Saranno state le raccomandazioni di mia madre a non commettere imprudenze, fatto sta che imbucai le scale della mia cameretta senza dire niente a nessuno, e andai a nascondermi sotto il lettino, per scongiurare rimproveri e scenate, due cose che non mi sono mai piaciute.
Alla fine dovetti arrendermi: non era proprio il caso di fare l'eroe, dovevo accettare la sconfitta e il ridicolo di essere stato preso a sassate da una bambina alla mia prima libera uscita. Comunque non serbai rancore verso Elena, una ragazzina allegra e socievole, che entrò a far parte con pieno diritto della piccola banda di bambini e bambine che avevano il loro regno in piazza San Nicola, la nostra via Paal.
Elena abitava proprio in fondo al vicolo di San Nicola, i suoi genitori si chiamavano Nanna e Neno, cioè Anna e Nazareno. Il povero Neno era malato, e se ne stava immobile in un seggiolone per tutta la giornata, dando però spesso segni d'impazienza. Ogni tanto emetteva una specie di grido di protesta: - Piripicchia po'!" Chissà che cosa voleva dire, forse "E pazienta un altro po'!"
La speranza di casa era in quel ragazzo pugile, Nando Meloni, piccolo e tracagnotto, che prometteva meraviglie, e almeno per qualche anno seppe davvero mantenerle, diventando uno degli elementi di spicco di una palestra romana a Piazzale Preneste.
giovedì 31 gennaio 2013
martedì 29 gennaio 2013
119. Quando sarò grande
Tra me e mio fratello più grande,Vito, correvano ben dodici anni di differenza, una mezza generazione.
Quando io avevo quattro anni, e cominciavo a fare i primi ragionamenti, Vito ne aveva sedici, e per me era già la pietra di paragone per il futuro. Non so se veramente lui sia andato mai a spaccare la legna nella piazzetta vicina, ma a casa mia rimasero quasi proverbiali queste mie parole: - Quando sarò grande come mio fratello Vito, andrò a spaccare la legna a piazza San Nicola -
Evidentemente mi sentivo già un piccolo Ercole, e le mie aspirazioni erano rivolte a un modello di carattere fisico.
Mi stavo preparando per la mia prima libera uscita in piazza San Nicola, che era la piazza dei giochi del rione, nella quale ci si poteva divertire liberamente, per la prima volta senza il controllo di una persona adulta.
Quelle mie parole dovevano diventare famose per l'esito che mi attendeva. Andai, giocai, e...rimediai una sassata in testa da una mia robusta compagnuccia di gioco, Elena Colalolio, sorella minore di un giovanottello che stava per diventare un pugile di buon avvenire.
Una sassata sicuramente casuale, ma capace di aprirmi una bella ferita nel cuoio capelluto, in pieno cranio, che cominciò a sanguinare vistosamente e mi costrinse a ritornare precipitosamente a casa, da dove ero partito con tanta baldanza e sicurezza.
Quando io avevo quattro anni, e cominciavo a fare i primi ragionamenti, Vito ne aveva sedici, e per me era già la pietra di paragone per il futuro. Non so se veramente lui sia andato mai a spaccare la legna nella piazzetta vicina, ma a casa mia rimasero quasi proverbiali queste mie parole: - Quando sarò grande come mio fratello Vito, andrò a spaccare la legna a piazza San Nicola -
Evidentemente mi sentivo già un piccolo Ercole, e le mie aspirazioni erano rivolte a un modello di carattere fisico.
Mi stavo preparando per la mia prima libera uscita in piazza San Nicola, che era la piazza dei giochi del rione, nella quale ci si poteva divertire liberamente, per la prima volta senza il controllo di una persona adulta.
Quelle mie parole dovevano diventare famose per l'esito che mi attendeva. Andai, giocai, e...rimediai una sassata in testa da una mia robusta compagnuccia di gioco, Elena Colalolio, sorella minore di un giovanottello che stava per diventare un pugile di buon avvenire.
Una sassata sicuramente casuale, ma capace di aprirmi una bella ferita nel cuoio capelluto, in pieno cranio, che cominciò a sanguinare vistosamente e mi costrinse a ritornare precipitosamente a casa, da dove ero partito con tanta baldanza e sicurezza.
domenica 27 gennaio 2013
118. Come i ragazzi della Via Paal
Il gioco, interrotto al tramonto, riprendeva al mattino verso le dieci, e ci teneva impegnati per ore e ore. Le due bande erano composte da non più di dieci elementi ciascuna, bambini e bambine mischiati, e le ragazzine non meno tignose e impegnate dei maschi. Anzi, la nostra capobanda era una ragazzotta di dodici anni, mia cugina Maria Luigia, fornita di un carattere deciso e intraprendente.
Un inno di guerra diceva: "Piazza della Corte, tu sei la più forte:/ fatti avanti se hai tu il coraggio,/ e se zia Augusta te lo darà il passaggio, / poi le Brunetti indietreggiar ti fan..."
Ogni tanto c'era un'incursione, per lo più da parte di San Nicola, per dimostrare che quei dieci metri di dislivello non ci mettevano paura. E allora salivamo compatti gli scalini del vicolo, con tanto di bastoni con le pannocchie innestate, e andavamo a colpire i bambini rivali.
Una volta un colpo di pannocchia un po' troppo pesante mi fu fatto pagare con un manrovescio e un forte rimprovero da un ragazzo diciottenne, per vendicare l'offesa fatta a una sorella più piccola. Poi venivamo ricacciati di corsa giù per gli scalini, sempre cantando canzoni di guerra. In realtà eravamo consapevoli che tutto ciò era solo un divertimento, esattamente come quello dei ragazzi della Via Paal, che aveva le sue regole e i suoi tempi. Una guerra poteva durare al massimo tre o quattro giorni. Poi i due rioni tornavano amici, e i bambini dell'uno e dell'altro si mescolavano insieme per i giochi più tradizionali, che si svolgevano per lo più nella piazzetta di San Nicola, il luogo più adatto e appartato per i nostri divertimenti.
Un inno di guerra diceva: "Piazza della Corte, tu sei la più forte:/ fatti avanti se hai tu il coraggio,/ e se zia Augusta te lo darà il passaggio, / poi le Brunetti indietreggiar ti fan..."
Ogni tanto c'era un'incursione, per lo più da parte di San Nicola, per dimostrare che quei dieci metri di dislivello non ci mettevano paura. E allora salivamo compatti gli scalini del vicolo, con tanto di bastoni con le pannocchie innestate, e andavamo a colpire i bambini rivali.
Una volta un colpo di pannocchia un po' troppo pesante mi fu fatto pagare con un manrovescio e un forte rimprovero da un ragazzo diciottenne, per vendicare l'offesa fatta a una sorella più piccola. Poi venivamo ricacciati di corsa giù per gli scalini, sempre cantando canzoni di guerra. In realtà eravamo consapevoli che tutto ciò era solo un divertimento, esattamente come quello dei ragazzi della Via Paal, che aveva le sue regole e i suoi tempi. Una guerra poteva durare al massimo tre o quattro giorni. Poi i due rioni tornavano amici, e i bambini dell'uno e dell'altro si mescolavano insieme per i giochi più tradizionali, che si svolgevano per lo più nella piazzetta di San Nicola, il luogo più adatto e appartato per i nostri divertimenti.
venerdì 25 gennaio 2013
117. Lotte fra rioni
Sarà stato il clima di guerra, e forse non c'è niente di nuovo al mondo, ma a un certo punto, ad Acuto, si scatenò per gioco una lotta fra rioni. Niente di tragico, anzi di molto divertente.
Era infatti soltanto un gioco, un po' malizioso e un po' troppo tirato per le lunghe. I rioni coinvolti erano San Nicola, comprendente la piazzetta e una dozzina di abitazioni all'intorno, e la Piazza della Corte, con altrettante famiglie impegnate.
Quando si dice famiglie, s'intende in realtà soltanto i bambini, età variabile dai sei ai quattordici anni, con qualche intervento di adulti quando le cose andavano troppo oltre.
I due piccoli rioni erano divisi da un ampio vicolo, che dalla Corte scendeva a San Nicola, davanti al palazzo delle Brunetti, un gruppo di tre sorelle rimaste zitelle e che in realtà non gradivano affatto di essere coinvolte nelle nostre battaglie.
San Nicola pretendeva che gli abitanti della corte non scendesssero quel vicolo,e la Corte dal canto suo non consentiva che noi di San Nicola salissimo sulla loro piazza, che nei secoli passati fungeva da luogo di adunanza e anche di patibolo per eventuali pene di morte o solenni punizioni. In realtà la bella piazza, tutta selciata, ospitava il Collegio delle Educande e la graziosa chiesa della Congregazione.
Le armi della battaglia erano rudimentali. Sassi scagliati da lontano (noi di San Nicola, più in basso di una decina di metri, eravamo nettamente svantaggiati), corti bastoni con pannocchie vuote di mais sulla punta, casse di legno per le vedette, e soprattutto canti di guerra, che coinvolgevano famiglie ignare come quella di zia Augusta, mitica parente comune, e le stesse Brunetti.
Era infatti soltanto un gioco, un po' malizioso e un po' troppo tirato per le lunghe. I rioni coinvolti erano San Nicola, comprendente la piazzetta e una dozzina di abitazioni all'intorno, e la Piazza della Corte, con altrettante famiglie impegnate.
Quando si dice famiglie, s'intende in realtà soltanto i bambini, età variabile dai sei ai quattordici anni, con qualche intervento di adulti quando le cose andavano troppo oltre.
I due piccoli rioni erano divisi da un ampio vicolo, che dalla Corte scendeva a San Nicola, davanti al palazzo delle Brunetti, un gruppo di tre sorelle rimaste zitelle e che in realtà non gradivano affatto di essere coinvolte nelle nostre battaglie.
San Nicola pretendeva che gli abitanti della corte non scendesssero quel vicolo,e la Corte dal canto suo non consentiva che noi di San Nicola salissimo sulla loro piazza, che nei secoli passati fungeva da luogo di adunanza e anche di patibolo per eventuali pene di morte o solenni punizioni. In realtà la bella piazza, tutta selciata, ospitava il Collegio delle Educande e la graziosa chiesa della Congregazione.
Le armi della battaglia erano rudimentali. Sassi scagliati da lontano (noi di San Nicola, più in basso di una decina di metri, eravamo nettamente svantaggiati), corti bastoni con pannocchie vuote di mais sulla punta, casse di legno per le vedette, e soprattutto canti di guerra, che coinvolgevano famiglie ignare come quella di zia Augusta, mitica parente comune, e le stesse Brunetti.
mercoledì 23 gennaio 2013
116. Il partito delle suore
San Luigi Gonzaga era il patrono della gioventù, il giglio della purezza, e nel passato veniva celebrato con particolare rispetto, perchè, pur essendo principe di un grande casato, era morto giovanissimo curando i malati di peste.
Ricordo sempre questo episodio di Luigi perché non solo aveva il mio stesso nome, ma perfino il mio soprannome: infatti, anch'io venivo chiamato in famiglia Luigi placido, perché di solito ero molto calmo. Ma ero capace anh'io delle mie bizze solenni. Guai a svegliare il cane che dorme!
Le processioni, nel paese, erano frequenti; il clima religioso era alimentato dalla presenza delle suore Adoratrici del Sangue Prezioso, ordine fondato proprio ad Acuto nel lontano 1834 da Santa Maria De Mattias.
In Acuto c'è sia la casa madre dell'ordine sia un Collegio di formazione delle educande, per cui una percentuale piuttosto alta della popolazione del paese era rappresentata dalle religiose dell'ordine.
Questo fatto ha costituito sempre, nel paese, un'anomalia anche in occasione delle elezioni politiche, per cui mettere le mani sul pacchetto di voti delle suore voleva dire assicurare l'esito delle votazioni. Per almeno trent'anni, dal 1946 al 1976, Acuto è stato sempre un paese politicamente conservatore, ma da allora è passato stabilmente nelle mani della sinistra, ed anche le suorine non sono rimaste estranee a questo fenomeno. Solo nelle ultime elezioni comunali, dopo un altro trentennio, c'è stata un'inversione di marcia.
Ricordo sempre questo episodio di Luigi perché non solo aveva il mio stesso nome, ma perfino il mio soprannome: infatti, anch'io venivo chiamato in famiglia Luigi placido, perché di solito ero molto calmo. Ma ero capace anh'io delle mie bizze solenni. Guai a svegliare il cane che dorme!
Le processioni, nel paese, erano frequenti; il clima religioso era alimentato dalla presenza delle suore Adoratrici del Sangue Prezioso, ordine fondato proprio ad Acuto nel lontano 1834 da Santa Maria De Mattias.
In Acuto c'è sia la casa madre dell'ordine sia un Collegio di formazione delle educande, per cui una percentuale piuttosto alta della popolazione del paese era rappresentata dalle religiose dell'ordine.
Questo fatto ha costituito sempre, nel paese, un'anomalia anche in occasione delle elezioni politiche, per cui mettere le mani sul pacchetto di voti delle suore voleva dire assicurare l'esito delle votazioni. Per almeno trent'anni, dal 1946 al 1976, Acuto è stato sempre un paese politicamente conservatore, ma da allora è passato stabilmente nelle mani della sinistra, ed anche le suorine non sono rimaste estranee a questo fenomeno. Solo nelle ultime elezioni comunali, dopo un altro trentennio, c'è stata un'inversione di marcia.
lunedì 21 gennaio 2013
115. Luigi santo
Il giorno di san Luigi, 21 giugno, tutti i bambini di Acuto, con un odoroso giglio bianco nella mano destra e una fascia trasversale sul petto, rossa i maschietti, bianca le femmine, sfilavano in processione per la via principale del paese cantando questo inno: " Luigi santo, noi t'invochiamo, ti veneriamo sui nostri altar..."
Ma quando la processione, quasi sul finire, passava davanti al negozio di Enrichetto il barbiere, scoppiava un piccolo dramma. Un bambino, che non partecipava alla processione, nel sentire le parole dell'inno si gettava per terra e cominciava a urlare e a strepitare.
Non si trattava assolutamente di epilessia o male caduco, ma di un fatto molto più semplice. Il bambino, nipote di Enrichetto, si chiamava Luigi; probabilmente le parole di quell'inno, "Luigi santo", gli venivano ripetute a casa come uno sfottò per i suoi capricci, e lui se la prendeva a male e si arrabbiava. Figuratevi quando vide e sentì quel coro di bambini in processione: nella sua mente era più che convinto che tutto il paese lo stesse prendendo in giro.
Il fatto si ripeteva ogni anno, finché il bambino non divenne adulto e finalmente si convinse che nessuno ce l'aveva con lui. Il bravo Luigi, Placido per soprannome di famiglia, era in effetti un buon bambinone, alto e robusto, e nessuno si sarebbe sognato di prenderlo in giro in quella maniera irriverente.
Ma quando la processione, quasi sul finire, passava davanti al negozio di Enrichetto il barbiere, scoppiava un piccolo dramma. Un bambino, che non partecipava alla processione, nel sentire le parole dell'inno si gettava per terra e cominciava a urlare e a strepitare.
Non si trattava assolutamente di epilessia o male caduco, ma di un fatto molto più semplice. Il bambino, nipote di Enrichetto, si chiamava Luigi; probabilmente le parole di quell'inno, "Luigi santo", gli venivano ripetute a casa come uno sfottò per i suoi capricci, e lui se la prendeva a male e si arrabbiava. Figuratevi quando vide e sentì quel coro di bambini in processione: nella sua mente era più che convinto che tutto il paese lo stesse prendendo in giro.
Il fatto si ripeteva ogni anno, finché il bambino non divenne adulto e finalmente si convinse che nessuno ce l'aveva con lui. Il bravo Luigi, Placido per soprannome di famiglia, era in effetti un buon bambinone, alto e robusto, e nessuno si sarebbe sognato di prenderlo in giro in quella maniera irriverente.
sabato 19 gennaio 2013
114. Un'amica sempre disponibile
Mia madre aveva frequenti contatti con Giulia. Neno, invece, partiva la mattina prestissimo per andare in campagna e non si rivedeva che la sera tardi, portando sulle spalle i pochi prodotti del suo campicello.
Giulia, del resto, spesso non faceva neanche il pranzo. Noi eravamo sempre una decina di persone, a tavola, e qualcosa restava sempre, sicché mia madre chiamava Giulia e le offriva qualcosa di cui cibarsi.
Era estremamente timida, Giulia, e non sarebbe mai entrata a pranzare con noi. Però accettava un piatto o una scodella di cibo, e ringraziava silenziosamente mia madre. Le diceva: - Se ti serve qualcosa da fare, chiamami: lo so che voi siete in tanti e c'è sempre qualche incombenza -
Giulia era la prima delle tante amiche di mia madre: per lei avrebbe fatto di tutto. La più grande delle sue figlie abitava a pochi metri di distanza da noi, e i suoi figli, Maurizio e Carlo, erano nostri amici di giochi e compagni di scuola: coetanei miei e di mio fratello Luciano. Avevano anche una sorellina più piccola, Carmela, che aveva gli stessi anni dell'ultima di noi, Maria Vittoria, nata il giorno della Vittoria: 4 novembre 1940.
Nel dopoguerra, le famiglie più povere del paese hanno stentato per tanti anni, come le altre, del resto: ma poi chi aveva voglia di fare, di avanzare, di conquistare un posto nella società è riuscito a farsi largo e ad emergere.
I fratelli Maurizio e Carlo, trasferiti a Roma, sono riusciti a creare una piccola industria tecnologica, che ha dato anche lavoro a tanti altri ragazzi in gamba e vogliosi di guadagnarsi onestamente la vita.
Giulia, del resto, spesso non faceva neanche il pranzo. Noi eravamo sempre una decina di persone, a tavola, e qualcosa restava sempre, sicché mia madre chiamava Giulia e le offriva qualcosa di cui cibarsi.
Era estremamente timida, Giulia, e non sarebbe mai entrata a pranzare con noi. Però accettava un piatto o una scodella di cibo, e ringraziava silenziosamente mia madre. Le diceva: - Se ti serve qualcosa da fare, chiamami: lo so che voi siete in tanti e c'è sempre qualche incombenza -
Giulia era la prima delle tante amiche di mia madre: per lei avrebbe fatto di tutto. La più grande delle sue figlie abitava a pochi metri di distanza da noi, e i suoi figli, Maurizio e Carlo, erano nostri amici di giochi e compagni di scuola: coetanei miei e di mio fratello Luciano. Avevano anche una sorellina più piccola, Carmela, che aveva gli stessi anni dell'ultima di noi, Maria Vittoria, nata il giorno della Vittoria: 4 novembre 1940.
Nel dopoguerra, le famiglie più povere del paese hanno stentato per tanti anni, come le altre, del resto: ma poi chi aveva voglia di fare, di avanzare, di conquistare un posto nella società è riuscito a farsi largo e ad emergere.
I fratelli Maurizio e Carlo, trasferiti a Roma, sono riusciti a creare una piccola industria tecnologica, che ha dato anche lavoro a tanti altri ragazzi in gamba e vogliosi di guadagnarsi onestamente la vita.
mercoledì 16 gennaio 2013
113. La polenta coi fagioli
Entrando nel nostro portone di casa, sulla sinistra a pianterreno, c'era un'unica famiglia di nostri coinquilini: la famiglia di Giulia e Neno.
Avevano due camere in tutto: una grande cucina con un camino rustico, e poi una stanza da letto. Erano anziani, avevano avuto tre figli già tutti sposati, tranne l'ultima, che lo sarebbe stata tra breve.
Erano decisamente poveri: vivevano delle poche risorse di una campagna magra e lontana, che non procurava se non lo stretto necessario per vivere. Soldi non ne vedevano quasi mai, e quelle poche monete che racimolavano con le verdure, le uova e i legumi della loro piccola terra servivano per l'essenziale: la luce, il sale, qualche abito alla buona, un paio di scarpe quando proprio quelle vecchie erano diventate inservibili. Del resto, in campagna, erano più utili le rudimentali ciocie.
Quello che mi colpiva era il fatto che avevano la luce a forfait, quella che costava il meno possibile: venia erogata la sera alle sette, e tolta alle sette del mattino.
Poveri, ma dall'animo nobile. In tantissimi anni di convivenza, non c'era stato mai uno screzio tra le nostre famiglie. Noi bambini, anzi, venivamo accolti con piacere, non davamo mai fastidio. E, con tutta la loro povertà, ci invitavano sempre a condividere la loro cena. Qualche volta uno di noi accettava: per esempio, quando facevano la polenta, condita con certo dalla carne, ma da un sugo coi fagioli che a noi sembrava squisito.
Avevano due camere in tutto: una grande cucina con un camino rustico, e poi una stanza da letto. Erano anziani, avevano avuto tre figli già tutti sposati, tranne l'ultima, che lo sarebbe stata tra breve.
Erano decisamente poveri: vivevano delle poche risorse di una campagna magra e lontana, che non procurava se non lo stretto necessario per vivere. Soldi non ne vedevano quasi mai, e quelle poche monete che racimolavano con le verdure, le uova e i legumi della loro piccola terra servivano per l'essenziale: la luce, il sale, qualche abito alla buona, un paio di scarpe quando proprio quelle vecchie erano diventate inservibili. Del resto, in campagna, erano più utili le rudimentali ciocie.
Quello che mi colpiva era il fatto che avevano la luce a forfait, quella che costava il meno possibile: venia erogata la sera alle sette, e tolta alle sette del mattino.
Poveri, ma dall'animo nobile. In tantissimi anni di convivenza, non c'era stato mai uno screzio tra le nostre famiglie. Noi bambini, anzi, venivamo accolti con piacere, non davamo mai fastidio. E, con tutta la loro povertà, ci invitavano sempre a condividere la loro cena. Qualche volta uno di noi accettava: per esempio, quando facevano la polenta, condita con certo dalla carne, ma da un sugo coi fagioli che a noi sembrava squisito.
martedì 15 gennaio 2013
112. La piccola industria del pane
Su quel lievito bisognava lavorare fin dalla sera precedente. Poi, alle 7 del mattino, passava la donna-araldo che strillava sotto le finestre delle singole clienti: - Geltrude, ammassa! - - Giulia, ammassa! -
Dopo circa tre ore, ecco la seconda chiamata. - Geltrude, porta! -
Mia madre, che aveva preparato accuratamente le sue sette pagnotte, le sistemava in una lunga spianatoia di legno coi bordi rialzati, la scifa, le ricopriva con una coperta, e le sistemava sul capo di una donna incaricata di condurle al forno di Cència, che continuava a lavorare e infornare senza tregua, in quella sua fucina ardente.
Ritmi precisi e veloci. Sei o sette minuti di forno e le pagnotte erano pronte, odorose e con una crosta dorata e croccante.
Nel frattempo la donna-araldo aveva compiuto il suo terzo giuro per le strade del paese, gridando: - Geltrude, riporta! -
E ogni cliente doveva andare a ritirare il suo pane, con la sua scifa, al momento stabilito. Pagava il dovuto, che si calcolava sulla mezza lira a pagnotta, tre lire a mezza, per noi: il pane di una intera settimana per una famiglia di nove persone.
Un pane così buono, e che si manteneva così fresco, oggi certamente nessun forno saprebbe produrre. Ma Cència, con la sua legna e le sue frasche, nella sua fucina che somigliava a un antro infernale, ogni giorno, tre volte al giorno, sapeva compiere il magico ed economico miracolo.
Dopo circa tre ore, ecco la seconda chiamata. - Geltrude, porta! -
Mia madre, che aveva preparato accuratamente le sue sette pagnotte, le sistemava in una lunga spianatoia di legno coi bordi rialzati, la scifa, le ricopriva con una coperta, e le sistemava sul capo di una donna incaricata di condurle al forno di Cència, che continuava a lavorare e infornare senza tregua, in quella sua fucina ardente.
Ritmi precisi e veloci. Sei o sette minuti di forno e le pagnotte erano pronte, odorose e con una crosta dorata e croccante.
Nel frattempo la donna-araldo aveva compiuto il suo terzo giuro per le strade del paese, gridando: - Geltrude, riporta! -
E ogni cliente doveva andare a ritirare il suo pane, con la sua scifa, al momento stabilito. Pagava il dovuto, che si calcolava sulla mezza lira a pagnotta, tre lire a mezza, per noi: il pane di una intera settimana per una famiglia di nove persone.
Un pane così buono, e che si manteneva così fresco, oggi certamente nessun forno saprebbe produrre. Ma Cència, con la sua legna e le sue frasche, nella sua fucina che somigliava a un antro infernale, ogni giorno, tre volte al giorno, sapeva compiere il magico ed economico miracolo.
domenica 13 gennaio 2013
111. Il forno di Cència
Il tutto il paese di Acuto, c'era un solo forno pubblico: il forno di Cència. Forse me ne viene in mente un altro, ora che ci penso bene, ed era il forno dei Desiderati, giù a San Pietro: ma quello era un mondo completamente diverso, si lavorava in piccolo, poche famiglie intime, poco più di un forno privato.
Cència lavorava in grande. Una specie di fabbrica, coi suoi ritmi, i suoi tempi, un ciclo ripetitivo organizzato quasi industrialmente.
Il forno di Cència si trovava proprio in fondo a Piazza Margherita, sotto le finestre di mia nonna Livia, vicinissimo al Vialozzo, zona oggi bonificata, ma allora peggio di una palude. L'igiene di quei tempi non era molto raccomandabile: se ne aveva tutta un'altra concezione.
Ma Cència era separatissima da ogni altro ambiente: una siepe molto alta la divideva da ogni contatto esterno. Per tutta la piazza si diffondeva il profumo (ma anche fumo...) di quel magico forno.
Cència era coadiuvata da poche altre lavoranti, per la sua industria tutta al femminile. Una lavorante, che potremmo chiamare l'araldo, faceva l'intero giro del paese per tre chiamate, corrispondenti alle tre fasi della lavorazione del prodotto: ammassare, portare, ritirare.
La lavorazione del pane riguardava ciascuna delle famiglie. Ogni famiglia aveva il suo turno settimanale. Mia madre mi sembra che avesse il lunedì. Lei doveva organizzarsi per la sua fornitura per sette giorni: sette enormi pagnotte che miracolosamente si mantenevano fresche fino al lunedì successivo, grazie a un lievito di cui veniva salvata una piccola parte per la successiva settimana. La matrice di un lievito poteva mantenersi viva per mesi e mesi.
Cència lavorava in grande. Una specie di fabbrica, coi suoi ritmi, i suoi tempi, un ciclo ripetitivo organizzato quasi industrialmente.
Il forno di Cència si trovava proprio in fondo a Piazza Margherita, sotto le finestre di mia nonna Livia, vicinissimo al Vialozzo, zona oggi bonificata, ma allora peggio di una palude. L'igiene di quei tempi non era molto raccomandabile: se ne aveva tutta un'altra concezione.
Ma Cència era separatissima da ogni altro ambiente: una siepe molto alta la divideva da ogni contatto esterno. Per tutta la piazza si diffondeva il profumo (ma anche fumo...) di quel magico forno.
Cència era coadiuvata da poche altre lavoranti, per la sua industria tutta al femminile. Una lavorante, che potremmo chiamare l'araldo, faceva l'intero giro del paese per tre chiamate, corrispondenti alle tre fasi della lavorazione del prodotto: ammassare, portare, ritirare.
La lavorazione del pane riguardava ciascuna delle famiglie. Ogni famiglia aveva il suo turno settimanale. Mia madre mi sembra che avesse il lunedì. Lei doveva organizzarsi per la sua fornitura per sette giorni: sette enormi pagnotte che miracolosamente si mantenevano fresche fino al lunedì successivo, grazie a un lievito di cui veniva salvata una piccola parte per la successiva settimana. La matrice di un lievito poteva mantenersi viva per mesi e mesi.
venerdì 11 gennaio 2013
110. La montagna erosa
Ma torniamo ai nostri amati gelsi. Sono ancora lì, a memoria imperitura. Da bambini andavamo in gruppi a farci una mangiata di gensole, come le chiamavamo in paese. Prima di arrivarci, dovevamo passare sotto l'impianto di produzione di un calcificio, che aveva eroso buona parte della montagna, mentre dall'altissima ciminiera ha polvere imbiancava la montagna tutta intorno, ricoprendo di polvere le rocce e rendendo poco respirabile, in quel tratto, la famosa "aria pura" di Acuto. Negli anni '60, dopo dure lotte, poiché una cinquantina di operai davano da vivere ad altrettante famiglie, l'impianto del calcificio fu chiuso.
La statale 155 per Fiuggi, che noi chiamavamo "la via romana", era completamente sterrata e polverosa: l'asfalto arrivò negli anni '60. Per fortuna, a Colle Borano, c'era l'acqua purissima e gelida del fontanile, per rinfrescarci, e poi le famose gelse.
Molte, appena mature, cadevano a terra: se c'era il prato, erano ancora commestibili, ma, se cadevano sull'orlo della strada, erano immangiabili per via della polvere e delle formiche. Ricordo sempre una mia cugina, Maria Luigia, fuggire urlando verso il fontanile per aver mangiato una gelsa senza accorgersi che era piena di formiche. Ma poi tornò, per rifarsi la bocca con quei dolcissimi frutti, arrampicandosi agilmente sul tronco e sui primi robusti rami della pianta.
La statale 155 per Fiuggi, che noi chiamavamo "la via romana", era completamente sterrata e polverosa: l'asfalto arrivò negli anni '60. Per fortuna, a Colle Borano, c'era l'acqua purissima e gelida del fontanile, per rinfrescarci, e poi le famose gelse.
Molte, appena mature, cadevano a terra: se c'era il prato, erano ancora commestibili, ma, se cadevano sull'orlo della strada, erano immangiabili per via della polvere e delle formiche. Ricordo sempre una mia cugina, Maria Luigia, fuggire urlando verso il fontanile per aver mangiato una gelsa senza accorgersi che era piena di formiche. Ma poi tornò, per rifarsi la bocca con quei dolcissimi frutti, arrampicandosi agilmente sul tronco e sui primi robusti rami della pianta.
martedì 8 gennaio 2013
109. I gelsi del fontanile
Tra le risorse naturali di Acuto, per noi bambini del tempo di guerra, oltre alle more delle siepi di rovo, nei mesi estivi c'erano senza dubbio i gelsi del fontanile.
Ai piedi del Colle Borano, dove allora c'era perfino una stazione facoltativa del trenino Roma-Fiuggi ad appena cinque minuti da quella di Acuto, c'era un viale lungo un centinaio di metri, fiancheggiato da ambo i lati da belle piante di gelso. Da giugno in poi, era possibile cogliere i frutti senza alcuna fatica: bastava arrampicarsi lungo il fusto, non più alto di due metri, mettersi seduti su uno dei rami più robusti, e coglierne le dolcissime more.
Ce n'erano di due tipi: nere e bianche. Quelle nere erano saporite e zuccherine, quelle bianche un po' meno, ma comunque gradevoli. Bisognava però attendere che fossero veramente mature, perchè quando erano ancora rosse erano dure e immangiabili proprio come le more di rovo.
Quelle piante, risalenti agli anni '30, erano solo il ricordo di un tentativo non riuscito della coltivazione del baco da seta, di cui ho presente l'esperimento in alcuni ambienti del grande edificio scolastico delle elementari. Ricordo i bachi, il loro lavorio, i bozzoli che si stavano aprendo, ma non ricordo di aver mai vista la produzione vera e propria della seta. All'inzio degli anni 40 l'esperimento era già bello e fallito, a quattro/cinque anni dalle sanzioni economiche all'Italia di Mussolini e alla tanto proclamata autarchia, che diede solo due frutti degni di memoria: la cicoria o l'orzo come surrogato del caffè (ottimo l'orzo per il caffelatte), e la produzione del raion, la prima fibra sintetica. La lana ricavata dal latte fu un tentativo riuscito, ma non dal punto di vista economico. Per non parlare della suola delle scarpe ricavata dal cartone.
Ai piedi del Colle Borano, dove allora c'era perfino una stazione facoltativa del trenino Roma-Fiuggi ad appena cinque minuti da quella di Acuto, c'era un viale lungo un centinaio di metri, fiancheggiato da ambo i lati da belle piante di gelso. Da giugno in poi, era possibile cogliere i frutti senza alcuna fatica: bastava arrampicarsi lungo il fusto, non più alto di due metri, mettersi seduti su uno dei rami più robusti, e coglierne le dolcissime more.
Ce n'erano di due tipi: nere e bianche. Quelle nere erano saporite e zuccherine, quelle bianche un po' meno, ma comunque gradevoli. Bisognava però attendere che fossero veramente mature, perchè quando erano ancora rosse erano dure e immangiabili proprio come le more di rovo.
Quelle piante, risalenti agli anni '30, erano solo il ricordo di un tentativo non riuscito della coltivazione del baco da seta, di cui ho presente l'esperimento in alcuni ambienti del grande edificio scolastico delle elementari. Ricordo i bachi, il loro lavorio, i bozzoli che si stavano aprendo, ma non ricordo di aver mai vista la produzione vera e propria della seta. All'inzio degli anni 40 l'esperimento era già bello e fallito, a quattro/cinque anni dalle sanzioni economiche all'Italia di Mussolini e alla tanto proclamata autarchia, che diede solo due frutti degni di memoria: la cicoria o l'orzo come surrogato del caffè (ottimo l'orzo per il caffelatte), e la produzione del raion, la prima fibra sintetica. La lana ricavata dal latte fu un tentativo riuscito, ma non dal punto di vista economico. Per non parlare della suola delle scarpe ricavata dal cartone.
lunedì 7 gennaio 2013
108. La protesta dei bambini
Questo tipo di teatro era spesso di carattere religioso, e animato da personaggi prevalentemente femminili. Qui dominavano mia sorella Amalia, mia cugina Giuseppina e un'amica di famiglia, Teresa; recitavano anche dei bambini, e uno di essi era il mio fratello più piccolo, Luciano, che la prima volta rappresentò il bambinello nel Presepe.
Anche in questi casi, c'era sempre un grande pubblico in attesa, quasi tutto destinato a rimanere fuori perchè il salone, oltre al palcoscenico, poteva ospitare soltanto duecento persone. Ingresso gratuito, sia alla Colonia che al Collegio.
Io ero sempre in prima fila per poter entrare. Ma una volta, su alla piazza della Corte, la folla era troppa, e non mi riuscì di entrare. Dovettero accorrere i carabinieri per controllare la stituazione.
Alcuni bambini, per protesta, saliti su un terrazzino alla sommità di una scala, cominciarono a lanciare delle pannocchie di granturco vuote, che servivano per accendere il fuoco. Io ero tra loro.
Uno di quei torsoli colpì, per caso o no, uno dei carabinieri, che salì le scale di corsa e mi trovò con il corpo del reato fra le mani. Mi sembrava di aver commesso un grosso delitto e avrei voluto scomparire. Ma il carabiniere mi riconobbe: ero il figlio di Memmuccio, il vicesindaco, e così, invece di essere punito come meritavo, fui premiato con l'ingreso alla tanto sospirata recita teatrale.
Mentre entravo, però, accompagnato dal carabiniere, tra la folla assiepata, mi sembrava di non meritare tanto onore e mi vergognavo come un ladro. Avevo dieci anni. Però la passione per il teatro, sia pure di non eccelsa qualità, era più forte di ogni sentimento.
Anche in questi casi, c'era sempre un grande pubblico in attesa, quasi tutto destinato a rimanere fuori perchè il salone, oltre al palcoscenico, poteva ospitare soltanto duecento persone. Ingresso gratuito, sia alla Colonia che al Collegio.
Io ero sempre in prima fila per poter entrare. Ma una volta, su alla piazza della Corte, la folla era troppa, e non mi riuscì di entrare. Dovettero accorrere i carabinieri per controllare la stituazione.
Alcuni bambini, per protesta, saliti su un terrazzino alla sommità di una scala, cominciarono a lanciare delle pannocchie di granturco vuote, che servivano per accendere il fuoco. Io ero tra loro.
Uno di quei torsoli colpì, per caso o no, uno dei carabinieri, che salì le scale di corsa e mi trovò con il corpo del reato fra le mani. Mi sembrava di aver commesso un grosso delitto e avrei voluto scomparire. Ma il carabiniere mi riconobbe: ero il figlio di Memmuccio, il vicesindaco, e così, invece di essere punito come meritavo, fui premiato con l'ingreso alla tanto sospirata recita teatrale.
Mentre entravo, però, accompagnato dal carabiniere, tra la folla assiepata, mi sembrava di non meritare tanto onore e mi vergognavo come un ladro. Avevo dieci anni. Però la passione per il teatro, sia pure di non eccelsa qualità, era più forte di ogni sentimento.
sabato 5 gennaio 2013
107. Teatromania
Tra le passioni prevalenti per i giovani, subito dopo la guerra, ci fu sicuramente il teatro. Un teatro di tipo profano tra i più grandi, ragazzi di circa vent'anni, quasi tutti studenti universitari, che avevano ottenuto di poter usufruire dei grandi ambienti della Maternità e Infanzia, rimasti vuoti delle centinaia di orfani di Roma che vi erano accolti fino al 1943.
Tra i più fervidi animatori di questa passione teatrale vi erano mio fratello maggiore Vito; lo zio del mio amico Santino, l'impegnatissimo Aurelio; un altro studente di giurisprudenza, Augusto, dal divertente soprannome di Parapaponzio; un fratello delle maestre Mirella e Maria, Ercolino, figlio del mugnaio: era lui che forniva i testi teatrali, traendoli dalla fornitissima biblioteca di famiglia.
Storica fu la prima rappresentazione, "La battaglia di Sefata", una commedia impostata su un campo di battaglia e su un importante prigioniero che ne era il protagonista. Ricordo ancora una battuta che faceva tanto ridere: - Che fai vicino al regio padiglion - pausa - favella! - in cui si sottolineava l'ignoranza di alcuni teatranti che stavano effettuando delle prove.
La gente accorse già a San Sebastiano, alla Colonia, in fondo alla passeggiata, da tutte le zone del paese, anche le più lontane. Ci fu forse un altro paio di recite, ma poi quei giovani furono immersi dalle necessità dello studio e del lavoro.
Un altro centro di passione teatrale era quello delle suore, le Adoratrici del Sangue Prezioso, che ad Acuto hanno la casa madre. Le recite venivano ospitate in un salone su alla piazza della Corte, nella parte più alta del paese.
Tra i più fervidi animatori di questa passione teatrale vi erano mio fratello maggiore Vito; lo zio del mio amico Santino, l'impegnatissimo Aurelio; un altro studente di giurisprudenza, Augusto, dal divertente soprannome di Parapaponzio; un fratello delle maestre Mirella e Maria, Ercolino, figlio del mugnaio: era lui che forniva i testi teatrali, traendoli dalla fornitissima biblioteca di famiglia.
Storica fu la prima rappresentazione, "La battaglia di Sefata", una commedia impostata su un campo di battaglia e su un importante prigioniero che ne era il protagonista. Ricordo ancora una battuta che faceva tanto ridere: - Che fai vicino al regio padiglion - pausa - favella! - in cui si sottolineava l'ignoranza di alcuni teatranti che stavano effettuando delle prove.
La gente accorse già a San Sebastiano, alla Colonia, in fondo alla passeggiata, da tutte le zone del paese, anche le più lontane. Ci fu forse un altro paio di recite, ma poi quei giovani furono immersi dalle necessità dello studio e del lavoro.
Un altro centro di passione teatrale era quello delle suore, le Adoratrici del Sangue Prezioso, che ad Acuto hanno la casa madre. Le recite venivano ospitate in un salone su alla piazza della Corte, nella parte più alta del paese.
venerdì 4 gennaio 2013
106. Lisetta e Marisa
Zenaide non viveva neanche sempre ad Acuto, ma veniva solo d'estate con la sua famiglia, il marito Pietrino, usciere di un ente pubblico, e due belle ragazze: Lisetta, la più grande, sui vent'anni, e Marisa, una biondina molto graziosa, che aveva la mia stessa età.
Durante la guerra, Zenaide con le figlie si trasferì ad Acuto, nella sua gande casa dirimpetto alla nostra. C'era anche amicizia fra noi, e quando le scuole furono chiuse, io e Marisa decidemmo di prepararci insieme agli esami di ammissione alla scuola media.
Per un paio di mesi la cosa funzionò abbastanza, ma in realtà ci accorgevamo ogni giorno delle difficoltà. Si trattava di fare il salto di un anno, non avendo frequentato bene neanche la quarta elementare. Difficoltà particolari nei verbi e nella matematica. E poi c'era la guerra, c'era l'invasione dei tedeschi, stavamo tutti aspettando gli alleati fermati dai tedeschi sul fronte di Cassino.
Così si allentarono gli studi, e un po' di allentò anche l'amicizia. Marisa era molto carina e mi trovavo bene con lei. Forse era sbocciato qualcosa, fra noi. E me ne accorsi qualche anno dopo, quando d'estate Marisa tornò ad Acuto con tanto di fidanzato adulto, e io ci rimasi piuttosto male, rimproverandomi di non aver avuto il coraggio di manifestarle il mio abbozzo di sentimento.
In realtà, le nostre strade si erano separate per sempre. L'anno dopo, mi aspettavano troppe cose, e soprattutto il collegio, che per anni avrebbe diversificato per sempre il mio ambiente personale da quello della mia famiglia e dei miei compaesani, ambiente del quale finora mi ero nutrito, con mia grande felicità.
Durante la guerra, Zenaide con le figlie si trasferì ad Acuto, nella sua gande casa dirimpetto alla nostra. C'era anche amicizia fra noi, e quando le scuole furono chiuse, io e Marisa decidemmo di prepararci insieme agli esami di ammissione alla scuola media.
Per un paio di mesi la cosa funzionò abbastanza, ma in realtà ci accorgevamo ogni giorno delle difficoltà. Si trattava di fare il salto di un anno, non avendo frequentato bene neanche la quarta elementare. Difficoltà particolari nei verbi e nella matematica. E poi c'era la guerra, c'era l'invasione dei tedeschi, stavamo tutti aspettando gli alleati fermati dai tedeschi sul fronte di Cassino.
Così si allentarono gli studi, e un po' di allentò anche l'amicizia. Marisa era molto carina e mi trovavo bene con lei. Forse era sbocciato qualcosa, fra noi. E me ne accorsi qualche anno dopo, quando d'estate Marisa tornò ad Acuto con tanto di fidanzato adulto, e io ci rimasi piuttosto male, rimproverandomi di non aver avuto il coraggio di manifestarle il mio abbozzo di sentimento.
In realtà, le nostre strade si erano separate per sempre. L'anno dopo, mi aspettavano troppe cose, e soprattutto il collegio, che per anni avrebbe diversificato per sempre il mio ambiente personale da quello della mia famiglia e dei miei compaesani, ambiente del quale finora mi ero nutrito, con mia grande felicità.
mercoledì 2 gennaio 2013
105. Il portone di Zenaide
Di fronte al portoncino di casa mia, in via Vittorio Emanuele, si spalancava l'enorme portone di Zenaide. Un portone spettacolare, nel cui interno c'era prima di tutto una piazzola al coperto, dove si poteva giocare tranquillamente in caso di pioggia, di gran freddo o anche di gran caldo.
Infatti, all'interno del portone, c'era fresco anche d'estate. Poi, un'ampia rampa di scale portava al primo piano. Sulla destra, quasi in pieno buio, c'era la porta di un primo appartamento, le cui finestre erano dirimpetto alle finestre delle nostre due camere da letto, al di là della stretta via di tre metri, nella quale poteva passare a stento un'automobile.
A sinistra delle scale di Zenaide si apriva un altro portoncino che sfociava su un cortiletto esterno con altre abitazioni. All'interno, invece, c'era un enorme ballatoio, piuttosto malmesso, che dava su un'altra ala di appartamenti, o meglio di modeste abitazioni , in quello che era un vero dedalo.
Per arrivare alla casa vera e propria di Zenaide c'era infine un'ultima rampa di scale, che portava a tre o quattro stanze assolate, con ampie finestre, e un terrazzo panoramico sulla vallata.
Un'ex casa nobiliare, frammentata e suddivisa da successive spartizioni. Atrio e scale erano il regno dei nostri giochi al chiuso, come il nascondino, dato che era possibile trovare più uscite, di cui una sul vicolo del Fiore. Si favoleggiava che questi ambienti erano anche infestati da apparizioni, come la chioccia dai pulcini d'oro, che magari sarà stata una normalissima schioccia smarritasi tanti anni fa per quelle scale e quegli androni bui.
Infatti, all'interno del portone, c'era fresco anche d'estate. Poi, un'ampia rampa di scale portava al primo piano. Sulla destra, quasi in pieno buio, c'era la porta di un primo appartamento, le cui finestre erano dirimpetto alle finestre delle nostre due camere da letto, al di là della stretta via di tre metri, nella quale poteva passare a stento un'automobile.
A sinistra delle scale di Zenaide si apriva un altro portoncino che sfociava su un cortiletto esterno con altre abitazioni. All'interno, invece, c'era un enorme ballatoio, piuttosto malmesso, che dava su un'altra ala di appartamenti, o meglio di modeste abitazioni , in quello che era un vero dedalo.
Per arrivare alla casa vera e propria di Zenaide c'era infine un'ultima rampa di scale, che portava a tre o quattro stanze assolate, con ampie finestre, e un terrazzo panoramico sulla vallata.
Un'ex casa nobiliare, frammentata e suddivisa da successive spartizioni. Atrio e scale erano il regno dei nostri giochi al chiuso, come il nascondino, dato che era possibile trovare più uscite, di cui una sul vicolo del Fiore. Si favoleggiava che questi ambienti erano anche infestati da apparizioni, come la chioccia dai pulcini d'oro, che magari sarà stata una normalissima schioccia smarritasi tanti anni fa per quelle scale e quegli androni bui.
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