Entrando nel nostro portone di casa, sulla sinistra a pianterreno, c'era un'unica famiglia di nostri coinquilini: la famiglia di Giulia e Neno.
Avevano due camere in tutto: una grande cucina con un camino rustico, e poi una stanza da letto. Erano anziani, avevano avuto tre figli già tutti sposati, tranne l'ultima, che lo sarebbe stata tra breve.
Erano decisamente poveri: vivevano delle poche risorse di una campagna magra e lontana, che non procurava se non lo stretto necessario per vivere. Soldi non ne vedevano quasi mai, e quelle poche monete che racimolavano con le verdure, le uova e i legumi della loro piccola terra servivano per l'essenziale: la luce, il sale, qualche abito alla buona, un paio di scarpe quando proprio quelle vecchie erano diventate inservibili. Del resto, in campagna, erano più utili le rudimentali ciocie.
Quello che mi colpiva era il fatto che avevano la luce a forfait, quella che costava il meno possibile: venia erogata la sera alle sette, e tolta alle sette del mattino.
Poveri, ma dall'animo nobile. In tantissimi anni di convivenza, non c'era stato mai uno screzio tra le nostre famiglie. Noi bambini, anzi, venivamo accolti con piacere, non davamo mai fastidio. E, con tutta la loro povertà, ci invitavano sempre a condividere la loro cena. Qualche volta uno di noi accettava: per esempio, quando facevano la polenta, condita con certo dalla carne, ma da un sugo coi fagioli che a noi sembrava squisito.
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