Su quel lievito bisognava lavorare fin dalla sera precedente. Poi, alle 7 del mattino, passava la donna-araldo che strillava sotto le finestre delle singole clienti: - Geltrude, ammassa! - - Giulia, ammassa! -
Dopo circa tre ore, ecco la seconda chiamata. - Geltrude, porta! -
Mia madre, che aveva preparato accuratamente le sue sette pagnotte, le sistemava in una lunga spianatoia di legno coi bordi rialzati, la scifa, le ricopriva con una coperta, e le sistemava sul capo di una donna incaricata di condurle al forno di Cència, che continuava a lavorare e infornare senza tregua, in quella sua fucina ardente.
Ritmi precisi e veloci. Sei o sette minuti di forno e le pagnotte erano pronte, odorose e con una crosta dorata e croccante.
Nel frattempo la donna-araldo aveva compiuto il suo terzo giuro per le strade del paese, gridando: - Geltrude, riporta! -
E ogni cliente doveva andare a ritirare il suo pane, con la sua scifa, al momento stabilito. Pagava il dovuto, che si calcolava sulla mezza lira a pagnotta, tre lire a mezza, per noi: il pane di una intera settimana per una famiglia di nove persone.
Un pane così buono, e che si manteneva così fresco, oggi certamente nessun forno saprebbe produrre. Ma Cència, con la sua legna e le sue frasche, nella sua fucina che somigliava a un antro infernale, ogni giorno, tre volte al giorno, sapeva compiere il magico ed economico miracolo.
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