Forse don Filippo aveva scambiato il piccolo e modesto paese di Acuto per l'immorale Firenze di Lorenzo il Magnifico, ed anche un minimo peccato, per lui, era uno scandalo.
La parola "scandalo" era infatti la base delle sue memorabili prediche. Sicuramente don Filippo avrà ben conosciuto le sue pecorelle e i loro vizi segreti, ma io ricordo che si inalberava per un nonnulla, e il peccato più grave da lui perseguito era il fatto che le ragazze si presentassero in chiesa con le braccia scoperte, e arrivava al punto di chiamarle per nome e qualche volta perfino di scacciarle.
Altri tempi. Che cosa farebbe e direbbe, oggi, il bravo don Filippo? Forse si sarebbe dovuto aggiornare, e cercare peccati più interiori da mettere al bando o forse cercare più l'amore che lo scandalo.
Per fortuna, Santa Maria aveva un bellissimo organo, dal suono maestoso e potente. Così, quando don Filippo aveva concluso la sua predica roboante, la gente trovava consolazione e ristoro da una suonata di Bach o di Haendel eseguita da Pietro, un organista davvero ispirato.
Don Filippo, però, visto da vicino, era un uomo buono e amichevole. Perdonava in privato ciò che condannava in pubblico. Quando andavi a casa sua, a metà del Borgo, un pasticcino e un bicchierino di rosolio non mancavano mai per nessuno. A recarteli era una signora molto anziana, vestita di nero, molto riservata: a pensarci bene, forse era l'ultima dei suoi sedici fratelli.
venerdì 30 novembre 2012
giovedì 29 novembre 2012
76. Don Filippo e i sedici fratelli
Acuto ha due parrocchie: Santa Maria e San Pietro. Santa Maria, per tradizione, è la parrocchia principale, più bella, più ricca, e riservata all'Arciprete. San Pietro, invece, più vecchia e povera, di origine francescana, è nella parte più antica e scomoda del paese, e il suo parroco è quasi sempre un prete giovane e senza pretese, che mira a farsi largo più con umiltà che con le belle parole.
Almeno così era una volta, quando io ero bambino. Ma ancora oggi San Pietro vive all'ombra di Santa Maria.
Ai miei tempi, che sono quelli della guerra e degli anni quaranta, parroco di Santa Maria era don Filippo Longo, che io ricordo come una specie di gigante, buono e autorevole, che incuteva rispetto solo a guardarlo. Rubicondo in viso, cordiale, ma bastava qualcosa di poco gradito perché il suo linguaggio diventasse tagliente.
Si favoleggiava che sua madre avesse avuto ben diciassette figli, anzi la cosa era data per sicura. Questi suoi fratelli io non ricordo di averli mai conosciuti, ma la sua era una delle famiglie più ricche del paese.
Probabilmente don Filippo sarà stato il figlio più giovane, e questo spiega che non si conoscesse nessuno dei suoi sedici fratelli, la cui leggenda si perdeva nella notte dei tempi.
Erano famose le prediche di don Filippo. Le donne specialmente, ne erano terrorizzate. Quando strepitava dal pulpito, non c'era scampo per nessuno. Era nato con l'animo del moralizzatore a tutti i costi, del Savonarola implacabile.
Almeno così era una volta, quando io ero bambino. Ma ancora oggi San Pietro vive all'ombra di Santa Maria.
Ai miei tempi, che sono quelli della guerra e degli anni quaranta, parroco di Santa Maria era don Filippo Longo, che io ricordo come una specie di gigante, buono e autorevole, che incuteva rispetto solo a guardarlo. Rubicondo in viso, cordiale, ma bastava qualcosa di poco gradito perché il suo linguaggio diventasse tagliente.
Si favoleggiava che sua madre avesse avuto ben diciassette figli, anzi la cosa era data per sicura. Questi suoi fratelli io non ricordo di averli mai conosciuti, ma la sua era una delle famiglie più ricche del paese.
Probabilmente don Filippo sarà stato il figlio più giovane, e questo spiega che non si conoscesse nessuno dei suoi sedici fratelli, la cui leggenda si perdeva nella notte dei tempi.
Erano famose le prediche di don Filippo. Le donne specialmente, ne erano terrorizzate. Quando strepitava dal pulpito, non c'era scampo per nessuno. Era nato con l'animo del moralizzatore a tutti i costi, del Savonarola implacabile.
mercoledì 28 novembre 2012
75. I buoni zii di Via Merulana
Io, un po' addolorato e un po' appassionato, mi misi a consultare il volume dell'enciclopedia che riguardava la Sicilia, per rendermi conto se potesse veramente staccarsi dall'Italia, se aveva le risorse economiche e la convenienza per farlo.
Zio Peppino rimase molto colpito da questo fatto. Forse vedeva in me quel figlioletto maschio che la sorte non aveva voluto dargli in dono. E si accontentava di avere un nipote che gli voleva bene proprio come a un padre, dato anche che mio padre era morto da poco.
Zio Peppino e zia Agnese avevano davvero un cuore d'oro, e i nipoti li amavano tutti. Quando la nostra famiglia era ancora in paese, ad Acuto, loro ospitarono due miei fratelli, Vito e Silvestro, che si erano già trasferiti a Roma per lavoro. Nella grande casa di via Merulana c'era un lungo corridoio, e di notte ospitava anche quattro brande: oltre a quelle dei miei due fratelli, c'era spazio anche per un fratello più giovane di zio Peppino, detto Mence per la sua eleganza dal nome di una boutique per uomo lì vicino, e per un altro cugino, Marcello, appena tornato dalla guerra, marinaio nell'isola di Lero nel Dodecaneso, in Grecia, dove era stato anche prigioniero degli inglesi per qualche mese.
Gli zii di Via Merulana avevano una casa grande, ma, come vedete, avevano un cuore ancora più grande, anche se zia Agnese sapeva farsi rispettare e aveva una personalità molto autorevole.
Zio Peppino rimase molto colpito da questo fatto. Forse vedeva in me quel figlioletto maschio che la sorte non aveva voluto dargli in dono. E si accontentava di avere un nipote che gli voleva bene proprio come a un padre, dato anche che mio padre era morto da poco.
Zio Peppino e zia Agnese avevano davvero un cuore d'oro, e i nipoti li amavano tutti. Quando la nostra famiglia era ancora in paese, ad Acuto, loro ospitarono due miei fratelli, Vito e Silvestro, che si erano già trasferiti a Roma per lavoro. Nella grande casa di via Merulana c'era un lungo corridoio, e di notte ospitava anche quattro brande: oltre a quelle dei miei due fratelli, c'era spazio anche per un fratello più giovane di zio Peppino, detto Mence per la sua eleganza dal nome di una boutique per uomo lì vicino, e per un altro cugino, Marcello, appena tornato dalla guerra, marinaio nell'isola di Lero nel Dodecaneso, in Grecia, dove era stato anche prigioniero degli inglesi per qualche mese.
Gli zii di Via Merulana avevano una casa grande, ma, come vedete, avevano un cuore ancora più grande, anche se zia Agnese sapeva farsi rispettare e aveva una personalità molto autorevole.
martedì 27 novembre 2012
74. Zio Peppino e la secessione
Avrebbe voluto tanto avere un figlio maschio, zio Peppino, il marito di zia Agnese, quella di Via Merulana. Invece aveva tre figlie femmine, una più bella dell'altra: Livia, Marisa e Anna, tutte e tre con lunghi capelli neri come l'ebano. E pensare che zio Peppino aveva un cranio lucidissimo, completamente pelato.
Zio Peppino era un ometto piccolo e intelligentissimo, era maestro, ma lavorava al Dazio, dove era molto stimato e lo riempivano di piccoli regali alimentari, vera ricchezza in quegli anni di guerra. Lui piccolo, e zia Agnese alta e vigorosa. I nipoti più grandi si divertivano a prenderlo bonariamente in giro, inventandosi episodi divertenti. In uno di essi, dopo un grande litigio con la moglie, lui saliva su una cassapanca e gridava furiosamente: - Vieni qua, Agnese, che ti voglio picchiare! -
Per fortuna zio Peppino era molto spiritoso, ed era il primo a divertirsi con queste barzellette.
Amava l'opera, l'ascoltava sempre per radio, e aveva molti dischi di musica classica. Suonava meravigliosamente la fisarmonica, e aveva una quantità enorme di spartiti.
Inoltre, zio Peppino aveva una discreta biblioteca, tra cui spiccava un'enciclopedia per ragazzi, credo della UTET, che per me aveva un fascino irresistibile. Forse per questo lui mi voleva molto bene, poiché amavo tanto leggere e consultare quei volumi, ogni volta che andavo a Roma come loro ospite in Via Merulana.
Era appena finita la guerra, io avevo dieci anni, e si parlava tanto di una possibile secessione della Sicilia dall'Italia, che poi sfociò nell'autonomia dell'isola.
Zio Peppino era un ometto piccolo e intelligentissimo, era maestro, ma lavorava al Dazio, dove era molto stimato e lo riempivano di piccoli regali alimentari, vera ricchezza in quegli anni di guerra. Lui piccolo, e zia Agnese alta e vigorosa. I nipoti più grandi si divertivano a prenderlo bonariamente in giro, inventandosi episodi divertenti. In uno di essi, dopo un grande litigio con la moglie, lui saliva su una cassapanca e gridava furiosamente: - Vieni qua, Agnese, che ti voglio picchiare! -
Per fortuna zio Peppino era molto spiritoso, ed era il primo a divertirsi con queste barzellette.
Amava l'opera, l'ascoltava sempre per radio, e aveva molti dischi di musica classica. Suonava meravigliosamente la fisarmonica, e aveva una quantità enorme di spartiti.
Inoltre, zio Peppino aveva una discreta biblioteca, tra cui spiccava un'enciclopedia per ragazzi, credo della UTET, che per me aveva un fascino irresistibile. Forse per questo lui mi voleva molto bene, poiché amavo tanto leggere e consultare quei volumi, ogni volta che andavo a Roma come loro ospite in Via Merulana.
Era appena finita la guerra, io avevo dieci anni, e si parlava tanto di una possibile secessione della Sicilia dall'Italia, che poi sfociò nell'autonomia dell'isola.
lunedì 26 novembre 2012
73. La banda dei dodicenni
La nostra riserva di miccette durò parecchio: non solo durante l'occupazione tedesca, quando era pericoloso giocare con questi rudimentali giocattoli (senza dubbio abusivi e perseguibili), ma perfino dopo la liberazione, quando per gli alleati potevano rappresentare una detenzione di tipo bellico.
Eppure, coi tedeschi o con gli inglesi, i ragazzini di Acuto trovarono il tempo e il modo di divertirsi con questi fuochi d'artificio, che non facevano spettacolo, ma mettevano certamente un po' di paura e parecchio scompiglio.
Noi bambini più piccoli nutrivamo una specie di rispettosa sudditanza verso la piccola banda di dodici-tredici anni, scavezzacollo incontenibili, sempre in mezzo in tutte le occasioni pericolose come svaligiare i camion tedeschi pieni di pane in partenza per il fronte di Cassino, o far raccolta di razzi, schegge, bossoli e materiale vario di tipo bellico, divertendosi a smontare spolette di bombe esplose e perfino non esplose e correndo rischi incredibili.
Anche questi bambini, in tal modo, credevano di combattere la loro piccola guerra. E nessuno riusciva a fermarli, finché non ci furono i primi veri incidenti gravi.
Eppure, coi tedeschi o con gli inglesi, i ragazzini di Acuto trovarono il tempo e il modo di divertirsi con questi fuochi d'artificio, che non facevano spettacolo, ma mettevano certamente un po' di paura e parecchio scompiglio.
Noi bambini più piccoli nutrivamo una specie di rispettosa sudditanza verso la piccola banda di dodici-tredici anni, scavezzacollo incontenibili, sempre in mezzo in tutte le occasioni pericolose come svaligiare i camion tedeschi pieni di pane in partenza per il fronte di Cassino, o far raccolta di razzi, schegge, bossoli e materiale vario di tipo bellico, divertendosi a smontare spolette di bombe esplose e perfino non esplose e correndo rischi incredibili.
Anche questi bambini, in tal modo, credevano di combattere la loro piccola guerra. E nessuno riusciva a fermarli, finché non ci furono i primi veri incidenti gravi.
domenica 25 novembre 2012
72. I fuochi tedeschi
Mio fratello Silvestro , tre anni più grande di me (io otto, lui undici anni), lui sì che era scatenato. Non lo reggeva nessuno.
Col suo gruppetto, era riuscito a mettere le mani su una piccola riserva di micce e di munizioni tedesche scovata non si sa come.
Una parte finì nella mia soffitta, e ricordo una cassa piena di miccette, lunghe una quarantina di centimetri, di color verde marcio, vuote all'interno come bucatini, quelli che servono per l'amatriciana.
Queste micce, probabilmente estratte da bossoli inesplosi, svuotati correndo seri rischi, avevano una capacità impressionante: accese, e tenute premute contro un muro, una volta rilasciate schizzavano via a folle velocità, e guidate da una diabolica capacità d'individuare gli spazi vuoti, precorrevano le vie, i vicoli e le piazzette, entravano nei portoni, s'impigliavano un momento tra le lunghe gonne delle vecchiette terrorizzate, e poi all'improvviso esplodevano con un botto impressionante.
Queste micce erano diventate una minaccia spaventosa per le donne anziane e per i bambini piccoli.
Col suo gruppetto, era riuscito a mettere le mani su una piccola riserva di micce e di munizioni tedesche scovata non si sa come.
Una parte finì nella mia soffitta, e ricordo una cassa piena di miccette, lunghe una quarantina di centimetri, di color verde marcio, vuote all'interno come bucatini, quelli che servono per l'amatriciana.
Queste micce, probabilmente estratte da bossoli inesplosi, svuotati correndo seri rischi, avevano una capacità impressionante: accese, e tenute premute contro un muro, una volta rilasciate schizzavano via a folle velocità, e guidate da una diabolica capacità d'individuare gli spazi vuoti, precorrevano le vie, i vicoli e le piazzette, entravano nei portoni, s'impigliavano un momento tra le lunghe gonne delle vecchiette terrorizzate, e poi all'improvviso esplodevano con un botto impressionante.
Queste micce erano diventate una minaccia spaventosa per le donne anziane e per i bambini piccoli.
sabato 24 novembre 2012
71. Il regno di sora Marietta
Il bambino incaricato del recupero era di solito colui che aveva commesso l'errore di calciare oltre il muretto di San Nicola. Quindi, presto o tardi, toccava a ciascuno di noi partire per una specie di avventura.
C'era una scorciatoia, veramente, ma era in pratica tabù: scavalcare il cancello di un altro giardino, quello della sora Marietta, la moglie di Lello il farmacista, giardino contiguo a quello della signora Silvia e scavalcabile agevolmente superando un basso muretto. Ma la sora Marietta, al contrario di Silvia, aveva un carattere assai meno mansueto, e noi ne avevamo un vero terrore, sicché quasi nessuno osava penetrare nel suo "regno".
Era giocoforza compiere un lungo giro: passare per via Vittorio Emanuele, scendere la lunghissima scalinata del vicolo Gaudente, entrare nel portone di Silvia, passare per un atrio quasi oscuro,varcare un altro portone laterale, e dopo un lungo giro si poteva finalmente uscire alla luce del giardino. Se tutto andava bene, dopo vari girigori per le aiuole e i vialetti, si poteva finalmente recuperare quella benedetta palla e ripercorrere quasi sempre senza intoppi il viaggio di ritorno.
Ogni recupero di palla necessitava di almeno un quarto d'ora, giusto l'intervallo fra un tempo e l'altro. Perciò si poteva commettere il grave peccato di perdere la palla non più di una volta a partita. Il peccatore veniva guardato da tutti con occhi torvi, e doveva scontare quella giusta penitenza.
Ora i giardini misteriosi sono quasi tutti scomparsi, per dar vita a una più pratica strada di circonvallazione.
C'era una scorciatoia, veramente, ma era in pratica tabù: scavalcare il cancello di un altro giardino, quello della sora Marietta, la moglie di Lello il farmacista, giardino contiguo a quello della signora Silvia e scavalcabile agevolmente superando un basso muretto. Ma la sora Marietta, al contrario di Silvia, aveva un carattere assai meno mansueto, e noi ne avevamo un vero terrore, sicché quasi nessuno osava penetrare nel suo "regno".
Era giocoforza compiere un lungo giro: passare per via Vittorio Emanuele, scendere la lunghissima scalinata del vicolo Gaudente, entrare nel portone di Silvia, passare per un atrio quasi oscuro,varcare un altro portone laterale, e dopo un lungo giro si poteva finalmente uscire alla luce del giardino. Se tutto andava bene, dopo vari girigori per le aiuole e i vialetti, si poteva finalmente recuperare quella benedetta palla e ripercorrere quasi sempre senza intoppi il viaggio di ritorno.
Ogni recupero di palla necessitava di almeno un quarto d'ora, giusto l'intervallo fra un tempo e l'altro. Perciò si poteva commettere il grave peccato di perdere la palla non più di una volta a partita. Il peccatore veniva guardato da tutti con occhi torvi, e doveva scontare quella giusta penitenza.
Ora i giardini misteriosi sono quasi tutti scomparsi, per dar vita a una più pratica strada di circonvallazione.
venerdì 23 novembre 2012
70. Il giardino di Silvia
Quando giocavamo con la palla a piazza San Nicola, c'era sempre il pericolo che, colpita troppo forte, scavalcasse il muro che recingeva la parte marginale: un muro oltre il quale, rimbalzando di tetto in tetto, di terrazzo in terrazzo, andava a finire giù in fondo, nell'ampio giardino della signora Silvia.
La signora Silvia era una donna piccola e vivace, coi capelli brizzolati e ricci, ed era la mamma di un nostro compagno di brigata, Luigino.
Mite di carattere e sempre disponibile, certamente anche per la familiarità che avevamo con lei, ci lasciava entrare con un certo limite di discrezione nel suo giardino, che per noi bambini era una specie di regno delle meraviglie, con fiori, aiuole, vialetti odorosi di mirto e di bussolo, piccole vaschette con pesci variopinti e fontanelle zampillanti. Ma forse sto un po' mitizzando.
Intanto, anche il giardino era limitato da un muretto prospiciente la vallata di Anagni: il nostro paese, Acuto, è costruito proprio sul vertice di un monte, e quindi è tutto un ripido degradare verso la valle che è posta cinquecento metri al disotto.
Delle volte la palla (o il pallone, in tempi successivi) riusciva a scavalcare anche il muro del giardino, e si perdeva irrimediabilmente nel fondo valle.
Ma il più delle volte il salvataggio della palla era assicurato dall'ampio spazio ricavato dai vialetti e dalle aiuole del giardino di Silvia. Solo che raggiungerlo era tutt'altro che facile, e richiedeva parecchio tempo: per i giocatori di calcetto, si prospettava sempre una pausa prolungata e noiosa.
La signora Silvia era una donna piccola e vivace, coi capelli brizzolati e ricci, ed era la mamma di un nostro compagno di brigata, Luigino.
Mite di carattere e sempre disponibile, certamente anche per la familiarità che avevamo con lei, ci lasciava entrare con un certo limite di discrezione nel suo giardino, che per noi bambini era una specie di regno delle meraviglie, con fiori, aiuole, vialetti odorosi di mirto e di bussolo, piccole vaschette con pesci variopinti e fontanelle zampillanti. Ma forse sto un po' mitizzando.
Intanto, anche il giardino era limitato da un muretto prospiciente la vallata di Anagni: il nostro paese, Acuto, è costruito proprio sul vertice di un monte, e quindi è tutto un ripido degradare verso la valle che è posta cinquecento metri al disotto.
Delle volte la palla (o il pallone, in tempi successivi) riusciva a scavalcare anche il muro del giardino, e si perdeva irrimediabilmente nel fondo valle.
Ma il più delle volte il salvataggio della palla era assicurato dall'ampio spazio ricavato dai vialetti e dalle aiuole del giardino di Silvia. Solo che raggiungerlo era tutt'altro che facile, e richiedeva parecchio tempo: per i giocatori di calcetto, si prospettava sempre una pausa prolungata e noiosa.
giovedì 22 novembre 2012
69. La giostra di Ettore
Decine di bambini assistevano ammirati allo spettacolo del piccolo aereo che volava lungo il filo, e veniva raccolto a ridosso del palo dal più giovane dei due fratelli, Francesco. Lo spettacolo si ripeteva, ogni volta più ammirato. E gratuito.
Non era del tutto gratuito il secondo gioco i due fratelli Quattraccinque produssero, sempre a San Nicola, tra la fontana pubblica e il misterioso cancello del farmacista sor Lelllo, ricoperto di edere e di rampicanti.
Si trattava, stavolta, di una giostrina, sempre di legno; un piccolo carosello con tre o quattro seggiolini, messo in moto manualmente da Ettore, aiutato da un congegno di corda. I bambini più piccoli si azzuffavano tra di loro per poter compiere quei pochi giri in tondo, lenti e faticosi, ripagati con una monetina di rame di quattro centesimi, quella che riproduceva un'ape sui petali di una rosa.
Questi furono i giochi che ebbero maggior successo. Per il resto c'erano i salti sulla groppa dei bambini più grandi; o il gioco della picca, una specie di rubabandiera; o la lizza, con un bastone che faceva rimbalzare e colpiva al volo un pezzetto di legno appuntito, e vinceva chi lo mandava più lontano. Le palline in buca. La palla prigioniera. I più evoluti giocavano una rudimentale imitazione della palla a base introdotta dagli alleati al loro arrivo.
Si giocava con mezzi poverissimi, e con tanta voglia di dimenticare le sofferenze e le amarezze della guerra.
Non era del tutto gratuito il secondo gioco i due fratelli Quattraccinque produssero, sempre a San Nicola, tra la fontana pubblica e il misterioso cancello del farmacista sor Lelllo, ricoperto di edere e di rampicanti.
Si trattava, stavolta, di una giostrina, sempre di legno; un piccolo carosello con tre o quattro seggiolini, messo in moto manualmente da Ettore, aiutato da un congegno di corda. I bambini più piccoli si azzuffavano tra di loro per poter compiere quei pochi giri in tondo, lenti e faticosi, ripagati con una monetina di rame di quattro centesimi, quella che riproduceva un'ape sui petali di una rosa.
Questi furono i giochi che ebbero maggior successo. Per il resto c'erano i salti sulla groppa dei bambini più grandi; o il gioco della picca, una specie di rubabandiera; o la lizza, con un bastone che faceva rimbalzare e colpiva al volo un pezzetto di legno appuntito, e vinceva chi lo mandava più lontano. Le palline in buca. La palla prigioniera. I più evoluti giocavano una rudimentale imitazione della palla a base introdotta dagli alleati al loro arrivo.
Si giocava con mezzi poverissimi, e con tanta voglia di dimenticare le sofferenze e le amarezze della guerra.
mercoledì 21 novembre 2012
68. Due fratelli ingegnolini
Subito dopo la guerra, quando ci fu mancanza assoluta di mezzi e non si poteva giocare che con la fantasia, chi aveva più sveglia questa facoltà finiva col dominare la scena, fra noi bambini o appena adolescenti.
La vacanze erano prolungate, tempo ce n'era quanto se ne voleva. Il centro dei giochi era senza dubbio lo slargo di San Nicola, vecchia chiesa andata distrutta da secoli e ora divenuta un balcone aperto sulla verde vallata di Anagni.
C'erano due fratelli un po' più grandi di noi, Ettore e Francesco, con lo strano soprannome di Quattraccinque derivato dagli antenati. Abitavano proprio su una vechia costruzione di quattro piani prospiciente lo spiazzo di San Nicola. Erano un po' rozzi perché del tutto ineruditi, ma fantasia ne avevano da vendere. E poi avevano quella bella finestra altissima sulla piazza.
All'altra estremità c'era un grande palo della luce. Che ti pensarono, Ettore e Francesco? Con una cordicella lunga almeno una ventina di metri collegarono la loro finestra con quel palo della luce; la cordicella scendeva da quindici metri di altezza fino a due /tre metri del palo, e su essa cominciò a "volare" un minuscolo aeroplano di legno o forse due, che i due fratelli avevano ingegnosamente costruito.
La vacanze erano prolungate, tempo ce n'era quanto se ne voleva. Il centro dei giochi era senza dubbio lo slargo di San Nicola, vecchia chiesa andata distrutta da secoli e ora divenuta un balcone aperto sulla verde vallata di Anagni.
C'erano due fratelli un po' più grandi di noi, Ettore e Francesco, con lo strano soprannome di Quattraccinque derivato dagli antenati. Abitavano proprio su una vechia costruzione di quattro piani prospiciente lo spiazzo di San Nicola. Erano un po' rozzi perché del tutto ineruditi, ma fantasia ne avevano da vendere. E poi avevano quella bella finestra altissima sulla piazza.
All'altra estremità c'era un grande palo della luce. Che ti pensarono, Ettore e Francesco? Con una cordicella lunga almeno una ventina di metri collegarono la loro finestra con quel palo della luce; la cordicella scendeva da quindici metri di altezza fino a due /tre metri del palo, e su essa cominciò a "volare" un minuscolo aeroplano di legno o forse due, che i due fratelli avevano ingegnosamente costruito.
martedì 20 novembre 2012
67. I cinquanta punti di Anna Maria
Un brutto giorno, venimmo a sapere che Anna Maria, uscita a prendere un fiasco d'acqua fresca alla fontana di piazza del Colle, aveva fatto un brutto capitombolo giù per la scaletta a chiocciola, e i vetri del fiasco le si erano conficcati nella pancia.
La bambina fu immediatamente portata all'ospedale, tutta insanguinata e per noi quasi morente. In paese non si parlava d'altro che di questo fatto doloroso.
In realtà tutto andò bene. Anna Maria se la cavò con un grosso spavento, due ore di operazione per accertarsi che tutti i frammenti di vetro fossero stati recuperati, e poi una cinquantina di punti nella pancia.
Tre mesi dopo, Anna Maria tornò ad Acuto e ci raccontò tutto della sua lunga degenza, in un lontano ospedale che non riuscimmo mai a sapere quale fosse. Ci parlava di altri malati, di altre sofferenze, e dell'orologio di San Pasquale, un misterioso congegno che suonava le ore di morte, e chi sentiva quel suono poteva considerarsi perduto.
Raccontava così bene le sue avventure, Anna Maria, che tutti la stavamo ad ascoltare col fiato sospeso. Era la nostra eroina.
La bambina fu immediatamente portata all'ospedale, tutta insanguinata e per noi quasi morente. In paese non si parlava d'altro che di questo fatto doloroso.
In realtà tutto andò bene. Anna Maria se la cavò con un grosso spavento, due ore di operazione per accertarsi che tutti i frammenti di vetro fossero stati recuperati, e poi una cinquantina di punti nella pancia.
Tre mesi dopo, Anna Maria tornò ad Acuto e ci raccontò tutto della sua lunga degenza, in un lontano ospedale che non riuscimmo mai a sapere quale fosse. Ci parlava di altri malati, di altre sofferenze, e dell'orologio di San Pasquale, un misterioso congegno che suonava le ore di morte, e chi sentiva quel suono poteva considerarsi perduto.
Raccontava così bene le sue avventure, Anna Maria, che tutti la stavamo ad ascoltare col fiato sospeso. Era la nostra eroina.
lunedì 19 novembre 2012
66. Un'amica chiacchierona
Anna Maria faceva parte fissa del nostro piccolo clan di amici e amiche dai nove ai dodici anni. Era simpatica, chiacchierona e di grandi capacità inventive.
Abitava in Via del Colle, nella parte più alta dell'abitato di Acuto, alla quale ci si arrampicava per un ampio vicolo dirimpetto alla casa di Cherubina, un palazzone seicentesco impreziosito da un grande stemma cardinalizio.
La casa di Anna Maria era molto originale: dal portone d'ingresso si entrava in un grande atrio fresco e ombroso. Poi si saliva una scala regolare, che improvvisamente si trasformava in una scaletta a chiocciola.
Lassù abitava Ines, la mamma di Anna Maria, una signora di quarant'anni ancora piacente, ma dall'aria un po' malinconica: soffriva di cuore, non usciva mai di casa, e a noi questo fatto sembrava misterioso e affascinante. Anna Maria non aveva un papà: almeno, noi non lo avevamo mai conosciuto. Ines, però, sembrava avere una misteriosa amicizia con il padre di un altro nostro amico.
Abitava in Via del Colle, nella parte più alta dell'abitato di Acuto, alla quale ci si arrampicava per un ampio vicolo dirimpetto alla casa di Cherubina, un palazzone seicentesco impreziosito da un grande stemma cardinalizio.
La casa di Anna Maria era molto originale: dal portone d'ingresso si entrava in un grande atrio fresco e ombroso. Poi si saliva una scala regolare, che improvvisamente si trasformava in una scaletta a chiocciola.
Lassù abitava Ines, la mamma di Anna Maria, una signora di quarant'anni ancora piacente, ma dall'aria un po' malinconica: soffriva di cuore, non usciva mai di casa, e a noi questo fatto sembrava misterioso e affascinante. Anna Maria non aveva un papà: almeno, noi non lo avevamo mai conosciuto. Ines, però, sembrava avere una misteriosa amicizia con il padre di un altro nostro amico.
domenica 18 novembre 2012
65. Una festa pagana
Si cominciava a vedere il lago di Canterno. Certi anni, per le piogge, diventava più grande, enorme, andava a lambire i sobborghi di Fiuggi, Torre Caietani e Trivigliano. Uno stretto canale, sul quale era ancorata la barchetta di un pescatore, portava fino al punto in cui il lago diventava profondo.
Il rustico santuario, una volta unito ad un piccolo convento abitato da un monaco solitario, il "romito", veniva aperto una sola volta all'anno, appunto il 12 settembre, si celebrava una messa solenne, si svolgeva una coloratissima processione che compiva un ampio giro intorno alla chiesa, e poi tutta la giornata veniva lasciata a una specie di festa pagana, fatta di merende, di balli al suono di rozze fisarmoniche, di grida dei venditori: c'era perfino chi vendeva pecore, capre, galline, conigli, certamente i residui di una vecchia celebrazione pagana di fine estate.
La gente, di almeno una decina di paesi dei dintorni (Ferentino, Fumone, Vico nel Lazio, Guarcino, Collepardo, Alatri, oltre a quelli, già citati, di Acuto, Fiuggi, Trivigliano e Torre Caietani) si spargeva per gli ampi prati e consumava un rustico pranzo o una merenda, per il resto dandosi ai giochi e alle conversazioni più bizzarre e divertenti.
Poi, prima che il sole tramontasse, si riprendeva la via del ritorno, sempre in allegria, benché la strada fosse tutta in salita.
Al lago di Canterno, comunque, noi bambini e adolescenti del paese, andavamo anche in altre occasioni, quando non c'era gente, perchè la natura era assolutamente meravigliosa e multiforme.
Il rustico santuario, una volta unito ad un piccolo convento abitato da un monaco solitario, il "romito", veniva aperto una sola volta all'anno, appunto il 12 settembre, si celebrava una messa solenne, si svolgeva una coloratissima processione che compiva un ampio giro intorno alla chiesa, e poi tutta la giornata veniva lasciata a una specie di festa pagana, fatta di merende, di balli al suono di rozze fisarmoniche, di grida dei venditori: c'era perfino chi vendeva pecore, capre, galline, conigli, certamente i residui di una vecchia celebrazione pagana di fine estate.
La gente, di almeno una decina di paesi dei dintorni (Ferentino, Fumone, Vico nel Lazio, Guarcino, Collepardo, Alatri, oltre a quelli, già citati, di Acuto, Fiuggi, Trivigliano e Torre Caietani) si spargeva per gli ampi prati e consumava un rustico pranzo o una merenda, per il resto dandosi ai giochi e alle conversazioni più bizzarre e divertenti.
Poi, prima che il sole tramontasse, si riprendeva la via del ritorno, sempre in allegria, benché la strada fosse tutta in salita.
Al lago di Canterno, comunque, noi bambini e adolescenti del paese, andavamo anche in altre occasioni, quando non c'era gente, perchè la natura era assolutamente meravigliosa e multiforme.
sabato 17 novembre 2012
64. Il lago di Canterno
Che meraviglia era, per noi ragazzini di Acuto, andare in gita a piedi fino al lago di Canterno! Saranno stati, a occhio e croce, un sette/otto chilometri: ma che percorso straordinario, quante variazioni di scena!
Si partiva al mattino presto, muniti o meno di una spartana merenda: chi non l'aveva, avrebbe rimediato qualcosa sul posto, perché per lo più ci andavamo il 12 di settembre, festa della Madonna della Stella, celebrata in un rustico santuario sulla riva del lago, ai piedi della verdissima montagna di Porciano.
C'erano bancarelle con ciambelle, olive verdi dolci, fusaglie, pigne profumate già pronte per offrire i loro pinoli. Liquirizie, gazose, noci e nocciole. Ogni ben di Dio rustico e a poco prezzo. Anche semplice acqua naturale, venduta a bicchieri, e molto apprezzata dopo la lunga galoppata. Poche monete di rame bastavano per poter comprare qualcosa.
Da Acuto fino al fontanile di Colle Borano la strada era dritta e polverosa. Sarà asfaltata solo negli anni '50. Poi si girava sulla destra, lungo un viale costeggiato da gelsi (si era provato, negli anni '30, la coltura del baco da seta: nessun successo).
Una terza fase del viaggio era costituita dai castagni, alti e maestosi: quando si era già in vista di Fiuggi Terme, s'imbucava una discesa, prima ripida, poi gradatamente più leggera, finché dai castagni si sbucava in un'ampia pianura coperta di erbe selvatiche, dalle quali, al nostro passaggio, si levavano in volo le quaglie. Oggi tutto questo tratto forma il grande campo da golf di Fiuggi.
Si partiva al mattino presto, muniti o meno di una spartana merenda: chi non l'aveva, avrebbe rimediato qualcosa sul posto, perché per lo più ci andavamo il 12 di settembre, festa della Madonna della Stella, celebrata in un rustico santuario sulla riva del lago, ai piedi della verdissima montagna di Porciano.
C'erano bancarelle con ciambelle, olive verdi dolci, fusaglie, pigne profumate già pronte per offrire i loro pinoli. Liquirizie, gazose, noci e nocciole. Ogni ben di Dio rustico e a poco prezzo. Anche semplice acqua naturale, venduta a bicchieri, e molto apprezzata dopo la lunga galoppata. Poche monete di rame bastavano per poter comprare qualcosa.
Da Acuto fino al fontanile di Colle Borano la strada era dritta e polverosa. Sarà asfaltata solo negli anni '50. Poi si girava sulla destra, lungo un viale costeggiato da gelsi (si era provato, negli anni '30, la coltura del baco da seta: nessun successo).
Una terza fase del viaggio era costituita dai castagni, alti e maestosi: quando si era già in vista di Fiuggi Terme, s'imbucava una discesa, prima ripida, poi gradatamente più leggera, finché dai castagni si sbucava in un'ampia pianura coperta di erbe selvatiche, dalle quali, al nostro passaggio, si levavano in volo le quaglie. Oggi tutto questo tratto forma il grande campo da golf di Fiuggi.
venerdì 16 novembre 2012
63. Mia sorella Isola
Mia sorella Isola, la più grande, che fungeva un po' da spalla di mia madre nello svezzare tanti fratelli, ogni tanto chiamava Tore dalla finestra, quando lui passava con le sue fusaglie e le sue more. Le vendeva a bicchieri: quattro soldi ogni bicchiere, con una lira potevi comprare cinque bicchieri di more.
Isola le lavava, le metteva nell'acqua gelida per rinfrescarle, poi le spolverava con un po' di zucchero, e per noi, in tempo di guerra, quella era una vera delizia.
I bambini un po' discoli si divertivano a prendere in giro Tore, e lui qualche volta si arrabbiava, ma il più delle volte stava allo scherzo e gradiva scambiare qualche battuta allegra.
Il mestiere di Tore non conosceva pausa: ogni stagione aveva la sua frutta e le sue verdure. Poche, da portare dentro a quel canestro che lo accompagnava sempre e che gli dava da vivere.
Quando tornavamo ad Acuto, in estate, Tore era sempre lì, ancora dopo tanti anni, inconfondibile con la sua coppola, il suo immancabile cesto, i suoi capelli rossi che però gradualmente ingiallivano.
Poi scomparve. Chissà quanti anni aveva? E con lui scomparve una figura veramente caratteristica del paese. Figure così, il progresso le ha fatte sparire, portandosi via un po' di miseria, una manciata di more, e un pizzico di malinconica poesia.
Isola le lavava, le metteva nell'acqua gelida per rinfrescarle, poi le spolverava con un po' di zucchero, e per noi, in tempo di guerra, quella era una vera delizia.
I bambini un po' discoli si divertivano a prendere in giro Tore, e lui qualche volta si arrabbiava, ma il più delle volte stava allo scherzo e gradiva scambiare qualche battuta allegra.
Il mestiere di Tore non conosceva pausa: ogni stagione aveva la sua frutta e le sue verdure. Poche, da portare dentro a quel canestro che lo accompagnava sempre e che gli dava da vivere.
Quando tornavamo ad Acuto, in estate, Tore era sempre lì, ancora dopo tanti anni, inconfondibile con la sua coppola, il suo immancabile cesto, i suoi capelli rossi che però gradualmente ingiallivano.
Poi scomparve. Chissà quanti anni aveva? E con lui scomparve una figura veramente caratteristica del paese. Figure così, il progresso le ha fatte sparire, portandosi via un po' di miseria, una manciata di more, e un pizzico di malinconica poesia.
giovedì 15 novembre 2012
62. Le more di Tore
Una figura caratteristica del mio paese, Acuto, era un altro Tore, oltre a quello che si portò il Bambinello a casa dal presepe della parrocchia per ristorarlo con le sue lasagne.
Quest'altro Tore si guadagnava da vivere andando per prati e boschi, raccogliendo fragole e more, castagne e asparagi, che vendeva lungo le trade del paese con un suo cesto sempre pieno di frutti stagionali, includenti anche le fusaglie, le caldarroste e le verdure del suo orticello fuori paese, tra le rocce della Portèlla, una piccola porta nell'antica cinta delle mura.
Tore Ccione era, a modo suo, un personaggio. Di età indefinibile, dai venti anni ai cinquanta, con un berretto consunto sui capelli rossicci, era amico di tutte le donne che lo chiamavano dalle finestre per comprare a pochi centesimi le sue leccornie. Scapolo per necessità, però non rifuggiva dalle conversazioni anche un po' maliziose delle ragazze, che gli dicevano: - Tore, tu che lavori tanto, perché non ti fai una donna? -
Tore si schermiva: - Io sono serio, io le cose brutte non le faccio! - E andava avanti tranquillo con la sua spicciola filosofia: - Si rifà notte e si rifà giorno: il mondo è sempre uguale. Io tiro avanti bene così -
Aveva qualche parente lontano, qualche vecchia zia che pensava forse ai suoi bisogni più impellenti: una camicia nuova, un paio di pantaloni usati. Non aveva grandi esigenze, Tore: anzi, piccole piccole, e non si può dire se fosse felice o infelice.
Quest'altro Tore si guadagnava da vivere andando per prati e boschi, raccogliendo fragole e more, castagne e asparagi, che vendeva lungo le trade del paese con un suo cesto sempre pieno di frutti stagionali, includenti anche le fusaglie, le caldarroste e le verdure del suo orticello fuori paese, tra le rocce della Portèlla, una piccola porta nell'antica cinta delle mura.
Tore Ccione era, a modo suo, un personaggio. Di età indefinibile, dai venti anni ai cinquanta, con un berretto consunto sui capelli rossicci, era amico di tutte le donne che lo chiamavano dalle finestre per comprare a pochi centesimi le sue leccornie. Scapolo per necessità, però non rifuggiva dalle conversazioni anche un po' maliziose delle ragazze, che gli dicevano: - Tore, tu che lavori tanto, perché non ti fai una donna? -
Tore si schermiva: - Io sono serio, io le cose brutte non le faccio! - E andava avanti tranquillo con la sua spicciola filosofia: - Si rifà notte e si rifà giorno: il mondo è sempre uguale. Io tiro avanti bene così -
Aveva qualche parente lontano, qualche vecchia zia che pensava forse ai suoi bisogni più impellenti: una camicia nuova, un paio di pantaloni usati. Non aveva grandi esigenze, Tore: anzi, piccole piccole, e non si può dire se fosse felice o infelice.
mercoledì 14 novembre 2012
61. La traversata di Roma
Gli esami, comunque, vennero spostati di un giorno, e così io, dieci anni non ancora compiuti, mi ritrovai solo, col problema di tornare a casa a piedi. Mezzi diretti non ce n'erano, il filobus numero 71 ancora non riprendeva servizio, gli Alleati erano entrati a Roma non più di dieci giorni prima.
Io non mi persi di coraggio. Mi sembrava di aver memorizzato bene la strada.
Andò tutto bene fino al Messaggero. Poi commisi l'errore di proseguire dritto verso Via Veneto. Però mi resi conto, dopo un po', di non aver ritrovato il Traforo. Allora con calma tornai indietro, finchè con un sospiro di sollievo non vidi l'imboccatura del tunnel. Tutto si era risolto bene. Allora il Traforo, con le sue bianchissime mattonelle e un traffico in pratica inesistente, era comodamente percorribile.
Con i libri sotto il braccio, fischiettando come Pinocchio che ancora non si era imbattuto nel Teatro dei burattini, sbucai infine per Via Merulana. Mia zia era stata avvertita per telefono del rinvio degli esami, e si era già messa in allarme.
Quando mi vide apparire, tutto solo, dalla sua altissima finestra al quinto piano, mi riconobbe dalla camicia che indossavo, verde scuro a quadretti, e ringraziò Dio. Avrei potuto benissimo smarrirmi nella grande città, io piccolo bambino di paese. Quella fu la mia prima avventura romana.
Io non mi persi di coraggio. Mi sembrava di aver memorizzato bene la strada.
Andò tutto bene fino al Messaggero. Poi commisi l'errore di proseguire dritto verso Via Veneto. Però mi resi conto, dopo un po', di non aver ritrovato il Traforo. Allora con calma tornai indietro, finchè con un sospiro di sollievo non vidi l'imboccatura del tunnel. Tutto si era risolto bene. Allora il Traforo, con le sue bianchissime mattonelle e un traffico in pratica inesistente, era comodamente percorribile.
Con i libri sotto il braccio, fischiettando come Pinocchio che ancora non si era imbattuto nel Teatro dei burattini, sbucai infine per Via Merulana. Mia zia era stata avvertita per telefono del rinvio degli esami, e si era già messa in allarme.
Quando mi vide apparire, tutto solo, dalla sua altissima finestra al quinto piano, mi riconobbe dalla camicia che indossavo, verde scuro a quadretti, e ringraziò Dio. Avrei potuto benissimo smarrirmi nella grande città, io piccolo bambino di paese. Quella fu la mia prima avventura romana.
martedì 13 novembre 2012
60. La ripresa delle scuole
Appena usciti dalla guerra, nello stesso giugno del 1944, quando da Firenze in su ancora si combatteva, da noi riprese un fervore di vita incredibile, anche se l'economia era a zero e la miseria continuava ad essere una realtà con cui fare i conti tutti i giorni.
Ma i conti col passato erano in sospeso, bisognava riallacciare i rapporti con le regole, la vita improvvisata giorno per giorno non piaceva più a nessuno.
Le prime a riprendere furono le scuole. Io non avevo frequentato la quinta elementare perché l'anno scolastico era saltato, tra l'armistizio, la lenta avanzata degli alleati e la liberazione. A giugno volli dare ugualmente gli esami di ammissione alla scuola media, e per questo dovetti andare a Roma a sostenerli al Collegio Nazareno al Tritone.
Mi ospitò, per quel periodo, la zia Agnese, quella di Via Merulana. Da qui al Nazareno c'era almeno un chilometro di strada: Santa Maria Maggiore, la discesa di Via Panisperna, via Milano, l'attraversamento di Via Nazionale, poi il Traforo sotto il Quirinale, e finalmente il Tritone.
All'andata, il primo giorno degli esami, mi accompagnò mio fratello maggiore, che lavorava già a Roma e viveva con la stessa zia Agnese, la quale aveva una casa piuttosto grande al quinto piano di un caseggiato umbertino dai soffitti altissimi e con enormi finestroni sulla grande arteria che va da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, un centinaio di metri più giù del cinema Brancaccio.
Ma i conti col passato erano in sospeso, bisognava riallacciare i rapporti con le regole, la vita improvvisata giorno per giorno non piaceva più a nessuno.
Le prime a riprendere furono le scuole. Io non avevo frequentato la quinta elementare perché l'anno scolastico era saltato, tra l'armistizio, la lenta avanzata degli alleati e la liberazione. A giugno volli dare ugualmente gli esami di ammissione alla scuola media, e per questo dovetti andare a Roma a sostenerli al Collegio Nazareno al Tritone.
Mi ospitò, per quel periodo, la zia Agnese, quella di Via Merulana. Da qui al Nazareno c'era almeno un chilometro di strada: Santa Maria Maggiore, la discesa di Via Panisperna, via Milano, l'attraversamento di Via Nazionale, poi il Traforo sotto il Quirinale, e finalmente il Tritone.
All'andata, il primo giorno degli esami, mi accompagnò mio fratello maggiore, che lavorava già a Roma e viveva con la stessa zia Agnese, la quale aveva una casa piuttosto grande al quinto piano di un caseggiato umbertino dai soffitti altissimi e con enormi finestroni sulla grande arteria che va da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, un centinaio di metri più giù del cinema Brancaccio.
lunedì 12 novembre 2012
59. Ritorno in famiglia
Scendemmo i vicoli e la strada sterrata che portava giù alla stazione delle ferrovie vicinali, certamente allora inattive in conseguenza dei bombardamenti. Ma a noi interessava la strada provinciale, quella che in dieci chilometri ci avrebbe riportati al "nostro" paese, Acuto, e alla "nostra" famiglia.
Cincischiammo per qualche mezz'ora tra sassi e cespugli, senza trovare quella benedetta via. Alla fine, sfiduciati e impauriti, quasi sicuri di perderci, decidemmo di ritornare su, dai nostri zii, che avrebbero voluto adottarci, ma evidentemente leggevano sui nostri volti un profondo dolore e una enorme desolazione. Di lì a pochi giorni ci ritrovammo, assai felici, nella nostra povera ma amatissima famiglia, e nel nostro povero paese, e non li avremmo scambiati per nessun'altra famiglia e per nessun altro paese.
Bisognava stringere i denti. Mio fratello più grande, Vito, appena laureato, aveva trovato un primo lavoro a Roma, e dopo la morte di mio padre aveva preso le redini della famiglia pur avendo soltanto ventitre anni.
Arrivava finalmente un po' di denaro sicuro per tirare avanti con dignità, e ormai il nostro futuro non poteva più essere il paese, bensì la Capitale, nella quale c'era possibilità di lavoro anche per gli altri figli. Ma per il momento, per noi più giovani, il nostro piccolo mondo di Acuto rimaneva ancora il centro dei nostri affetti e dei nostri interessi.
Cincischiammo per qualche mezz'ora tra sassi e cespugli, senza trovare quella benedetta via. Alla fine, sfiduciati e impauriti, quasi sicuri di perderci, decidemmo di ritornare su, dai nostri zii, che avrebbero voluto adottarci, ma evidentemente leggevano sui nostri volti un profondo dolore e una enorme desolazione. Di lì a pochi giorni ci ritrovammo, assai felici, nella nostra povera ma amatissima famiglia, e nel nostro povero paese, e non li avremmo scambiati per nessun'altra famiglia e per nessun altro paese.
Bisognava stringere i denti. Mio fratello più grande, Vito, appena laureato, aveva trovato un primo lavoro a Roma, e dopo la morte di mio padre aveva preso le redini della famiglia pur avendo soltanto ventitre anni.
Arrivava finalmente un po' di denaro sicuro per tirare avanti con dignità, e ormai il nostro futuro non poteva più essere il paese, bensì la Capitale, nella quale c'era possibilità di lavoro anche per gli altri figli. Ma per il momento, per noi più giovani, il nostro piccolo mondo di Acuto rimaneva ancora il centro dei nostri affetti e dei nostri interessi.
domenica 11 novembre 2012
58. La grande fuga
Ci ritrovammo per alcuni giorni ciondoloni nella grande e oscura casa di zia Paolina al Piglio. Ci sentivamo morire tutti e due, zia Paolina non sembrava gradire molto quella soluzione. Lei era abituata a una solitudine totale, rallegrata solo dall'affetto profondo di alcune amiche di lunga data, disposte a far tutto per lei.
Noi due bambini, in un paese in cui, tranne i parenti, non conoscevamo nessuno, non potevamo giocare che tra noi due. Non avevamo neanche il coraggio di allontanarci dalle scale di quella casa, finché un giorno zia Paolina non si arrabbiò e ci strappò con una certa forza dall'inferriata che fronteggiava il fianco della lunga scala: voleva che ci decidessimo a farci coraggio, ad allontanarci, a cercare qualche piccolo amico.
Noi la prendemmo come una vera violenza, e ci aggrappammo con forza a quella inferriata. Quando poi, a qualche mese di distanza, raccontavamo quell'episodio, ricordo che mio fratello escalama: "Se non ci fossimo sorretti alla ringhiera..."
Così maturò la grande decisione. La mattina dopo, di comune accordo, ci allontanammo davvero, di nostra spontanea volontà.
Noi due bambini, in un paese in cui, tranne i parenti, non conoscevamo nessuno, non potevamo giocare che tra noi due. Non avevamo neanche il coraggio di allontanarci dalle scale di quella casa, finché un giorno zia Paolina non si arrabbiò e ci strappò con una certa forza dall'inferriata che fronteggiava il fianco della lunga scala: voleva che ci decidessimo a farci coraggio, ad allontanarci, a cercare qualche piccolo amico.
Noi la prendemmo come una vera violenza, e ci aggrappammo con forza a quella inferriata. Quando poi, a qualche mese di distanza, raccontavamo quell'episodio, ricordo che mio fratello escalama: "Se non ci fossimo sorretti alla ringhiera..."
Così maturò la grande decisione. La mattina dopo, di comune accordo, ci allontanammo davvero, di nostra spontanea volontà.
sabato 10 novembre 2012
57. Un cambiamento profondo
Ci fu una fase della mia vita in cui si sarebbe potuto verificare una cambiamento profondo, ma da me non accettato. Ora non ricordo bene neppure il particolare più determinante e più duro: se mio padre fosse già morto, se la necessità di alleggerire una situazione difficile avesse potuto indurre mia madre, e forse anche il mio fratello maggiore, a staccare dalla famiglia me e il mio fratello minore Luciano per andare a rendere più viva l'altra famiglia, quella di zio Pasquale e di zia Paolina che non avevano figli. Io potevo avere dieci anni e Luciano sette.
In realtà, questo episodio della mia vita rimane oscuro, o forse intorno ad esso io debbo aver mitizzato.Non posso credere infatti che mia madre, così affettuosa e sempre attaccatissima a noi, avesse potuto pensare di fare a meno di due dei suoi figli per farne dono alla cara zia Paolina, né che quest'ultima se la fosse sentita veramente di rinunciare al suo ruolo di zia totalmente disimpegnata per accettare quello, molto più impegnativo, di madre.
Sicuramente si tratta solo di un fatto momentaneo, di una specie di vacanza prolungata per me e per mio fratello Luciano, e del desiderio di alleggerire il peso insostenibile di una famiglione come il nostro per le sue fragili spalle di madre.Sì, fu veramente questa l'idea.
Ma a noi due bambini, legatissimi al nostro ambiente, e per ambiente bisogna intendere anche il nostro amato paese di Acuto, l'idea di cambiare famiglia anche solo per una vacanza estiva parve decisamente assurda e punitiva, e non potevamo pensare a un distacco definitivo. Bastava ricordare, del resto, la favola di Nino e Rita, cioè di Hansel e Gretel. Non c'era stato, nei genitori dei due ragazzi, addirittura un conciliabolo per sbarazzarsene a causa di una miseria incombente? Quella favola sembrava riferirsi proprio a un caso come il nostro.
In realtà, questo episodio della mia vita rimane oscuro, o forse intorno ad esso io debbo aver mitizzato.Non posso credere infatti che mia madre, così affettuosa e sempre attaccatissima a noi, avesse potuto pensare di fare a meno di due dei suoi figli per farne dono alla cara zia Paolina, né che quest'ultima se la fosse sentita veramente di rinunciare al suo ruolo di zia totalmente disimpegnata per accettare quello, molto più impegnativo, di madre.
Sicuramente si tratta solo di un fatto momentaneo, di una specie di vacanza prolungata per me e per mio fratello Luciano, e del desiderio di alleggerire il peso insostenibile di una famiglione come il nostro per le sue fragili spalle di madre.Sì, fu veramente questa l'idea.
Ma a noi due bambini, legatissimi al nostro ambiente, e per ambiente bisogna intendere anche il nostro amato paese di Acuto, l'idea di cambiare famiglia anche solo per una vacanza estiva parve decisamente assurda e punitiva, e non potevamo pensare a un distacco definitivo. Bastava ricordare, del resto, la favola di Nino e Rita, cioè di Hansel e Gretel. Non c'era stato, nei genitori dei due ragazzi, addirittura un conciliabolo per sbarazzarsene a causa di una miseria incombente? Quella favola sembrava riferirsi proprio a un caso come il nostro.
venerdì 9 novembre 2012
56. Zio e compare
Degli altri zii, Pasquale era quello più vicino a noi, in quanto non aveva figli, mentre mio padre ne aveva forse qualcuno di troppo. A zio Pasquale piaceva molto leggere, era il più colto dei fratelli, e aveva una simpatia per me proprio perché anch'io amavo molto la lettura. Nell'estate del 1943, proprio nel pieno della guerra, mi fece da padrino per la Cresima: erano tempi veramente cupi, non poté farmi nemmeno il tradizionale regalo del "compare", e rimediò in qualche modo sottoscrivendo un buono di risparmio postale di 500 lire, una cifra non indifferente per quei tempi, quando ancora vigeva la favola delle "mille lire al mese" ("Se potessi avere...").
Mussolini aveva fatto di tuto per tenere alto il valore della nostra lira: ma ormai per lui tutto crollava proprio in quei giorni, tra il 25 luglio e l'8 settembre, caduta del Regime e armistizio badogliano. Di quel buono postale nessuno si curò più: lo ritrovai qualche anno dopo e ancora lo conservo, come cimelio eloquente di tempi durissimi ma incancellabili nella memoria.
Mussolini aveva fatto di tuto per tenere alto il valore della nostra lira: ma ormai per lui tutto crollava proprio in quei giorni, tra il 25 luglio e l'8 settembre, caduta del Regime e armistizio badogliano. Di quel buono postale nessuno si curò più: lo ritrovai qualche anno dopo e ancora lo conservo, come cimelio eloquente di tempi durissimi ma incancellabili nella memoria.
giovedì 8 novembre 2012
55.Gli zii Pasquale, Angelo e Pierino
Mio padre si divertiva a narrare quelle avventure inverosimili che a me sembravano invece tanto vere, come quelle di Giovannin senza paura, o di qualche allegro brigante riemerso in seguito anche da brandelli del Decameron e di Pietro Aretino.
Mio padre era molto legato ai suoi fratelli, Pasquale, Angelino e Pierino. E alle sorelle Antonietta, restata nella cittadina orginaria di Maddaloni, vicino Caserta, e Lucia, emigrata in America, dove era andata sposa a un altro immigrato italiano, di cognome Verna: era bella, luminosa di carnagione, ma io la ricordavo solo da quella triste fotografia che la inquadrava sul letto di morte, fra tanti malinconici fiori. Quella foto rendeva ancora più lugubre il lungo corridoio della casa dei nonni, a Piglio.
Nonno Silvestro io non lo avevo neanche conosciuto, era morto qualche anno prima della mia nascita. Restava nonna Amalia, ma ora se ne stava immobile tutto il giorno su quella poltrona, invocando il nome del suo figlio più piccolo, Pierino. "Peruzzo mio, Peruzzo mio!" era il suo incessante lamento.
Peruzzo era andato in guerra, in Libia, ma era stato fatto prigioniero dagli inglesi, nella ritirata di Tobruk nell'inverno del 1942. Zio Pierino tornò dalla prigionia due anni dopo, ma nonna Amalia non fece in tempo a rivederlo, e morì con il nome del figlio sulle labbra.
Mio padre era molto legato ai suoi fratelli, Pasquale, Angelino e Pierino. E alle sorelle Antonietta, restata nella cittadina orginaria di Maddaloni, vicino Caserta, e Lucia, emigrata in America, dove era andata sposa a un altro immigrato italiano, di cognome Verna: era bella, luminosa di carnagione, ma io la ricordavo solo da quella triste fotografia che la inquadrava sul letto di morte, fra tanti malinconici fiori. Quella foto rendeva ancora più lugubre il lungo corridoio della casa dei nonni, a Piglio.
Nonno Silvestro io non lo avevo neanche conosciuto, era morto qualche anno prima della mia nascita. Restava nonna Amalia, ma ora se ne stava immobile tutto il giorno su quella poltrona, invocando il nome del suo figlio più piccolo, Pierino. "Peruzzo mio, Peruzzo mio!" era il suo incessante lamento.
Peruzzo era andato in guerra, in Libia, ma era stato fatto prigioniero dagli inglesi, nella ritirata di Tobruk nell'inverno del 1942. Zio Pierino tornò dalla prigionia due anni dopo, ma nonna Amalia non fece in tempo a rivederlo, e morì con il nome del figlio sulle labbra.
mercoledì 7 novembre 2012
54. Le meraviglie
Dei piccoli viaggi di lavoro di mio padre, in partenza da Acuto, conservo nella memoria qualche asssenza notturna, e le albe in attesa del rientro. Svegliandomi, e non trovando mio padre, chiedevo a mia madre dove fosse andato. Io dormivo in un lettino accanto al letto matrimoniale, dato che eravamo tanti e gli spazi erano ritretti.
Mia madre mi rispondeva, un po' evasiva e un po' burlona, mentre io la prendevo alla lettera: "Papà è andato a Foligno a comprare le meraviglie..."Forse erano le parole di una canzone popolare, ma io insistevo: che cos'erano le meraviglie? Lei ribatteva, un po' infastidita: "Le ciliege marine..." Per me il mistero persisteva ancora più fitto, e non ricordo come si concludeva, se veramente mio padre mi portasse qualche piccola sorpresa dopo i suoi brevi viaggi di un giorno o due.
Ero molto legato a mio padre, e quando morì il mio dolore fu intenso; non riuscivo a credere che stavolta il suo viaggio fosse per sempre. Quasi tutte le sere mia madre affidava a papà il compito di portare a dormire il più piccolo dei figli, e lui, stanco della lunga giornata di lavoro, lo faceva volentieri, approfittandone per raccontarci tante di quelle favole popolari del nostro meridione, che poi ho ritrovato nella raccolta di Italo Calvino o in altri testi più antichi come quelli del Basile.
Mia madre mi rispondeva, un po' evasiva e un po' burlona, mentre io la prendevo alla lettera: "Papà è andato a Foligno a comprare le meraviglie..."Forse erano le parole di una canzone popolare, ma io insistevo: che cos'erano le meraviglie? Lei ribatteva, un po' infastidita: "Le ciliege marine..." Per me il mistero persisteva ancora più fitto, e non ricordo come si concludeva, se veramente mio padre mi portasse qualche piccola sorpresa dopo i suoi brevi viaggi di un giorno o due.
Ero molto legato a mio padre, e quando morì il mio dolore fu intenso; non riuscivo a credere che stavolta il suo viaggio fosse per sempre. Quasi tutte le sere mia madre affidava a papà il compito di portare a dormire il più piccolo dei figli, e lui, stanco della lunga giornata di lavoro, lo faceva volentieri, approfittandone per raccontarci tante di quelle favole popolari del nostro meridione, che poi ho ritrovato nella raccolta di Italo Calvino o in altri testi più antichi come quelli del Basile.
martedì 6 novembre 2012
53. La passione per il pallone
Il campo era abbastanza pianeggiante e regolare, ricavato alla meglio fra grosse piante di pino e alberi di acaia, che in estate emanavano un profumo intenso, quasi da lasciarti stordito. Poi quel terreno fu riservato al mercato del martedì, e vi sorsero alcune case popolari, sicché ne venne fuori una piazza.
Il campo sportivo venne spostato fuori del paese, nella frazione di Casanova, ma era piuttosto sassoso e in parte anche in pendio, sicché la squadra che giocava nella parte in discesa doveva compiere uno sforzo enorme per giungere sotto l'altra porta e potervi fare un gol. Però, poiché i tempi delle partite di calcio sono due, nella ripresa i ruoli s'invertivano, e di solito chi vinceva doveva dimostrare di essere davvero il più forte.
Su questo campo, per un certo periodo, giocavamo dalla mattina alla sera, per ore e ore, senza fermarci mai, incuranti dei tanti piccoli incidenti di gioco, con i primi pesantissimi palloni di cuoio e con scarpe da gioco rudimentali, che ci riducevano i piedi in condizioni pietose.
Poi, piano piano,la passione venne sbollendo, anche perché era ormai sopraggiunta la stagione delle prime cottarelle amorose.
Quella del pallone, comunque, era stata per me una vera e propria scoperta: dai quattordici anni in su, si accomunò al tifo per la Lazio, e gradualmente all'aspirazione a diventare un giornalista sportivo. Fu la cosa che provai non appena misi piede a Roma, a diciotto anni.
Il campo sportivo venne spostato fuori del paese, nella frazione di Casanova, ma era piuttosto sassoso e in parte anche in pendio, sicché la squadra che giocava nella parte in discesa doveva compiere uno sforzo enorme per giungere sotto l'altra porta e potervi fare un gol. Però, poiché i tempi delle partite di calcio sono due, nella ripresa i ruoli s'invertivano, e di solito chi vinceva doveva dimostrare di essere davvero il più forte.
Su questo campo, per un certo periodo, giocavamo dalla mattina alla sera, per ore e ore, senza fermarci mai, incuranti dei tanti piccoli incidenti di gioco, con i primi pesantissimi palloni di cuoio e con scarpe da gioco rudimentali, che ci riducevano i piedi in condizioni pietose.
Poi, piano piano,la passione venne sbollendo, anche perché era ormai sopraggiunta la stagione delle prime cottarelle amorose.
Quella del pallone, comunque, era stata per me una vera e propria scoperta: dai quattordici anni in su, si accomunò al tifo per la Lazio, e gradualmente all'aspirazione a diventare un giornalista sportivo. Fu la cosa che provai non appena misi piede a Roma, a diciotto anni.
lunedì 5 novembre 2012
52. I prati di Acuto
Un altro nostro divertimento, per niente scevro di pericoli, aveva come scenario i prati in forte discesa che, sulla via che conduce al cimitero, finivano in fondo alla vallata sottostante alla piazza del mercato. Erano prati sempre verdi, sia d'estate che d'inverno, assolati e compatti, dove di solito pascolava qualche gruppetto di mucche. Noi ci allungavamo sul terreno all'inizio della pendenza, e ci rotolavamo giù, per un centinaio di metri, provando l'ebbrezza della discesa, incuranti delle spine, di qualche sasso sporgente o della possibilità d'incontrare qualche "regalo" delle mucche, più o meno essiccato.
Del resto, sui prati del tutto fuori vista sottostanti al camposanto, dall'altro versante del monte Calvario, così chiamato a somiglianza di quello di Gerusalemme, per un certo periodo invalse la moda, da parte di ragazzi e ragazze molto più grandi di noi, di prendere veri e propri bagni di sole. Questi erano i pochi divertimenti che il paese offriva.
Un po' più grandicelli, venne di moda il gioco della palla. Ma per comprare un vero e proprio pallone soldi non ce n'erano: allora facevamo una palla di carta di giornale, legandola fitta fitta con degli elastici, e ci sfogavamo a prenderla a calci, ingaggiando vere e proprie partite, sul terreno del giardino sottostante alla piazza principale, che una volta era stato una specie di laghetto ("volubro") prosciugatosi col tempo.
Del resto, sui prati del tutto fuori vista sottostanti al camposanto, dall'altro versante del monte Calvario, così chiamato a somiglianza di quello di Gerusalemme, per un certo periodo invalse la moda, da parte di ragazzi e ragazze molto più grandi di noi, di prendere veri e propri bagni di sole. Questi erano i pochi divertimenti che il paese offriva.
Un po' più grandicelli, venne di moda il gioco della palla. Ma per comprare un vero e proprio pallone soldi non ce n'erano: allora facevamo una palla di carta di giornale, legandola fitta fitta con degli elastici, e ci sfogavamo a prenderla a calci, ingaggiando vere e proprie partite, sul terreno del giardino sottostante alla piazza principale, che una volta era stato una specie di laghetto ("volubro") prosciugatosi col tempo.
domenica 4 novembre 2012
51. Un impellente bisogno
Interruppi così una bella serata di amichevoli conversazioni, condite da qualche bicchiere di buon vino, che al Piglio è di eccellente qualità, e costrinsi il povero Elia a tornare anzitempo al paese con il camioncino, mentre mio padre sarebbe andato al mercato la mattina dopo con i suoi fratelli.
I motivi della mia impuntatura restarono misteriosi per tutti i dieci chilometri di strada, tra l'altro montuosa e ricca di tornanti, fra il Piglio ed Acuto. Finalmente Elia, uomo di grande pazienza, annunciò il mio arrivo a casa, alle otto di sera, con fragorosi colpi di battente al portoncino di casa mia.
Mia madre mi accolse un po' allarmata, ma io mi recai di corsa al bagno per liberarmi di un mio impellente per quanto piccolo bisogno: era proprio questo il motivo del mio capriccio, perchè ero così impacciato e timido da non avere il coraggio di chiedere a zia Paolina la strada per il suo bagno, tanto mi sembrava misteriosa e grande la sua casa.
Quando Elia scoprì il motivo della mia irrequietezza, solo il bisogno di orinare, non poté fare a meno di rimproverarmi, sia pure fra le risate. Mia madre, ovviamente, si risentì di di questo mio comportamento, e cercò in seguito di sollecitare una mia maggior confidenza nel prossimo. Almeno fra parenti stretti!
I motivi della mia impuntatura restarono misteriosi per tutti i dieci chilometri di strada, tra l'altro montuosa e ricca di tornanti, fra il Piglio ed Acuto. Finalmente Elia, uomo di grande pazienza, annunciò il mio arrivo a casa, alle otto di sera, con fragorosi colpi di battente al portoncino di casa mia.
Mia madre mi accolse un po' allarmata, ma io mi recai di corsa al bagno per liberarmi di un mio impellente per quanto piccolo bisogno: era proprio questo il motivo del mio capriccio, perchè ero così impacciato e timido da non avere il coraggio di chiedere a zia Paolina la strada per il suo bagno, tanto mi sembrava misteriosa e grande la sua casa.
Quando Elia scoprì il motivo della mia irrequietezza, solo il bisogno di orinare, non poté fare a meno di rimproverarmi, sia pure fra le risate. Mia madre, ovviamente, si risentì di di questo mio comportamento, e cercò in seguito di sollecitare una mia maggior confidenza nel prossimo. Almeno fra parenti stretti!
sabato 3 novembre 2012
50. Una solenne impuntatura
Mio padre, oltre ad avere un negozio di stoffe, nel corso della settimana esercitava anche il commercio ambulante, con una bancarella nei mercatini di paese insieme ai suoi fratelli del Piglio, Pasquale, Angelo e Pierino. Utilizzava un camioncino alla cui guida era addetto un amico, Elia, originario delle Puglie, uomo paziente e fidato, con una sua vena umoristica che lo rendeva simpatico e di buona compagnia.
Un pomeriggio, alla vigilia di uno di questi piccoli spostamenti nei paesi vicini, mio padre ed Elia si recarono con il camioncino alla casa degli zii del Piglio, e precisamente di Pasquale, che era il più anziano e un po' il leader carismatico del gruppo familiare. Mio padre, forse dietro mie insistenze, decise di portarmi con sé: avrò avuto quattro anni. Tutto andò bne per qualche ora: zio Pasquale e zia Paolina non avevano figli, e tenere con sé un piccolo nipote li riempiva di gioia. Mi colmavano di mille attenzioni.
Zio Pasquale divenne anche il mio compare di cresima, ed ebbe sempre per me un grande affetto. Ma io, in quella occasione, gli diedi una grande amarezza, perché a un certo momento, quando cominciò a far buio, presi una solenne impuntattura e decisi di volere tornare ad Acuto, a casa mia.
Un pomeriggio, alla vigilia di uno di questi piccoli spostamenti nei paesi vicini, mio padre ed Elia si recarono con il camioncino alla casa degli zii del Piglio, e precisamente di Pasquale, che era il più anziano e un po' il leader carismatico del gruppo familiare. Mio padre, forse dietro mie insistenze, decise di portarmi con sé: avrò avuto quattro anni. Tutto andò bne per qualche ora: zio Pasquale e zia Paolina non avevano figli, e tenere con sé un piccolo nipote li riempiva di gioia. Mi colmavano di mille attenzioni.
Zio Pasquale divenne anche il mio compare di cresima, ed ebbe sempre per me un grande affetto. Ma io, in quella occasione, gli diedi una grande amarezza, perché a un certo momento, quando cominciò a far buio, presi una solenne impuntattura e decisi di volere tornare ad Acuto, a casa mia.
venerdì 2 novembre 2012
49. Placido
Mafalda fuggì terrorizzata, mia madre prese ad urlare piena di disperazione, io a mia volta piangevo a dirotto. Mi portarono all'ospedale di Anagni, e un chirurgo ricucì con molta pazienza i margini della ferita al dito amputato, mentre io, per il dolore, prendevo a calci il piccolo tavolo rotondo sul quale veniva effettuato l'intervento. Stranamente, ricordo che per calmarmi mi diedero una caramella rotonda avvolta in una carta rossa trasparente. Dettaglio incancellabile nella mia memoria. Incancellabile come il rimorso di aver chiuso nervosamente la porta in faccia a Mafalda, la quale mi perdonò, e anzi, ogni volta che m'incontrava, sembrava volersi scusare per avermi involontariamente procurato quella piccola ma significativa menomazione.
Da bambino, come si può constatare, non devo essere stato una bambino tanto tranquillo, malgrado le apparenze. Sì, ero calmo, quasi sempre, almeno: tanto è vero che il mio fratello appena un po' più grande di me, con i suoi tre anni di vantaggio, mi aveva dato l'appellativo di "placido", Luigi placido. In realtà in paese esisteva un altro Luigi Placido, coetaneo di mo fratello, e così il nomignolo mi era stato girato, e sembrava calzarmi a pennello. In realtà, anch'io avevo le mie impuntature e facevo i miei capricci, qualcuno davvero tremendo.
Da bambino, come si può constatare, non devo essere stato una bambino tanto tranquillo, malgrado le apparenze. Sì, ero calmo, quasi sempre, almeno: tanto è vero che il mio fratello appena un po' più grande di me, con i suoi tre anni di vantaggio, mi aveva dato l'appellativo di "placido", Luigi placido. In realtà in paese esisteva un altro Luigi Placido, coetaneo di mo fratello, e così il nomignolo mi era stato girato, e sembrava calzarmi a pennello. In realtà, anch'io avevo le mie impuntature e facevo i miei capricci, qualcuno davvero tremendo.
giovedì 1 novembre 2012
48. Il dito tagliato
Ribelle e impulsivo: due brutte qualità del mio carattere, di cui devo scontare continuamente le conseguenze. Cominciò presto, la mia carriera: a tre anni già aveva lasciato il segno.
Stavamo in cucina, mia madre affaccendata nel suo duro compito di genitrice con troppi figli. C'era una gran corrente, perchè la porta sul balcone corrispondeva frontalmente a quella d'ingresso. Si sentì bussare piano piano a questa porta: io andai ad aprire, e c'era una bambina povera che chiedeva del pane.
Mia madre disse: - Mafalda, di pane non ne abbiamo più. E' fine settimana e debbo ancora farlo -
Però Mafalda aveva fame e insisteva. Anche loro erano una famiglia numerosa, ma il padre non viveva con loro e non ce la facevano a sbarcare il lunario. Io ascoltavo il lamento insistente di Mafalda e la risposta, ripetuta ogni volta, di mia madre. Allora persi la pazienza e andai a chiudere con un certo nervosismo quella porta. Ma c'era vento, e la porta, che aveva un certo spessore e margini taglienti, m'imprigionò l'ultima falange dell'anulare della mano destra, tagliandola di netto.
Stavamo in cucina, mia madre affaccendata nel suo duro compito di genitrice con troppi figli. C'era una gran corrente, perchè la porta sul balcone corrispondeva frontalmente a quella d'ingresso. Si sentì bussare piano piano a questa porta: io andai ad aprire, e c'era una bambina povera che chiedeva del pane.
Mia madre disse: - Mafalda, di pane non ne abbiamo più. E' fine settimana e debbo ancora farlo -
Però Mafalda aveva fame e insisteva. Anche loro erano una famiglia numerosa, ma il padre non viveva con loro e non ce la facevano a sbarcare il lunario. Io ascoltavo il lamento insistente di Mafalda e la risposta, ripetuta ogni volta, di mia madre. Allora persi la pazienza e andai a chiudere con un certo nervosismo quella porta. Ma c'era vento, e la porta, che aveva un certo spessore e margini taglienti, m'imprigionò l'ultima falange dell'anulare della mano destra, tagliandola di netto.
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