella più giovane aveva tutto l'agio di preparare.

sabato 18 maggio 2013

165. Una forte emigrazione nella capitale

Fu una serie di successi. La corale esordì preparando una messa molto impegnativa, la "Jucunda" di Franco Vittadini, che da allora fu cantata in paese ad ogni festa religiosa importante, cone San Maurizio e l'Assunta, e poi esportata in tutta la diocesi di Anagni, da Fiuggi ad Anagni stessa, dove in quel periodo andava per la grandissima un'altra corale famosa, quella guidata dall'illustre Luigi Colacicchi, valorizzatore del folklore ciociaro con la scoperta di canzoni come "Il fazzolettino", resa famosa in Europa da Yves Montand: "Aridamme lu fazzulettino / vado alla fonte e lo vado a lavar..."
La fama di don Aristide cresceva, proprio nel momento in cui il paese di Acuto si andava spopolando a causa di una forte emigrazione nella capitale. Intanto il vecchio don Filippo era ormai in età da pensione, e il vescovo di Anagni dovette correre ai ripari: unificò le due parrocchie di Santa Maria e di San Pietro, designando come unico parroco il giovane e staripante don Aristide. Si chiudeva così la storia del derby delle due parrocchie, con molto rammarico dei Sampietrini, che si vedevano declassati e serviti unicamente, per le emergenze, da un giovane e inesperto viceparroco, un chierico locale uscito fresco fresco dal seminario.
Del resto la popolazione di Acuto, in un decennio, si era ridottada oltre tremila abitanti a millecinquecento, per i quali una parrocchia sola era più che sufficiente.
Strade e vicoli del paese si stavano letteralmente svuotando, le case più vecchie venivano abbandonate, l'antico rione di San Pietro rimase silenzioso con le sue decadenti strutture, e si preferiva vivere in quelle più nuove della parte moderna del paese, dove ormai tutti volevano i servizi igienici e il sistema di riscaldamento.
Maria Luigia e Peppinello diedero l'esempio, andando a costruire la loro casa nuova in via delle Cianfrusche, alle spalle dell'imponente edificio scolastico, in posizione arieggiata e spaziosa, vicino a un nuovo albergo che venne chiamato "La Panoramica".

giovedì 16 maggio 2013

164. La corale di don Aristide

Ci fu un momento in cui, nel derby delle parrocchie tra Santa Maria e San Pietro, derby sempre dominato dallo strapotere di Santa Maria, la prevalenza sembrò passare dall'altra parte.
Questo momento giunse proprio sul finire della guerra, quando il parroco di Santa Maria, il mitico don Filippo Longo, ormai ottantenne o giù di lì, imboccò l'inevitabile declino, mentre nell'altra parrocchia si levava all'orizzonte la stella nuova, quella del giovane e straripante don Aristide Tosco.
Don Aristide era di Gorga, paese sui Monti Lepini, poco al di sotto di Carpineto Romano, patria di Leone XIII, il pontefice della "Rerum Novarum".
Don Aristide sembrava un predestinato. Snello nella figura, non ancora trentenne, un'ampia parabola tutta da compiere. La vecchia parrocchia di San Pietro sembrò riprendere vita. I giovani accorrevano come le mosche, attirate dal dinamismo del nuovo parroco. 
L'idea aggregante fu quella della corale. Cominciò a selezionare prima le voci maschili, e ne poté utilizzare sette-otto di buon calibro tenorile, potenti e trascinanti. Poi vennero le voci femminili: anche in questo caso don Aristide preferì la potenza di tre - quattro contralto, dalla voce sonora e duttile, capitanate da quella di mia cugina Maria Luigia, una vera e propria leader non solo nei giochi, ma anche negli orientamenti culturali.
Il leader dei maschi era Peppinello, anche lui dotato di grande carisma e personalità. Nessuna sorpresa se, dopo tre o quattro anni di attiva comunanza, i due finissero per creare una profonda amicizia, e poi sposarsi, in un matrimonio coronato dalla nascita di tre figlie femmine.

martedì 14 maggio 2013

163. Il trenino scomparso trent'anni fa

Del resto, per provare una sensazione di enorme facilità nella corsa, basta essere nati in un paese di montagna e poi scendere a gareggiare in zone pianeggianti. Quando tornavo a Roma dalle vacanze in montagna, avevo la sensazione quasi di volare, mentre passeggiare tra i sassi e i percorsi montani risulta molto faticoso, ma in compenso allena i muscoli per quando poi si rientra in città.
Comunque, se ci avessero visti fare le corse sui binari, sicuramente ci avrebbero fermati e magari anche multati, perché la cosa poteva essere anche pericolosa. Bastava mettere un piede in fallo per ritrovarsi nei guai. Perciò preferivamo correre su grandi rettilinei, in modo da vedere comunque il trenino da lontano e sentirne l'immancabile fischio alla curva laggiù.
Campionissimo di questo tipo di corsa era Angelino Agostini, il nostro amico centrocampista nel calcio, dotato di un fiato inesauribile e di un calcio di punizione terribile, ogni tiro piazzato un gol, e vincitore di tutte le corse campestri. Sembrava veramente un "uomo degli altipiani", un Abebe Bikila dalla pelle bianca.
Peccato che il trenino, con tutti i suoi binari e le sue traversine, sia scomparso da trent'anni, sostituito sommariamente da una pista ciclabile che unisce tutti i paesi della vecchia ferrovia Roma-Fiuggi.

domenica 12 maggio 2013

162. Le corse sui binari

Conoscendo bene gli orari dei trenini, un nostro grande divertimento erano le corse sui binari, saltando da una traversina a un'altra.
Sapevamo, per esempio, che dalle undici alle dodici non c'era nessun trenino sul percorso, né verso Fiuggi, né verso Roma. Per quell'ora, il binario era il nostro regno.
La Ferrovia Roma-Fiuggi-Alatri era su binario unico, e a scartamento ridotto. Il tratto da Acuto a Colle Borano, dove c'era una stazioncina intermedia tra il nostro paese e Fiuggi, diventava così teatro delle nostre corse speciali.
Si saltellava per due chilometri circa, da traversina a traversina, e ogni traversina distava dall'altra un metro circa. Quindi si procedeva velocissimi con lo stesso passo del grillo. Era un passo atletico, che ci allenava alla resistenza e al fondo. Ci accorgevamo che ci faceva benissimo, perché poi, quando andavamo a trasferire la gara di corsa su terreno normale, quelli che erano i più forti nella corsa sui binari dominavano in maniera assoluta anche la corsa campestre, che poteva durare fino a cinque o sei chilometri.
Quando si andava alle scuole superiori di Fiuggi, o Alatri, o Anagni, i ragazzi di Acuto, abituati alle gare di resistenza in montagna o alla corsa sui binari sassosi, riuscivano sempre ad avere la prevalenza sui compagni abituati a percorsi più comodi e pianeggianti. Un po'  come succede oggi nelle grandi gare di fondo, che sono dominate dagli atleti africani provenienti dal centro del continente, abituati a gareggiare sugli altipiani dell'Etiopia e del Kenia.

venerdì 10 maggio 2013

161. Una grande opera d'arte

La madonna lignea venne datata con precisione intorno ai primi anni del tredicesimo secolo, circa 1210, e si scoprì che era stata un dono di papa Bonifacio VIII alla popolazione di Acuto, la prima a insorgere contro la soldataglia di Filippo il Bello di Francia in occasione del famoso "schiaffo di Anagni" del 7 settembre 1303 ad opera del capitano Nogaret e di Sciarra Colonna.
Un'opera d'arte arricchita da pietre preziose, e ritenuta degna di rispetto e di dar nome a un apposito salone del Museo Nazionale di Palazzo Venezia in Roma.
Una diversa versione di questa scoperta, nata forse per riscattare l'ignoranza del curato, afferma che la Vergine lignea fu donata volontariamente al Museo romano a seguito di un bombardamento della Chiesa di San Sebastiano, dove era conservata in una nicchia. Ma questo non risulta a me che allora ero un bambino di dieci anni: san Sebastiano non fu bombardata, ma neppure danneggiata da alcuna granata, anzi vi si diceva messa al posto della collegiata di Santa Maria gravemente danneggiata dai bombardamenti, e non ricordo nessuna statua di legno in nessuna nicchia.
Invece la storia del curato ingannato circolava da tempo nel paese, e così pure era nota la presenza della statua a Roma, dove era stata subito apprezzata e valutata come una versione lignea di una famosa statua marmorea di Benedetto Antelami, la Madonna di Fontevivo, 1190: una Vergine maestosa e degna di essere portata in processione, e non certo di rimanere nascosta in un  sotterraneo di paese.
Comunque, se un giorno andrete a visitare il Museo di Piazza Venezia e potrete ammirare la Madonna di Acuto, vi prego di pensare anche un po' al mio caro paese,  e ai suoi tanti secoli di storia.
Ah, dimenticavo: questo capolavoro dell'arte romanica è stato ricavato dal ceppo di un ulivo, la pianta umile e forte che è tipica di questo paese.

mercoledì 8 maggio 2013

160. La Madonna di Acuto

Un giorno di tanti anni fa, diciamo di circa un secolo fa, due sconosciuti antiquari romani si presentarono al curato di Santa Maria, ad Acuto, e chiesero di poter rovistare fra le cianfrusaglie conservate nel sotterraneo della chiesa: vecchi candelabri inservibili, qualche quadro malandato, qualche mobile zoppicante, qualche statua malridotta e impresentabile.
Non trovarono nulla di notevole, tranne una statua di legno raffigurante la Madonna con il Bambino sulle ginocchia, giudicata di scarso valore. Proposero comunque al curato un cambio: con il migliaio di lire che offrivano, si sarebbe potuta acquistare una meravigliosa statua moderna dell'Assunta, patrona del paese.
Monsignor accettò, convinto di aver fatto un buon affare. La vecchia statua di legno, di rozza fattura e malridotta, era giudicata inadatta per stare in una nicchia e per essere portata in processione, cosa che invece accadde con la statua nuova di gesso, di formato gigante, smagliante di colori, con una corona di dodici stelle sul capo, il serpente schiacciato sotto i piedi, e una torma di angioletti festanti all'intorno. La nuova statua dell'Assunta fu accolta con entusiasmo e devozione.
Nel frattempo, i due antiquari restaurarono l'antica statua lignea, rozza di fattura perché risalente al periodo romanico.

lunedì 6 maggio 2013

159. Il cinema diventa teatro e poi chiude

Ovviamente la situazione non poteva reggere a lungo. I giorni di programmazione si ridussero via via, sino ad arrivare a un solo spettacolo domenicale. Ma l'affitto delle pellicole era costoso, e il rientro economico sempre più incerto e insufficiente, e con tutta la sua buona volontà il professor Martucci dovette cedere.
Acuto perse così la sua sala cinematografica nel giro di pochi mesi. Qualche altro mese andò avanti ospitando piccole compagnie teatrali di passaggio o qualche troupe di avanspettacolo. Poi vennero posti i cancelli davanti  alla costruzione, che venne utilizzata unicamente come abitazione privata.
Un mio cugino, Claudio, direttore didattico in missione nella Svizzera italiana, sposatosi con una maestra di Roma, pensò a questo punto di ritirarsi parzialmente ad Acuto, a cui era rimasto molto legato. Era amico del professor Martucci, e pensò bene di ripagarlo dei suoi sacrifici economici chiedendo di vendergli un lato della costruzione per trasformarla in una piccola villa. L'accordo fu raggiunto con soddisfazione di entrambe le parti. Claudio acquistò  anche una porzione di terreno alle spalle dell'ex cinema, e la trasformò in un bel giardino.
 La casa, in tal modo, fu condivisa tra un docente ed un altro, per l'impensabile via dell'arte del cinema che solo per un po' aveva caratterizzato quell'angolo del paese. Ma ormai, con l'avvento della televisione, il cinema era penetrato ugualmente nelle case anche di gente umile come gli abitanti di Acuto, e la missione del professor Martucci poté considerarsi in buona parte riuscita. Era stato lui a far conoscere a tutti i capolavori di Rossellini e di De Sica.

sabato 4 maggio 2013

158. Il cinema del professore

Uno dei fari della cultura di Acuto era il professor Martucci. Era un teosofo, e la sua figura gibbuta, alla Leopardi, era ammantata da un alone di mistero. Ma anche dai paesi vicini venivano studenti a frequentare le sue lezioni private, che spaziavano dall'italiano alla filosofia, e lasciavano in chi lo conosceva un profondo rispetto. Tutto questo, per un ampio periodo, che va dagli anni Trenta fino agli anni Cinquanta.
Appena terminata la guerra, il professor Martucci decise all'improvviso di passare dalla vita contemplativa a quella pratica, investendo tutti i suoi sudati risparmi nella costruzione di una sala cinematografica. Credeva infatti, oltre alle nove muse, anche alla decima, il cinema, che in quegli anni stava dando in Italia i capolavori immortali del neorealismo, da Sciuscià a Ladri di biciclette.
Il professore, rimasto scapolo per lunghissimi anni, acquistò così senza pensarci due volte una bella fetta di terreno tra la caserma dei carabinieri e l'edificio  scolastico, e nel giro di pochi mesi diede vita a una simpatica costruzione in forma di villa, con abitazione al primo piano e un grande salone al pianterreno, da dedicare a proiezioni di film addirittura a ritmo quotidiano, che per una popolazione di circa duemila abitanti, per lo più poverissimi, era una vera esagerazione.
Per qualche mese la cosa andò avanti. I film erano belli, la gente era curiosa, il professore era generoso e pieno di amici. Si poteva resistere al fascino di film come Roma città aperta?

giovedì 2 maggio 2013

157. Il Principe Caposecchio

A me toccava un ruolo delicatissimo: faccio una rapida comparsa iniziale come "Principe Caposecchio", con un secchio in testa per non essere identificato subito da Cenerentola, alla quale mi sarei rivelato solo nelle scene conclusive, quelle dell'invito al ballo. Cenerentola era un'altra mia cugina più piccola, che con la sua carnagione bianca e i suoi capelli color ebano era molto tagliata per quel ruolo.
Tutto procedeva bene, la conversazione con Cenerentola fu rapida e divertente. Ma sul più bello,  i  lenzuoli che ricoprivano le pentole sul fondo della cucina caddero giù, e invece che nel giardino ci ritrovammo tutti in un clima più casareccio e da avanspettacolo.
Però nessuno si arrese. Arrivammo, tra risatelle e piccole battute, alla fine del primo atto, e riuscimmo a realizzare il cambiamento di scena. La recita riprese il giusto tono, e alla fine, malgrado tutto, fu applaudita da quelle poche decine di spettatori.
Comunque, non ci azzardammo più ad accettare inviti di recite fuori dal nostro ambiente consueto, dove, se fosse accaduto qualcosa del genere, nessuno ci avrebbe preso in giro. D'altra parte, si trattava come al solito di uno spettacolo completamente gratuito, e se lo scopo era quello di passare un paio d'ore di divertimento, certamente era stato raggiunto oltre le nostre stesse intenzioni.
Eravamo tutti piccoli attori dai dieci ai tredici anni, accomunati dalla medesima passione per il teatro, che oggi sicuramente sarebbe stata sostituita da quella del cinema, più interessante almeno per risvolti economici. Ma a quel tempo il denaro non sembrava essere per noi nessuna fonte d'interesse e di coinvolgimento.

lunedì 29 aprile 2013

156. Il teatro a San Pietro

Tanta era la voglia di fare un po' di teatro, nel nostro gruppetto, che ad un certo punto accettammo pure di lavorare in trasferta, cioè nel vicino rione di san Pietro. Di solito, recitavamo nell'atrio di un palazzone semideserto, dove c'era come palcoscenico naturale un "passetto" sopraelevato di due gradini, che consentiva sia una platea in piedi sia una galleria costituita dalla scalinata.
San Pietro è il rione più vecchio del paese, con case veramente antiche, oggi quasi tutte vuote e sostituite con abitazioni più moderne in zone più comode. Una nostra amica del rione, Maria di Santa, ci disse che la sua famiglia sarebbe stata assente per una settimana, e di avere disponibile il suo appartamento per una nostra recita: il palcoscenico sarebbero stati due tavoli accostati davanti al muro della cucina, e il pubblico si sarebbe accomodato sulle sedie tra la cucina stessa e l'anticamera, che insieme potevano benissimo contenere una cinquantina di spettatori.
Era quanto ci bastava. La commediola in scena era quella di "Cenerentola e il principe Caposecchio", derivata dalla favola dei fratelli Grimm. Nostro regista era l'intraprendente cugina Maria Luigia, che aveva l'argento vivo addosso e tuta una serie d'iniziative da realizzare.
In quattro e quattr'otto costruimmo il rozzo palcoscenico, preoccupandoci di coprire con dei lenzuoli il pentolame della cucina pendente dalla parete. La scena doveva rappresentare un giardino; sarebbe stata la volta del castello, con il ballo finale.

sabato 27 aprile 2013

155. Francesca si fa suora

Le nostre famiglie erano amiche. Perciò rimanemmo colpiti dal fatto che Francesca, nel pieno fiore degli anni, aveva deciso di farsi suora. Grande fu la nostra meraviglia, e la meraviglia di tutte le sue amiche e dei suoi amici, nell'apprendere quella notizia. La vivacissima Francesca, con le sue trecce nere e i suoi occhi così vivi, si allontanò per sempre e non la vedemmo più, scomparsa come suo fratello Vittorio.
Un'altra sorprendente conversione, o, se vogliamo, una vocazione inattesa, fu quella del mio compagno di classe, che sedeva nel banco dietro il mio, Antonio Desiderati. Faceva parte di una famiglia molto numerosa. Andò in seminario e ne uscì sacerdote: per lunghi anni è stato il parroco di san Pietro, l'antichissima chiesa che sorge all'estremità nord del paese, sulla vallata in direzione di Roma, e che era proprio a due passi dalla sua casa natia.
Anche suo fratello più giovane, Dante, si fece sacerdote in un ordine religioso, e morì eroicamente in ancor giovane età nella tragedia del lago di Canterno per tentare di salvare la vita di quei suoi collegiali scomparsi insieme a lui nelle acque limacciose del lago.
Don Antonio, sempre mite e sorridente, ho potuto rincontrarlo un paio di anni fa, ma di Francesca, scomparsa completamente dalla scena, non abbiamo più avuto notizie, e sembra che sia diventata missionaria in paesi lontani.

giovedì 25 aprile 2013

154. Disperso in Russia

Francesca era una nostra cara amica di giochi. Ricordo che aveva una grande passione per il teatro: improvvisava recite dovunque poteva, e in queste improvvisazioni ci metteva anche un po' di pepe.
Lei abitava in una casa le cui finestre venivano a corrispondere quasi con quelle di casa mia, al di là della strada. Però l'ingresso era molto lontano. Vi si poteva salire anche dal famoso portone di Zenaide, attraverso una serie di scale e un pianerottolo che avrebbe avuto bisogno di un buon restauro, dato che si presentava alquanto traballante.
Inoltre, si poteva arrivare a casa sua anche attraverso il Vicolo del Fiore, tramite un portoncino senza battenti che immetteva nello stesso pianerottolo.
La famiglia di Francesca era colpita da un lutto permanente: il fratello Vittorio, nel 1940, appena ventenne, era partito come soldato per il fronte di Russia, e dopo un anno era stato dato per disperso. Aspetta e aspetta, le speranze si affievolivano ogni giorno di più, e una sorta di progressiva rassegnazione aveva colpito i familiari, specialmente la madre, Pietrina, il cui volto si faceva ogni giorno più grigio e sconsolato.
La notte che morì mio padre, 8 dicembre 1944, fu proprio Pietrina che mi prese da casa mia - avevo dieci anni - e per non farmi assistere allo straziante dolore di mia madre mi portò a dormire da lei, poco dopo la mezzanotte. Solo un grande dolore è capace di comprendere un altro grande dolore.

domenica 21 aprile 2013

153. I prodigi di Santino

Non capisco perchè neanche Angelino sia riuscito a sfondare, perché ne aveva tutte le qualità. La stessa cosa debbo dire del mio fratello minore Luciano, veramente dotato dal punto di vista tecnico, ma con lo svantaggio di una miopia via via crescente.
E poi c'era Santino, un capitolo a parte. Per mezzo secolo ha rappresentato ad Acuto il gioco del calcio, dal 1950 al 2000, vero trascinatore di una torma di ragazzini, tra cui io, che giocavamo a pallone dalla mattina alla sera finchè l'età spensierata lo consentiva. Fu Santino, alla lunga, a creare la prima squadra di calcio iscritta alla Federazione, a presentarla al campionato di terza categoria, a guidarla in due promozioni fino alla prima categoria: e lui era in campo, alla rispettabile età di quarant'anni e passa.
Fu Santino a stimolare la costruzione dell'attuale campo sportivo, a guidare gli allenamenti in notturna sotto la luce dei fari, ad animare la squadra e la società con dispendio anche economico. E pensare che, al di fuori del calcio, era un grande lavoratore, aveva una delle migliori scuole guida della capitale, e una grande autorimessa. Amava la moglie e i figli con devozione, ma non potevate levargli il gioco del calcio: quello no! Un amore profondo, che lo ha accompagnato fino alla fine, nel 2002, quando aveva soltanto 68 anni.
A lui rimane legata un po' tutta la storia del calcio ad Acuto, paese al quale era tanto legato da passarci tutti i suoi wek-end. E come dimenticare il suo caratteristico triplice fischio, quando, passando sotto le finestre degli amici, faceva capire a tutti che si andava a giocare a pallone giù al vecchio  campo della Ciangola!

venerdì 19 aprile 2013

152. Gli assi del pallone

Solo in tempi recenti il paese di Acuto è riuscito ad avere un campo sportivco in piena regola, con tanto d'illuminazione notturna, sul luogo dove una volta era uno dei tanti laghetti prosciugatisi lungo gli anni.
Ma ai miei tempi, era stato attrezzato alla buona un campetto al cosiddetto Piano della Ciangola, in leggera pendenza e con sassi affioranti qua e là, piuttosto pericolosi.
Su quel campetto si sono alternati tanti bei giocatori, alcuni dei quali avrebbero meritato sorte migliore. Il campione dei campioni fu per almeno un decennio Peppe Bertucci, autore di classiche rovesciate, un bel jolly di centrocampo che dominava su tutti: era un amatore puro, al massimo arrivò a militare nell'Exquilia, squadra romana di prima categoria, ma che al calcio guardava sempre con aria da snob, preso da altre attività.
Uno che avrebbe potuto farsi largo era Antonio Pompili, se non fosse stato per quel suo fisico traccagnotto che tendeva ad impinguarsi. Era un centravanti, cannoniere d'eccezione, con un tiro tremendo che metteva paura ai portieri avversari: Quando era in collegio coi salesiani a Genzano, militò anche nel Cynthia, squadra di promozione. Se si fosse applicato, avrebbe sicuramente avuto un avvenire. - Ah, se avessi la tua volontà! - mi diceva, vedendomi impegnare tanto nel gioco senza avere minimamente i suoi mezzi tecnici. A proposito, anche il fratello più grande, Paolo, detto Pajone per la sua notevole altezza, era un bravissimo stopper, efficace ed elegante nell'azione.
A un certo punto stava maturando un ragazzino più piccolo di noi, Angelino Agostini, un mediano che calciava le punizioni in modo tremendo, ogni colpo un gol all'incrocio dei pali. E poi macinava gioco con una continuità e una precisione impressionanti.

mercoledì 17 aprile 2013

151. Il cuore d'oro di Silvestro

Ma Silvestro aveva fatto sensazione soprattutto un paio di anni prima, quando introdusse ad Acuto la primissima Lambretta che il paese abbia mai visto. Lui la sfoggiava con acrobazie di ogni tipo, destando ammirazione in tutti i ragazzi del paese. Naturalmente era costretto anche a concederla per qualche giro a ciascuno degli amici, e lui lo faceva con la sua solita generosità accollandosi le spese per la benzina.
Mio fratello si è sempre distinto per la sua generosità. Aveva un cuore d'oro. Non sapeva mai dire di no ad un amico. Sto usando i tempi al passato perché purtroppo Silvestro è scomparso di recente, a 77 anni, lasciando nel più profondo dolore la moglie Carla e i figli Pierdomenico e Jacopo, che lo amavano sconfinatamente.
Mio fratello ha sempre lavorato intensamente e bene, ma tutto ciò che ha guadagnato lo ha sempre investito e speso con animo grande: è stato sempre per il consumo e mai per il risparmio, ma chi sa ben consumare è forse più padrone dell'economia di chi sa soltanto risparmiare. E in questo, per tutta la vita, ha saputo dare a tutti una grande lezione. Anche in economia egli era Petronius, arbiter elegantiarum. La sua casa alla Collina Fleming, con tanto di piscina condominiale, è stata un po' la sintesi di tutta la sua vita da gran signore.

lunedì 15 aprile 2013

150. La prima Cinquecento

Mio fratello Silvestro ha saputo vivere sempre splendidamente. Nella sua vita non si è fatto mai mancare nulla: le primizie sono state sempre le sue. Elegante nel portamento, dotato di un fisico notevole, biondo e con occhi azzurri, aveva qualcosa del divo, e infatti si è sempre sentito un piccolo divo.
Nella sua vita è stato sempre intraprendente e un po' anche audace, non ha avuto mai paura di nulla. Nel gruppo dei suoi amici spiccava per simpatia e anche perché si atteggiava un po'. I vestiti più eleganti, la disinvoltura nell'affrontare ogni tipo di situazione. 
Ricordo sempre che con i soldi del suo primo stipendio si preoccupò subito di farsi una tenuta da sci al gran completo, scarponi maglione guanti tuta e un bellissimo paio di sci. Li issò sulla sua Cinquecento, e la domenica successiva era già a Campo Catino a sciare.
 Già la Cinquecento era stata una primizia, la prima macchina tra gli amici del suo gruppo. Quella se l'era procurata a rate, con i lavoretti di prima mano, come quello di addetto alle giocate in una sala corse. 
Poi si era preoccupato di iscriversi a una squadra di calcio, l'Exquilia, che aveva sede a Colle Oppio e in passato era stata la squadra di Fulvio Bernardini. Si era iscritto insieme ad un altro ragazzo di Acuto, Peppe Bertucci,  che a pallone ci sapeva fare veramente, aveva classe naturale e sapeva fare delle rovesciate acrobatiche tali da lasciarci col fiato sospeso. Ma anche mio fratello se la cavava piuttosto bene, e per alcuni anni militarono insieme in quella squadretta piuttosto attrezzata.

sabato 13 aprile 2013

149. Un boschetto di piante nane

La risorsa più bella, per noi bambini, oltre alle siepi di alloro, era al terzo livello: un altro boschetto, stavolta di piante nane, robuste e ricche di rami nodosi, che ci consentivano di fare i Tarzan , cioè di passare da una pianta all'altra saltando tra i rami vicini: i più robusti tra noi riuscivano a compiere l'intero giro, che comprendeva una dozzina di queste piante.
Dovevamo cercare, però, di non compiere danni, cioè di non spezzare neanche un ramo: altrimenti l'inevitabile ispezione di Memmo la guardia avrebbe avuto come conseguenza immediata una bella multa e l'assoluto divieto di questo gioco per noi così divertente.
Un'altra risorsa del giardino era la sua comunicazione aperta, sul lato sinistro rispetto al cancello di entrata, con gli ampi piazzali che circondavano l'edificio scolastico, con la possibilità di compiere altri giri, facendo delle vere e proprie corse campestri il cui percorso poteva ampliarsi anche a un paio di chilometri. 
Durante i mesi più terribili della guerra, il nostro caro giardino venne deturpato orrendamente dai soldati tedeschi, che vi scavarono delle orribili trincee quando il fronte di Cassino stava per essere saltato dagli alleati. L'intenzione era quella di  organizzare un'estrema difesa sulla montagna, per ostacolare in qualche modo la marcia verso Roma.
Per almeno un paio d'anni quelle trincee rimasero aperte come a ricordarci le sofferenze della guerra. Poi finalmente furono richiuse, e nel giardino si tornò a giocare e a scherzare, come è nella natura di ogni bambino.

sabato 6 aprile 2013

148. Il giardino di Acuto

Molti ricordi della mia infanzia sono legati al giardino pubblico di Acuto. In un paese situato su una montagna brulla e sassosa, dove più che gli uomini sembrano avere il luogo giusto gli ulivi e la vite, che, si sa, amano le colline e la roccia, il giardino pubblico di Acuto è la sola oasi di verde.
Un verde che dura per sempre, perché costituito da piante di pino e di alloro che non ingialliscono mai. Il giardino è recintato per due lati da piante di alloro lucidissimo e fresco, con le foglie del quale giocavamo a fare corone, gualdrappe e ornamenti vari, sia di tipo militare che ornamentale.
Un giardino ricavato sul fianco della montagna e costituito di vari livelli: nel nostro caso, di tre livelli, che consentivano altrettanti tipi di gioco ad ampio respiro senza intromissioni uno nell'altro. Per cui, se a livello uno si stava giocando a palla proigioniera, a livello due si poteva
contemporaneamente giocare al calcio, e a livello tre magari improvvisare una battaglia o una moscacieca.
Ogni livello, poi, aveva la sua sorpresa. Quello più basso, prospiciente la passeggiata di San Sebastiano,  aveva un bellissimo boschetto di melograni selvatici, i cui fiori di un rosso accesso, a primavera, costituivano un vero spettacolo.
A livello due, la spianata non era interrotta da nessun ostacolo, per cui si potevano  benissimo organizzare gare di velocità, poiché la lunghezza superava i cento metri e la larghezza poteva prevedere lo spazio per almeno quattro corsie.

giovedì 4 aprile 2013

147. La fabbrica della calce

La battaglia poi si estese più oltre, e coinvolse la fabbrica di calce duecento metri più avanti, sulla strada per Fiuggi. Qui la questione era ancora più delicata, perchè da una parte c'erano motivazioni igieniche ed etiche, e dall'altra il lavoro che la fabbrica assicurava a una cinquantina di famiglie.
Si trattò di una svolta storica. Il panorama dei dintorni di Acuto era (ed è tuttora, ma in modo attenuato) deturpato da una orribile ferita che metteva a nudo la  montagna in una zona di belle caratteristiche naturali. Inoltre la polvere sollevata dalla calce e diffusa nell'aria da una grossa ciminiera  inbiancava tutta la zona rendendo l'aria irrespirabile per chi passava a piedi lungo la passeggiata.
Ma si poteva lasciare senza stipendio un'ampia fetta della popolazione del paese? Alla fine gli ambientalisti e la giunta di sinistra ebbero la meglio, e la fabbrica, di proprietà dell'ex podestà del paese e dei suoi eredi, fu costretta a spostarsi in un'altra zona del Lazio, e a convertire in parte le sue caratteristiche. Il paese tornò a respirare, ma ci volle un buon decennio almeno per annullare le conseguenze economiche della perdita di lavoro di molti operai.
Ormai la lotta politica aveva scavato un solco  profondo tra le parti: ma più che di ideologia, si trattava di rancori personali.
La conferma si ebbe quando, alla vigilia della vendemmia, le vigne di alcuni dei personaggi coinvolti nella lotta furono trovate danneggiate in modo irreparabile. Sembrava di essere tornati in piena faida medioevale, e in buona sostanza era proprio così. E la lotta era cominciata dal famoso muretto di San Bastiano. 
Un'altra bruttissima ferita nel panorama del Comune, visibile a decine di chilometri di distanza, è una seconda cava di pieta di dimensioni bibliche, una specie di Geenna scavata nelle colline tra Acuto e la valle percorsa dalla superstrada. Ma non esiste una legge che tutela la bellezza turistica di una zona?

martedì 2 aprile 2013

146. Il muretto di San Bastiano

Uno dei luoghi imperdibili per trascorrere un'oretta in allegria era senza dubbio il  muretto di San Sebastiano, un bel muretto lungo una ventina di metri, che dalla ex colonia della Maternità e Infanzia giungeva al bivio d'ingresso della statale 155 al viale di accesso ad Acuto nei pressi della chiesetta di San Sebastiano (in dialetto, San Bastiano).
Un muretto così ampio e comodo da indurre alla conversazione e all'intimità per simpatiche soste durante la passeggiata.
Purtoppo questo muretto impediva la visuale alle automobili che uscivano dal paese oppure vi entravano, o semplicemente erano di passaggio per Fiuggi. Vi furono parecchi incidenti, qualcuno mortale.
Ma quando la Giunta Comunale prese la decisione di eliminare questo storico muretto, che risaliva almeno agli inizi del secolo, si scatenò una furiosa bataglia d'opinione fra progressisti e conservatori: in questo caso i conservatori volevano appunto...conservare il muretto, mentre ai progressisti premeva eliminare il pericolo. Fu in questa occasione che mio fratello maggiore, Vito, che era vicesindaco della giunta di sinistra, se ne uscì nella famosa frase che lo rese noto: - progresso è lavorare per il bene delle generazioni future, non per il proprio bene -
Alla fine il muretto fu attattuto, fra il generale rimpianto di tutti i nostalgici, e sostituito con una robusta grata metallica che permetteva una perfetta visibilità delle macchine in arrivo sulla 155, e toglieva per sempre il comodo appoggio per le conversazioni e il riposo.

sabato 23 marzo 2013

145. Come fu accolta la Repubblica

Fu da Roma in su che la Repubblica prevalse, per i due famosi milioni di voti di vantaggio che furono attribuiti all'azione diplomatica del ministro degli interni Romita.
Tutto sommato, il voto per la Repubblica fu accettato senza problemi: non ci furono sommosse come quelle per la caduta di Mussolini o per l'armistizio. La gente accettò con indifferenza, forse anche con un pizzico di piacere per la novità, la cacciata dei Savoia e l'avvento della Repubblica. Un mese a
dopo, ad Acuto, non avresti trovato più un monarchico neanche a peso d'oro, e quei pochi che ricordavano il Re erano solo dei nostalgici , in generale, del passato e del ventennio della dittatura. Più un fatto di natura eonomica che altro. Chi stava bene con la Monarchia e con il vecchio regime, evidentemente era portato a rimpiangere quei tempi, ma ad Acuto erano talmente pochi da non avere praticamente voce in capitolo. 
L'ex podestà del paese era anche proprietario dell'unica industria del luogo, quella della fornace della calce. Quando, dopo parecchi mesi, riprese l'attività, poteva avere ancora un certo ascendente su quella cinquantina di operai che vi lavoravano, e nelle successive elezioni saranno le uniche voci dissenzienti.
Per il resto, il paese si orentò su altre forze moderate, quelle democristiane, che presero il sopravvento ed elessero sindaco un professore di educazione fisica, Giuseppe Germini, rimasto in carica ininterrottamente per un trentennio, fino al 1978, quando ci fu una rivoluzione, che diede vita ad un secondo trentennio, durato fino al 2009, con l'amministrazione  in mano al centrosinistra e con un sindaco di estrazione comunista, l'ingegnere Pio Pilozzi.
Evidentemente, ad Acuto, la storia si fa soltanto per periodi di trent'anni circa: 1920 - 1950 - 1980 - 2010, e per dinastie familiari: Perinelli - Germini - Pilozzi, novant'anni di storia di Acuto passando dal fascismo alla Democrazia Cristiana, dal centrosinistra nuovamente al centro. Ma sembra improbabile che quest'ultimo possa durare un altro trentennio, essendo formato da una maggioranza piuttosto fragile, che ha conquistato il potere soltanto per le discordie nello schieramento opposto.

martedì 19 marzo 2013

144. Un grande dolore

Io ne fui molto addolorato.  Ma mio padre, per non veder soffrire il piccolo animale, lo prese e lo soffocò seppellendolo nel secchio dell'immondizia. 
Io cercai di recuperarlo, ma quando vidi che era morto ne provai un profondo dispiacere. Da quel giorno non ho più giocato né coi gatti né coi cani, e li guardo con diffidenza e perfino con antipatia.
Tutti mi dicono che è molto bello avere un cane come amico, ma io non riesco proprio a concepire un simile rapporto. Già mi resta difficile riuscire a comprendere i miei simili, qualche volta perfino me stesso, e non ho la pazienza di dedicare un po' del mio tempo a qualche animale. Penso che quell'esperienza che ho avuto quando avevo quattro anni  abbia contribuito a creare in me questa specie di allergia.
A pensarci bene, mi piacciono solo quegli animali che, a un segno di pericolo, fuggono via rapidamente come fa uno scoiattolo, come un uccello o  una rondine riescano ad allontanarsi da ogni contatto volando via, o come una lucciola o una farfalla che non sono agevoli da afferrare, e sembrano rifuggire dal contatto umano.
Anche per questo, sono sostanzialmente un vegetariano e non mangio volentieri carne di animali, tranne proprio quando non ne posso fare a meno.

domenica 17 marzo 2013

143. Io e gli animali

Il mio rapporto con gli animali non è mai stato troppo amichevole, neppure con quelli domnestici. Diffido dei cani, i gatti mi danno fastidio, così pure le galline, i pappagalli, i conigli le pecore sono mansuete, ma emanano un cattivo odore, figuriamoci poi le capre.  Il safari non è la mia avventura preferita.
Al massimo mi sta simpatico lo scoiattolo con la sua coda così divertente, e quando mi capita di vederne uno mi sorprendo a seguire la sua strepitosa fuga sui rami degli alberi più alti.
Mi erano simpatiche le lucciole, ma per lunghissimi anni non si so no più viste, e rivederne qualcuna, ora, non può farmi che piacere. Così come risentire lo stridio di una cicala a tanti decenni di distanza: forse stiamo tornando ad aver cura della natura, e gli animali se ne accorgono.
Dopo molti decenni, ugualmente, qualche rondine torna a fare il suo nido sotto i nostri tetti. Ecco, anche la rondine è uno dei pochi animali per i quali nutro simpatia.
Mi sorprende, perciò, ricordare che all'età di tre o  quattro anni mi ero affezionato a un microscopico gattino, capitato non si sa come a casa mia. Giocava volentieri con me, mi correva dietro: una mattina presto, che ero sceso in cucina a piedi nudi,vidi all'improvviso il gattino sbucare da sotto la madia, rincorrere i miei piedi e mettersi a giocare con essi come se fossero un giocattolo, e questo me lo rese ancora più simpatico.
Purtroppo, correndo dietro a questo animaletto, un giorno capitò che la porta-finestra, che dalla cucina si apriva sul balcone, venne chiusa bruscamente, e una zampetta del gatto rimase intrappolata e si spezzò.

venerdì 15 marzo 2013

142. Salvato due volte dal lago

Io e un mio amico, Mario, un ragazzo di Frosinone lungo come una pertica, che aveva parenti ad Acuto e si era aggregato al nostro gruppo, eravamo andati in gita al lago, quando vedemmo una barca ormeggiata non lontano dalla riva, su un canaletto che portava verso il centro del lago stesso. Decidemmmo di salirci, ma era tutt'altro che facile. Mario, che era più alto e slanciato di me, finalmente riuscì a salire sulla barca, ma io rimasi impantanato nel canale, anch'esso viscoso e pieno di piante acquatiche nelle quali le gambe rimanevano avvinghiate. L'acqua era alta più di due metri, ed io in un primo tempo vi rimasi sommerso. Mario mi vide in difficoltà, e afferrandomi per i capelli mi fece riemergere e mi aiutò ad aggrapparmi alla barca e a salirvi sopra.
Quando si trattò si riguadagnare la riva, mi rituffai un'altra volta , e ancora una volta rischiai di rimanere  avvinghiato dalla vegetazione e dal fango,  ma per fortuna riuscii a districarmi, sempre con l'aiuto di Mario.
A casa non raccontai nulla. Quando, pochi anni dopo,  accadde la tremenda  tragedia, meglio di ogni altro capii quale era stato l'orrore della fine di quei ragazzi. Il  religioso che li guidava e che per loro sacrificò inutilmente la sua vita, padre Dante, era fratello di Antonio, mio vicino di banco alle elementari, che diventò egli pure sacerdote, e fu per lunghi anni parroco di San Pietro in Acuto, a pochi metri dalla sua casa natale.