lunedì 31 dicembre 2012

104. L'automobile ha cancellato le tradizioni

Ai nostri tempi non c'erano davvero le tante bevande moderne, ma ci si ristorava con acqua fresca, vino bianco leggero o al massimo qualche gazosa. Si stava lì a Mezzomonte un bel po' sotto il sole di aprile, non ancora cocente, oppure ci si andava a riposare sul fresco sedile nell'atrio della chiesetta.
Altri divertimenti non c'erano. Si trattava soltanto di una breve gita, di una merenda allegra, di quattro chiacchiere tra amici e parenti, e poi si tornava su in paese. Nel primo dopoguerra, la gita si ripeteva di lì a pochi giorni per celebrare il primo maggio. Poi, con l'andare del tempo, si preferì andare al santuario più lontano della Madonna della Stella, sul lago di Canterno.
Con l'arrivo dell'automobile come mezzo di massa, tutte queste rustiche tradizioni sono andate perdute. Rimane soltanto qualche vecchia foto in bianco e nero fra le rocce della Madonna di Mezzomonte, a ricordare un periodo in cui della povertà nessuno si vergognava o sentiva il peso, e bastava un'allegra risata in comitiva per sentirsi felici.
Oggi no. Basta che il vicino abbia una casa più grande, o una macchina più potente, o un mestiere meglio remunerato, perché nasca un sentimento diverso, che divide piuttosto che unire. E poi la politica, che fa il resto.

sabato 29 dicembre 2012

103. La pasquetta a Mezzomonte

Proprio a metà della spoglia montagna sulla quale si è sviluppato l'abitato di Acuto, lungo la strada sassosa che dalla valle ben coltivata porta su al paese, sorge una chiesetta dal fascino incredibile: la Madonna di Mezzomonte. Una chiesetta piccola piccola, appena dotata di una campanella chiacchierina, con un semplice altare e un paio di rozzi affreschi risalenti a chissà quale tempo. Il fascino della chiesetta risiede soprattutto nel pronao, ossia in uno spazio ombroso protetto da una tettoia, con un doppio arco e un parapetto sulla vallata, e un sedile tutto intorno, che promette allo stanco viandante, o al contadino col suo asino, di fermarsi un istante, a ristorarsi e ad ammirare la magnifica vallata sottostante, aperta sull'abitato di Anagni.
Un luogo che conserva tutta la sua struttura e il rustico stile di un piccolo santuario francescano. Tutto intorno, non ci sono che rocce. Soltanto a primavera, dei cespugli odorosi di ginestre. Un luogo ideale per la contemplazione, il raccoglimento e l'introspezione.
Questo luogo, però, ai miei tempi, era riservato alla festa di pasquetta. Piccoli gruppetti di giovani, o di famiglie, si recavano qui il lunedì dell'Angelo per una festa rustica molto sentita. Si preparavano per l'occasione anche dei dolci tipici: il tortolo, cioè un'austera torta fatta solo di farina addolcita e profumata con l'anice; le tipiche pupattole al forno, con le mani ripiegate sul ventre a proteggere un uovo sodo, simbolo della fertilità, certamente un dolce di origine pagana che si fa anche a Frascati; e infine le corticchiozze, un dolce veramente prelibato, impastato col vino rosso e ricoperto di zucchero, con forme che riproducono una specie di esse ricca di ghirigori e delizioso da sgranocchiare.

giovedì 27 dicembre 2012

102. La lezione sul gioco

Mio padre, naturalmente, mi attese. appena aprii il cassetto, mi si parò davanti, mi afferrò per un orecchio, e mi fece una solenne ramanzina davanti a tutti gli avventori incuriositi e all'amico che aveva denunciato l'accaduto al legittimo proprietario del cassetto.Una lezione bruciante, che ricordai per tutta la vita. Forse è da lì che è nata in me l'avversione per qualunque gioco di denaro, perfino della schedina del Totocalcio o del gioco del lotto, e la convinzione che risparmiare il denaro delle giocate sia la vera vincita che si possa fare.
Recentemente, con un gruppo di amici di Cave, per un poco d'anni abbiamo giocato al lotto ed abbiamo vinto anche delle piccole cifre, utilizzate per andare a pranzo con le nostre consorti. Ma poi ci siamo resi conto che, con i soldi delle giocate, avremmo potuto pagarci non uno, ma quattro pranzi. E così abbiamo finito per non farne più nemmeno uno.
In realtà, si gioca non tanto per la vincita, quanto per il gusto del gioco. Era quella la molla che mi spingeva ad andare al cassettto di mio padre e a rubarne qualche monetina, che lui non mi avrebbe mai regalato per non  farmi correre il rischio di un vizio che in età infantile può essere assai pericoloso.
La stessa dinamica di gioco delle monete era quella d'infilare dei piccoli anelli metallici sul collo di pupazzi piazzati sul bancone a una certa distanza. In questo caso, il premio consisteva non in denaro, ma in un simpatico pesciolino rosso fornito in una busta trasparente piena d'acqua. Una volta, riuscii a vincerlo con mia grande gioia, e poi a perderlo con gran dispiacere per non essere riuscito a nutrirlo.

martedì 25 dicembre 2012

101. I soldi nel cassetto

Quando c'erano le grandi feste ad Acuto, due o tre volte all'anno (15 agosto, l'Assunzione: 22 settembre, il patrono San Maurizio; e ogni tanto qualche anniversario speciale), arrivavano mercivendoli da ogni parte, e in periferia c'era anche il commercio di animali: cavalli, muli, asini, pecore, capre, maiali, conigli e altri ancora.
Ma a noi bambini interessano altre cose: le giostre, prima di tutto, con caroselli, tiri a segno, pugno di ferro,  lancio degli anelli con piccoli pesci rossi in premio e tante altre fantasiose invenzioni.
Un anno, mi ricordo, proprio di fronte al negozio di mio padre al corso Umberto, venne un ambulante che portava con sé una semplice tavola di legno, in cui erano disegnati  cinque o sei tondini circondati da chiodi: se, lanciando una moneta, facevi centro, ti davano come premio cinque volte il valore della stessa moneta.
Chissà perché, quel marchingegno colpì la mia immaginazione. E allora, mentre mio padre era tutto preso dalla contrattazione con un cliente, io andai zitto zitto al cassetto, presi una moneta da mezza lira, e andai a lanciarla sulla tavola chiodata dell'ambulante. Naturalmente feci cilecca.
Non contento, tornai al cassetto di mio padre, presi un'altra moneta, non importa di quale taglia, riprovai, e l'esito fu lo stesso.
Forse a terzo colpo, qualcuno notò che un bambino di otto anni stava giocando d'azzardo, sia pure con monete di piccolo taglio, e corse a riferire la cosa a mio padre nel negozio che era lì di fronte all'ambulante.

lunedì 24 dicembre 2012

100. I grandi vicoli di Acuto

La casa di Palutilla concludeva praticamente il vicolo sul lato sinistro. La cosa misteriosa, per noi bambini, era un foro stretto e lungo nel cemento,  a livello del terreno, di circa un metro di larghezza e venti centimetri di altezza, chiamato biforio, forse perchè la struttura si ripeteva poi al di là, un mezzo metro oltre: qui le acque piovane trovavano il loro sfogo verso la valle, tra rocce e cespugli, come accadeva per tutti gli altri vicoli in discesa.
Infatti, sul lato opposto della strada principale, c'erano i vicoli in  salita, quelli del Colle o della Piazza della Corte, dove nel lontano passato si eseguiva la pena di morte.
Questi vicoli in  salita erano più importanti, ma meno pittoreschi, perchè non avevano sfogo nella vallata.
Risalendo il Vicolo Gaudente, dal lato destro, si incontravano altre abitazioni, assai originali. La casa di Silvia, madre del nostro amico Luigino, aveva un atrio ampio con un portone sempre aperto ed oscuro, e sfociava su un giardino luminoso. Più in alto c'era la casa di sor Lello il farmacista, il cui portone viceversa era sempre chiuso, ma era dotata anch'essa di un fiorente giardino. Ancora più in alto, un'ampia arcata ogivale si apriva su due o tre porte di case più povere, mentre l'ultima porta immetteva in un'osteria molto frequentata. Al piano superiore c'era il Vignale, una specie di galleria ad archi, e di fronte si aprivano altre abitazioni.
Il vicolo degrada ancora oggi su una cinquantina di metri di dislivello, ma per tutti quei cinquanta metri le abitazioni si accumulano l'una sull'altra, in un'unica struttura evidentemente molto robusta in quanto basata sulla roccia, e resistente anche ai terremoti, se a memoria d'uomo non è andata mai distrutta. L'ultima casa in alto era proprio la mia, ma a mio padre, che nel 1920 la ristrutturò, venne imposto l'obbligo di non alzarla oltre, perchè avrebbe posto a rischio la stabilità dell'intero nucleo abitativo.

domenica 23 dicembre 2012

99. Le risorse del vicolo

Oggi, su qualche guida di Acuto, il Vicolo Guadente viene presentato come un punto caratteristico, pieno di memorie medioevali. 
La mia casa, in via Vittorio Emanuele 30, si affaciava dal lato destro proprio sul vicolo Gaudente, contribuendo, con il suo terrazzo molto originale, un muretto perforato con rosoni a  losanghe di cemento, che molti forestieri si fermavano a guardare ammirati. In realtà, era solo una stratturta moderna di buon gusto.
Ma sul Vicolo Gaudente c'era ben altro. Proprio di fronte a noi c'era la casa seicentesca di Cherubina e di Filippo, ultimi discendenti di una famiglia cardinalizia. La casa, di due piani, si apriva sugli scalini del vicolo con ampie cantine, che in autunno emanavano i profumi della vendemmia e del mosto, da cui nasceva un vino molto pregiato.
Il vicolo, piuttosto ampio, è tutto in discesa, e dopo quella di Cherubina c'era un'altra antica costruzione a tre piani,con un grande portone. Mentre Cherubina sfoggiava modernità come la radio aperta a tutto volume su notiziari di guerra o musichette leggere, dalle finestre dell'altro palazzo arrivavano ondate di musica classica, bene eseguita al pianoforte da una ragazza misteriosa, Plautilla, che non usciva quasi mai e colloquiava spesso con Beethoven o Chopin. Io mi affacciavo ogni volta dal mio terrazzo a sentirla, affascinato.
Plautilla faceva parte di una famiglia aristocratica, e aveva un'altra sorella, Ada, più pratica e alla mano, che sposerà più tardi il segretario comunale, Odoardo.

sabato 22 dicembre 2012

98. Il possidente bello e grasso

Anch'io, all'età di cinque o sei anni, rientrai per un momento nel raggio di attenzione della scatenata suor Cesira, la cui figura ho ritrovato in tempi recenti nel personaggio di Suor Claretta di Sister Act, la bravissima Whoopi Goldberg. Mi aveva prescelto come protagonista di una commediola romana, in cui avrei impersonato un "possidente bello e grasso"che se ne andava "dall'Ariccia a Albano" combinando una serie di affari. La recitazione si alternava con il canto di divertenti ariette che ancora ricordo benissimo.
Io recitavo abbastanza bene e me la cavavo anche con il canto: promettevo, insomma. Suor Cesira, però, non aveva fatto i conti con il mio nemico numero uno, il panico da palcoscenico.
Arrivata, infatti, la serata della prova generale, con tanto di pubblico schierato al gran completo nel salone delle suore, le luci accese, l'attesa vibrante dei parenti, il "possidente bello e grasso", cioè il sottosceritto, si squagliò completamente come neve al sole appena chiamato al proscenio.Un vero e proprio tradimento, il mio, nei confronti della povera suor Cesira, che si disperò per qualche momento, ma poi riuscì a trovare un "vice" forse meno bravo, ma dalla gran faccia tosta, che riuscì a coprire bene il ruolo e a ricevere anche la sua bella razione di applausi.
Da quel momento capii che le luci della ribalta non erano lo scenario giusto per me,e lo capì anche la buona suor Cesira, che non mi fece mai pesare la sua delusione.
Comunque, un complimento alla brava suora, che già nel 1940 aveva intuito qualcosa dello sfondo educativo e sociale dell'arcinoto film di Emile Ardolino del 1992.

venerdì 21 dicembre 2012

97. Una suora scatenata

C'era una suora, nel convento di Acuto (dove Maria De Matthias aveva fondato l'ordine del Sangue Prezioso nel 1834) che era una vera animatrice della cultura popolare.
Si chiamava suor Cesira, era di umili origini di una frazioncina di montagna, Porciano, ma aveva un ingegno così vivo, una mentalità così aperta, da diventare una specie di faro dell'intero paese.
Dirigeva con mano esperta l'asilo infantile, che funzionava a meraviglia. Non contenta di ciò, suor Cesira andava aggregando intorno a sé altre forze: stava promuovendo una scuola media privata, diretta dalle suore stesse ed aperta anche all'esterno, alle ragazze di Acuto. Alcune della suore erano laureate, conoscevano il latino e il francese, la pedagogia e la psicologia, la matematica e l'arte.Tutte e tre le mie sorelle, Isola, Amalia e Vittoria, avevano frequentato quella scuola con buoni risultati, e nel paese quel collegio era veramente al top.
Ma suor Cesira amava soprattutto il teatro e la musica, e le avevano affidato la conduzione di un doposcuola aperto non solo alle ragazze, ma anche ai bambini. La suora poteva così attingere a piene mani ad un vivaio promettente, dal quale ricavare attori per le sue recite, i suoi piccoli spettacoli che si ispiravano  all'operetta e al varietà.

giovedì 20 dicembre 2012

96. Le adunate fasciste

Alle diciotto, poi, fosse estate o fosse inverno, arrivava Memmo con la sua bicicletta, e chiudeva il giardino con il suo cancello mobile di filo spinato. Chi era dentro, avrebbe dovuto compiere un lungo giro dietro l'edificio scolastico per ritrovare un'uscita di emergenza all'inizio della via del cimitero. Per questo motivo, alle diciotto in punto, tutti ci ritrovavamo fuori dal giardino, che era un altro dei punti preferiti per i nostri giochi.
Naturalmente Memmo la guardia aveva compiti più importanti e più seri, che riguardavano il mondo degli adulti e perciò non sfioravano i nostri interessi. Ma, fino al 25 luglio 1943, caduta di Mussolini, c'era un altro campo che metteva in competizione noi e Memmo la guardia: le adunate e le sfilate del sabato fascista.
Memmo non tollerava divise in disordine o ritardi negli appuntamenti. Era lui il nostro controllore più spietato. Era lui che doveva rendere conto al podestà o al federale che tutto funzionasse a puntino.
C'erano sicuramente dei Figli della Lupa (fino a nove anni) o dei Balilla (dai nove ai dodici anni) o degli Avanguardisti (fino ai diciotto anni) che ci tenevano e amavano quelle divise e quelle manifestazioni, ma per me esse erano un vero tormento, e tuttavia ero costretto ad eseguire gli ordini, anche perché venivamo regolarmente fotografati, da soli  o in gruppo, e non era consentito sgarrare. E Memmo la guardia era sempre lì, come un cerbero, a controllare che tutto fosse  a posto. In caso diverso, avrebbe pagato di persona, con rampogne e multe.
La Liberazione deve essere stata davvero tale, per lui. Da allora in poi, nessuno soffrì più per la grinta spietata di Memmo la guardia.

mercoledì 19 dicembre 2012

95. Memmo la guardia

Oggi anche i piccoli paesi pullulano di guardie comunali, che hanno mille mansioni: basti pensare alle multe per le automobili. Una volta, quando ero bambino io, cioè fino agli anni quaranta, al mio paese, Acuto, ce n'era una soltanto, Memmo la guardia, con l'unica e ben precisa mansione di mantenere l'ordine nel paese. Un paese lungo lungo, sicché il compito di Memmo era veramente duro e difficile, appena appena alleviato dall'uso di una bicicletta.
Memmo abitava quasi alla fine del Borgo, vicino all'edificio scolastico che, al pian terreno, ospitava gli uffici comunali. Questo spiega che, quando giocavamo a palla a San Nicola, eravamo quasi al punto più lontano, per cui, prima che Memmo arrivasse, avevamo tutto il tempo di svignarcela. E poi, Memmo aveva altre incombenze più impegnative.
 Buonissimo uomo nel privato ( ma noi non lo sospettavamo neppure ), Memmo la guardia era spietato esecutore della legge nel pubblico. Il suo regno era il giardino comunale. Un giardino grande, a più livelli, pieno di siepi e di anfratti, di enormi pini che formavano un tappeto perenne di aghi disseccati, di gruppi di alberelli nani sui quali ci esercitavamo a fare i piccoli Tarzan. Quando Memmo non c'era. Perché se c'era, nessuno si azzardava a compiere un passo sbagliato.
Memmo aveva una figlia, alta e magra come lui, che era nostra amica, ma la sua amicizia serviva poco a salvarsi dalle sue ire, se commettevamo qualche piccola infrazione, come spezzare un ramo di quegli alberelli o cogliere le foglie di lucido alloro dalle siepi per farne corone o fasce dorsali.

martedì 18 dicembre 2012

94. Il teatrino di Pucci

Un anno, al mio cugino Augusto, vezzeggiato e viziato da una comare veneta di ricca famiglia, che gli lasciò come dono permanente il curioso nomignolo di Pucci, fu regalato un piccolo teatrino di marionette, con tre o quattro personaggi che aveva imparato a maneggiare con una certa destrezza.
Però, sentiva il bisogno di avere un vero e proprio testo per le sue recite. Allora pensò bene d'incaricarne il letterato di famiglia, che...ero io. Mi scrisse una lettera al paese, spiegandomi le circostanze.
Io avevo dodici o tredici anni, ma scrivere era per me un vero divertimento. Mi misi all'opera, e in un paio di giorni tirai fuori una commediola, mi pare situata in un mercato arabo: i personaggi mi erano stati commissionati con grande precisione.Il risultato fu molto apprezzato, un altro cugino, Claudio, figlio di zia Teresa, maestro molto in gamba e ben presto direttore didattico, il più giovane di tutta Italia, mi fece i suoi complimenti. Claudio, appassionato giocatore di carte, si recava speso a casa di zia Amalia per  lunghissime partite al poker, con zio Peppone e gli altri suoi due figli maschi, Nando e Carlo.
L'unica figlia femmina, Maria Luigia detta Mimmina, era anche lei un po' artista: si divertiva a cantare e a ballare davanti ad amici e parenti, e mi ricordo una sua divertente interpretazione di "Maria de Bahìa": ahi ahi ahi Maria / Maria de Bahìa/ sei soltanto tu la gioia della vita mia.../
Era sempre stimolante una visita a casa di zia  Amalia. Ahimè, Carlo e Mimmina, trasferitisi per lavoro a MIlano, ebbero solo una vita breve da vivere, e la conclusero prima ancora dei cinquant'anni.
Augusto, detto Pucci, fece il ritorno indietro da Roma ad Acuto, dove si esercitò anche nella vita politica e ricoprì con successo la carica di assessore alla cultura, promuovendo il recupero dell'antichissima chiesa rustica della Maddalena, con annesso lebbrosario.

lunedì 17 dicembre 2012

93. Un cugino artista

Un caro cugino di Roma, Augusto, di tre anni più piccolo di me, aveva un buon  rapporto con i cugini di Acuto. A lui piaceva molto venire in paese, tant'è vero che poi sposò proprio una bella ragazza bionda acutina purosangue.
D'altra parte anche noi andavamo spesso a Roma, e uno dei nostri punti di riferimento, oltre alla zia di via Merulana, era anche la pittoresca casa di zia Amalia e dell'altro zio Peppino, in via Sant'Andrea delle Fratte, vicino al Tritone e al Collegio Nazareno, dove lo zio era l'apprezzatissimo capocuoco di una vasta comunità di studenti, guidati dagli Scolopi, che avevano insegnanti famosi come il dantista Luigi Pietrobono e il latinista Quirino Santoloci.
Zia Amalia era un po' l'anima più moderna di tutta la casata; fu lei, in famiglia, ad avere la prima radio, la prima televisione, il primo giradischi, il primo registratore, senza contare frigorifero, lavatrice, lavapiatti; e poi il doppio bagno, con una vasta anticamera che a noi del paese sembrava quasi uno spreco.
Proprio dirimpetto alla casa, a triangolo col portone del Nazareno, c'era la famosa sala da ballo Pichetti, assai frequentata.
Zio Peppino, chiamato in realtà zio Peppone per la sua notevole mole, era appassionato di musica classica, e spesso la casa riecheggiava delle arie più famose. Molte di esse sono rimaste nella mia mente.
Augusto era un po' un'artista; si dilettava di disegno e pittura, faceva collezione di francobolli e delle famose figurine Liebig, di cui possedeva due o tre albi completi: i doppioni li regalava a me, che pure riuscii a completare un album dalla pregevole copertina di simipelle verde.

venerdì 14 dicembre 2012

92. Bidomo, città dei giochi

Anche noi ragazzi, certo, non potevamo stare chiusi in bottega per tutta la giornata semplicemente per vendere un metro di nastro. Così, quando mio padre ci disse che gli dispiaceva molto, ma non era possibile continuare, io e mia cugina Marisa piegammo la testa...e corremmo a giocare altrove, all'aria libera, dopo aver ringraziato il buon Memmuccio, padre così tenero da acconsentire ad appagare per un momento il capriccio del proprio figlio e della propria nipote.
Comunque l'idea di sfruttare quel retrobottega non decadde completamente. Con altri cugini, come Augusto, Letizia ed Anna, vi fondammo una piccola città, Bidomo, cioè "Due case", in cui ciascuno di noi aveva un nome nuovo, esercitava un proprio mestiere e serviva la piccola comunità. Una specie di città dei ragazzi, con tanto di sindaco, di farmacista, di erbivendola e di altre professioni.
Gestivamo anche una moneta nostra, fatta di bottoni di varia taglia. Ma eravamo un po' più grandi di età, mio padre non c'era più, la sua memoria era sempre viva tra noi, il negozio di corso Umberto tirava avanti alla meglio nelle mani di mia madre, alla quale non dispiaceva la compagnia di piccoli figli e nipoti che rendevamo un po' più serena la sua giornata. 
Giochi di bimbi che sognavano di diventare grandi, e spendevamo con felicità quegli ultimi scampoli di spensierata fanciullezza.

giovedì 13 dicembre 2012

91. Il retrobottega

Il negozio di mio padre, noto in paese come "la bottega di Memmuccio", in corso Umberto ad Acuto, consisteva in un unico grande ambiente, tutto circondato da scaffali pieni di stoffe e di mercerie varie. C'era poi un retrobottega più piccolo, ma ugualmente abbastanza ampio, aperto con una grande finestra sull'attuale piazza del mercato, che allora era un giardino semiselvaggio, con alberi di pino e di acacia, spesso allagato dalle piogge, e in origine era una specie di laghetto in fase di progressivo prosciugamento ("Volubro", in dialetto j'ubbro, sotto agl'ubbro).
Durante il 1943-44, nel momento peggiore della guerra, quando io avevo nove anni, cominciai a fare pressione su mio padre, assieme alla mia cugina Marisa, di tre anni più grande, perché ci concedesse di gestire nel retrobottega una specie di sezione autonoma del negozio, per la vendita di piccola merceria: nastri, bottoni, automatici, rocchetti e sigarette di filo e via dicendo.
Mio padre era molto buono con me e con mia cugina, e pur comprendendo che quello era soltanto un gioco, volle darci ragione, e permise di effettuare l'esperimento, con nostra grandissima gioia. La porta che conduceva al retrobottega rimase perciò aperta, e trasferimmo gran parte della piccola merce negli scaffali di cui anche quella stanza era munita.
Arrivò infatti qualche giovane cliente: una  ragazza di quattordici anni che chiese un metro di nastro per le trecce. Fu la nostra unica vendita, poiché ci rendemmo subito conto che era troppo il disturbo, e troppo poca la resa. Inoltre, come si sa, quando un desiderio che è soltanto tale viene appagato, non ha vera ragione di resistere, e ben presto perde d'interesse e cade da sé.

mercoledì 12 dicembre 2012

90. Le lumache addormentate

Mia nonna, vedendomi così silenzioso e impaurito, mi chiese che cosa avessi e perchè mi fossi alzato. Quando io le raccontai delle sassate, del rumore che sentivo alle finestre o dentro qualche armadio, volle salire subito a scoprire la ragione di quel rumore. 
Nonna Livia era una donna concreta, e non aveva paura di nulla. Si fermò per un momento ad ascoltare, e al primo rumore di sassata scoppiò in una risata divertita: aveva capito tutto. Sotto il letto dove io dormivo, aveva sistemato una grossa cesta rovesciata, piena di lumache da spurgare prima di poterle cuocere. Ogni volta che una lumaca cadeva addormentata, si staccava dalla cesta e andava a cadere sulle altre lumache producendo un rumore secco, che nell'assoluto silenzio della camera poteva davvero assomigliare a una sassata.
Quando nonna Livia ridiscese, e spiegò alle sue amiche la ragine per cui mi ero tanto impaurito, ci fu una risata generale, e io, unico uomo, sia pure di dieci anni, non ci feci certo una bella figura, tanto più che il fatto diventò una specie di barzelletta da raccontare.

lunedì 10 dicembre 2012

89. Le sassate nella notte

Qualche notte, anche dopo la guerra, andavo ancora a dormire da nonna Livia. Alcune volte, quando ero un po' più grandicello, andavo a dormire da solo in una camera al terzo piano, proprio sotto il tetto, e con due finestrelle che si aprivano sui tetti di altre abitazioni più basse.
Una sera, ricordo benissimo tutti i dettagli, stavo leggendo un giallo della grande collana nazionale; la lettura mi attirava così intensamente che mi sembrava di essere astratto da ogni altra cosa che non fosse quella di una vicenda così truce.
Ad un tratto, però, nell'assoluto silenzio di quella stanza, sentii un rumore secco, come di una sassata nelle mie immediate vicinanze. Rimasi col fiato sospeso. Non passò più di un minuto, ed ecco che la sassata si ripeté.
Chi poteva essere, a quell'ora? O forse il rumore proveniva dai tetti sottostanti ? Proprio in quel periodo, nella casa sottostante, era morta un'anziana donna, Maria, caduta giù per la scala di legno, e rimasta agonizzante, piena di sangue, in una cameretta contigua alla porta di casa di mia nonna. Una vicenda che mi aveva vivamente impressionato. 
I pensieri più strani mi venivano alla mente. 
Alla terza sassata, smisi di legere, mi rivestii, e scesi due piani più sotto, dove nonna Livia, e con lei alcune parenti ed amiche, stavano recitando il rosario. Io mi misi seduto su uno scalino, e non avevo il coraggio d'interrompere le loro preghiere.

88. Le pastarelle di Maria

Elisa doveva aver sofferto molto, ma aveva stretto i denti per tutta la giornata, e soltanto la sera tardi, nel liberarsi di una forcina, vide sgorgare dalla sua testa un impressionante fiotto di sangue. Ma il divertimento di un'intera giornata (in buona parte appoggiata a me che ero vestito da cavalier servente) l'aveva ripagata ampiamente della sofferenza patita.
Tra noi circolava la storia di Maria di Ccezia (Vincenza), una ragazzina un po' semliciotta che si vantava della bontà delle pastarelle fatte dalla madre: "Mia madre ha fatto le pastarelle, con lo zucchero e con il miele. Io le ho leccate con il dito: Dio, come erano buone!" Il tutto con una pronuncia piuttosto blesa e faticosa.
Maria le pastarelle le aveva posate su una finestra bassa, a pianterreno, e due ragazzi mascherati, piuttosto maleducati, passando avevano fatto man bassa. Maria allora si era messa a gridare: " Ah buzzurro! Ah sciancato!", ma inutilmente, perché dei dolcetti materni era rimasta ben poca cosa.
La sera del martedì, in piazza San Nicola, c'era il raduno delle maschere, che si concludeva con la solenne bruciatura della strega, una pupazza di stoffa che era posta ad ardere appesa alla sommità di una catasta di frasche.
Non c'era ancora la possibilità di un bel fuoco artificiale, ma ci si arrangiava in tutti i modi per fare fuoco e fiamme. L'indomani cominciavano la penitenza e il digiuno della quaresima: cioè il ritorno a quella che era la magra realtà di ogni giorno, di guerra o di pace da poco raggiunta.

domenica 9 dicembre 2012

87. Le maschere di Carnevale

A Carnevale, anche se il paese era povero povero,  un paese di guerra, non mancava mai un po' di fantasia per far festa a modo nostro.
Intanto, quasi ogni famiglia s'industriava a produrre i suoi dolci: le frappe ricoperte di bianca polvere di zucchero, le castagnole odorose di miele e di alchermes, e a ogni visita delle maschere c'era l'offerta di dolci che finiva per essere reciproca.
Il paese era già di per sé come un palcoscenico comune, nel quale ciascuno recitava la sua parte per l'intera giornata del martedì grasso.
Non c'era sicuramente la possibilità di avere delle maschere di un qualche pregio, ma ci si arrangiava con la buona volontà, rivestendo abiti vecchi aggiustati per l'occasione. Il nostro gruppetto comprendeva anche Elisa, figlia di Cherubina, che abitava in una casa secentesca adornata di una lapide in latino e di un vistoso emblema cardinalizio attestante antiche origini nobiliari. Nel Seicento,  alla cacciata dei Medici da Firenze, alcune famiglie della nobile città si erano rifugiate in Acuto, costruendovi dimore di una certa dignità, e parecchi cognomi avevano origini fiorentine.
Elisa era una ragazza molto intelligente e dinamica, ma purtroppo nella prima infanzia era stata colpita da una paralisi che ne riduceva i movimenti: ma lei lottava coraggiosamente, e voleva fare tutto ciò che facevano gli altri.
Così, a Carnevale, anche lei voleva il suo costume,e girava per le vie del paese come tutti gli altri. Un anno, volle vestirsi da nobildonna spagnola; questo comportò un lungo lavoro per una vistosa acconciatura dei capelli, con l'impiego di spille e spilloni.

sabato 8 dicembre 2012

85. Il sorriso di Viola

Far parte dell'élite che girava intorno a Viola era un punto d'orgoglio e di prestigio. Tra i frequentatori assidui c'era anche mio fratello di tre anni più grande di me, e forse per questo motivo io non facevo parte del gruppo, e ne ero molto dispiaciuto.
Viola, che conosceva bene gli altri e quasi per niente me, quando c'era qualche festa all'aperto o qualche serata fuori del suo villino era sempre disponibile e amichevole, e sempre al centro dell'attenzione. Io la guardavo un po' da lontano e silenzioso, ma desideroso di farmi notare malgrado fossi troppo più piccolo. Che speranza potevo avere?
Eppure, mi parve che anche lei mi guardasse ogni tanto, come se avesse dell'interesse e volesse conoscermi. Una volta ci scambiammo anche un sorriso, molto timido ed emozionato da parte mia. Ahimè, quelle furono le ultime sere che Viola trascorse ad Acuto, e le speranze di fare una gradevole amicizia si chiusero sul più bello.
Viola lasciò il segno e un piccolo vuoto nel cuore del gruppetto di amici un po' più grandi di me. Quando tornò, gli anni successivi, portò con sé anche un fidanzato da Milano, e anche se rimase amica di tutti, era però tutta un'altra cosa. La guardavamo ormai con grande rispetto e  senza più nessuna speranza nel cuore. E forse un grande amore era finito prima ancora che potesse nascere davvero.

venerdì 7 dicembre 2012

84. La ragazza del villino

Ogni estate, nel primissimo dopoguerra, Acuto si riempiva di villeggianti. Molti erano soltanto dei paesani ormai stabiliti da decenni a Roma, e che avevano conservato le vecchie case in paese: questi non facevano altro che riprendere per un mese le abitazioni di una volta, dopo averle rinfrescate e rimesse un po' a nuovo.
Si calcola ancora oggi che, per seicento famiglie residenti in paese, vi siano almeno milleduecento abitazioni: questo significa che una casa su due è vuota, e che in estate riprende vita, sicchè la popolazione di Acuto all'incirca raddoppia.
Altri villeggianti si sistemavano nel piccolo albergo Roma e nelle due o tre modeste pensioni, tutte sul viale di San Sebastiano, unica strada alberata del paese, cinta fra l'altro da un lungo e robusto muretto, comodissimo per conversare e riposare, specie dirimpetto al bar di Rodolfo e del figlio Valentino, punto nevralgico della villeggiatura.
C'erano poi un paio di villette immerse nel verde, che si popolavano di famiglie di lontana origine paesana. In una di esse, un anno, si presentò una bellissima ragazza bionda, di origine milanese, molto cordiale con tutti, e portata a fare amicizia con quei tre i quattro ragazzi del paese che erano di buona famiglia, di una certa cultura e disinibiti nel comportamento.
Viola li riceveva spesso nel suo villino: si giocava a carte e si beveva qualche drink. Un po' di vita mondana che durava un mese e niente più.

giovedì 6 dicembre 2012

83. Una lettura audace

Di che cosa si trattasse, a me poco importava: mi piaceva leggere tutto, anche se avevo nove anni, e mi immersi nella lettura.
Il testo non doveva essere proprio quello di Euripide: anziché lasciarsi tagliare il collo per salvare la flotta greca diretta a Troia, le imprese che l'eroina compiva non erano proprio di alto valore morale. Era infatti una satira di tipo goliardico, piuttosto audace e ridanciana, dai toni  boccacceschi. Mio fratello maggiore, Vito, che aveva venti anni e frequentava la facoltà di giurisprudenza alla Sapienza, appassionato di teatro, era entrato nella compagnia teatrale dell'Università, e aveva nascosto il testo in soffitta per non farlo cadere in mano a qualcuno.
Purtroppo mi colse proprio mentre stavo leggendo avidamente quei fogli, senza capirci un gran che. Non capii nemmeno perché me li avevsse tolti di mano, sgridandomi con una certa rudezza.
Vito era amico della mia maestra Concetta, e sicuramente le riferì l'accaduto. Infatti, qualche tempo dopo, sbirciando il giudizio che la maestra stava facendo sul mio conto sulle pagine del suo registro, vidi queste parole: " Gli piace moltissimo leggere. Legge di tutto, anche quello che non dovrebbe!"
Che cosa voleva dire? Parlava forse di qualche romanzo audace? Ma se ripenso a Ifigenia e a quello che combinava nel famoso dattiloscritto, il mistero si dirada. No, le avventure di quella eroina, figlia di Agamennone  e di Clitennestra, non avrei proprio dovuto leggerle. Non a nove anni, comunque.

mercoledì 5 dicembre 2012

82. La scoperta in soffitta

La soffitta di casa era un piccolo regno meraviglioso. Ci si trovava di tutto. Soprammobili in disuso. Ninnoli. Scatole colme di riviste e giornali vecchi. Qualche libro sbrindellato. Qualche gioco scartato. Una scaletta malandata. Due enormi casse piene di carbone per accendere i fornelli in cucina.
Alla soffitta si saliva dal balcone della cameretta da letto dei bambini, e quindi era doppiamente invitante perchè autonoma. Ci si saliva varcando una porta chiusa con un catenaccio sul davanti, alla nostra portata. Poi, una rampa di scale comoda e invitante.
La soffitta era sottotetto, e il tetto degradava fino a raggiungere il pavimento. Spostando leggermente qualche tegola, per poi risistemarla in fretta, si poteva perfino assistere a una visione miracolosa sui tetti del paese degradanti verso la vallata, chiusa dalla verdissima montagna di Porciano, ma spalancata sui lontani monti Lepini e sui Castelli Romani. Avendo un occhio particolarmente acuto, si potevano anche distinguere le estreme periferie di Roma e un breve scorcio di mare dove il Castelli si interrompevano.
Era proprio il regno delle meraviglie, quella soffitta. Le rondini venivano ancora a fare il loro nido sotto i tetti.
Io passavo delle ore rovistandola e curiosando. Una volta feci una scoperta insolita: un fascicolo ciclostilato, che altro non era se non un copione teatrale. Vi si parlava di una certa Ifigenia, non ricordo più se in Aulide o in Tauride.

martedì 4 dicembre 2012

81. Un bambino in pericolo

Però io ebbi il modo davvero di farmi perdonare, una volta. Era d'estate, e la casa di Giulia era piena di nipoti e nipotini, qualcuno probabilmente figlio della simpatica cognata Eurosia.
Il balcone di Giulia dava, come ho detto, sul Vicolo Gaudente, ma in una zona alquanto più alta rispetto a noi, dato il rapido declinare dei gradini. Inoltre, mentre il nostro terrazzo era protetto da una robusta spalliera in cemento istoriato, quella di Giulia riproponeva un'inferriata con spazi piuttosto larghi tra un ferro e l'altro.
Ora un nipote di un anno o due, di nome Ezio, che stava muovendo i suoi primi passi, si era spinto fra due di quei ferri, e, tenendosi con le due mani, si stava sporgendo assai pericolosamente verso il vicolo, all'altezza di circa dieci metri.
Sarebbe bastato che mollasse anche una sola mano, e...Sul terrazzo non c'era nessuno. Dalla mia parte c'ero io, bambino di otto anni, semiparalizzato dalla paura. Ebbi il coraggio e l'avvertenza di chiamare Giulia a voce molto bassa, da conversazione, per non spaventare il piccolo Ezio. Giulia per fortuna mi sentì, uscì sul balcone, e anche lei con la più grande calma possibile, anche se il gelo percorreva le sue ossa, riuscì ad afferrare Ezio e a riportarselo in salvo nel più perfetto silenzio.
Giulia non mi ringraziò a parole. Era una cosa troppo importante da compensare con parole. Ma con l'affetto e la gratitudine sì. Da quel giorno la ferrata fu completata da una rete di fil di ferro che 
poneva al riparo i bambini da ogni pericolo.
E io mi proposi di non rubare più i fichi dal terrazzo di Giulia, anche se la tentazione era troppo forte, e anche se  sono sicuro che mi avrebbe perdonato.
Ma, benedetta donna, quei fichi doveva metterli a seccare proprio alla nostra portata, con tutto lo spazio che c'era nel resto del balcone?

lunedì 3 dicembre 2012

80. I fichi secchi di Giulia

La nostra vicina di casa era Giulia Baretta, che in dialetto vul dire berretta. Una vecchia signora sempre in movimento, con una torma di figli, nipoti, parenti di vario genere che spuntavano come funghi specialmente in estate. Dico questo perché i nostri due terrazzi sul Vicolo Gaudente erano praticamente uno solo, diviso da un muretto basso e da una ferrata con punte acuminate per impedire il passaggio.
Eravamo contigui, e lo stesso senso di familiarità che avevamo noi con lei e con tutti i suoi parenti (ad esempio, una cognata dallo strano nome di Eurosia, che abitava a Roma) era sicuramente ricambiato. Ci legava un affetto vivo e cordiale, ben difficile da provare oggi tra vicini.
Giulia era di famiglia contadina, produceva olio, vino, grano e frutta da una sua lontana campagna, che richiedeva la proprietà di un asino per i trasporti e di una stalla nel vicolo per ospitarlo. La sua porzione di terrazza era completamente diversa dalla nostra: pullulava sempre di profumati prodotti della campagna, fave, insalate, mele, olive dolci, fusaglie. Per noi bambini del terrazzo accanto erano una continua tentazione. Irresistibili erano poi i fichi bianchi, i fioroni, quanto mai appetitosi.
Giulia li stendeva al sole su un panno per farli seccare. A certe ore e in certe stagioni, il suo terrazzo si concedeva larghe pause di solitudine e di silenzio, e a noi bambini era difficile, specie negli anni di fame della guerra, resistere a quella tentazione.
Ricordo (e confesso, con un po' di colpa) che alla lunga non resistevo: armato di un lungo bastone alla cui punta era legato stretto stretto un ferro di calza, lo infilavo tra uno spazio e l'altro dell'inferriata e facevo facilmente preda di un paio di fichi bianchi ormai secchi.
Che delizia! Giulia ogni tanto dava un'occhiata alla sua distesa di fichi, e non poteva non notare qualche vuoto. Perdonami, cara vicina di casa, da quella nuvoletta felice su nel cielo dove sicuramente ti trovi.

domenica 2 dicembre 2012

79. Quattro grandi amici

Qui scattò la solidarietà di gruppo di tutti i miei amici. Io stavo a letto con la gamba fasciata, e loro non mi abbandonarono un momento. Si può dire che trascorsero i quindici giorni di vacanza insieme a me, giocando nella mia cameretta, inventandosi tutti i più fantasiosi passatempi. 
I più assidui erano Santino, Luigino e Carlo, il figlio del podestà. Giocavano anche  trascinandosi carponi sotto il mio letto. La mistura di impacchi caldi di semola e di foglie di cavolo emanava un gran brutto odore, e per loro fu una scoperta tutto sommato divertente, e venne inserita come un'ulteriore avventura nella mappa del tesoro dei loro giochi.
 Ridevano e cercavano di tenere di buon umore anche me. Come Dio volle, la ferita si richiuse, guarì quasi completamente, e così alla fine delle vacanze, il 7 gennaio, potei rientrare a scuola insieme a loro, che mi accompagnarono tutti contenti per aver recuperato la mia compagnia.
Piccole cose che non si dimenticano per tutta una vita. E poi, anche a voler dimenticare: ma come si fa, con quella cicatrice di grandi dimensioni rimasta stampata sulla parte posteriore della mia gamba sinistra, una specie di fotografia vivente della mia disavventura di quasi settanta anni fa?

sabato 1 dicembre 2012

78. Un brutto Natale

Che brutto ricordo, quel Natale del 1942. Faceva un freddo intenso, e il grande camino della cucina non bastava certo a scaldare tutta la casa. Inoltre, se la fiamma era troppo alta, non era certo consigliabile avvicinarsi per scaldarsi le mani e i piedi, perché il calore era insopportabile.
Come valido supplemento avevamo il focone, cioè un braciere di zinco circondato da una pedana rotonda sulla quale appoggiare i piedi. Bisognava sempre rimuovere la brace per tenerla accesa, scansando la cenere che si veniva a creare. 
Una sera particolarmente fredda, io, bambino di otto anni, stavo vicino a mia madre con i piedi sulla pedana del focone. Lei ogni tanto ravvivava la brace con una molla di ferro. A un tratto, però, la molla rovente scattò dalle mani di mia madre e s'infilò tra il polpaccio e il ginocchio della mia gamba sinistra.
Io cacciai un urlo disumano. Mia madre mi sollevò dal focone e mi guardò la gamba: una orribile scottatura la deturpava. Ancora oggi mi rimane una vistosa cicatrice e l'impronta precisa lasciata dalla molla.
Mia madre intervenne come poté. Non c'erano certo i rimedi, le pomate e i controlli in ospedale che potremmo avere oggi. C'erano rimedi empirici, che qualche donna versata sull'argomento aveva sempre pronti. Ricordo che guarii da quella orribile ferita a furia d'impacchi a base di semola, rinfrescati da foglie di cavolo. Ci vollero tutte le vacanze di Natale, e anche qualche giorno di più, per venirne a capo.

venerdì 30 novembre 2012

77. Don Filippo e le maniche corte

Forse don Filippo aveva scambiato il piccolo e modesto paese di Acuto per l'immorale Firenze di Lorenzo il Magnifico, ed anche un minimo peccato, per lui, era uno scandalo.
La parola "scandalo" era infatti la base delle sue memorabili prediche. Sicuramente don Filippo avrà ben conosciuto le sue pecorelle e i loro vizi segreti, ma io ricordo che si inalberava per un nonnulla, e il peccato più grave da lui perseguito era il fatto che le ragazze si presentassero in chiesa con le braccia scoperte, e arrivava al punto di chiamarle per nome e qualche volta perfino di scacciarle.
Altri tempi. Che cosa farebbe e direbbe, oggi, il bravo don Filippo? Forse si sarebbe dovuto aggiornare, e cercare peccati più interiori da mettere al bando o forse cercare più l'amore che lo scandalo.
Per fortuna, Santa Maria aveva un bellissimo organo, dal suono maestoso e potente. Così, quando don Filippo aveva concluso la sua predica roboante, la gente trovava consolazione e ristoro da una suonata di Bach o di Haendel eseguita da Pietro, un organista davvero ispirato.
Don Filippo, però, visto da vicino, era un uomo buono e amichevole. Perdonava in privato ciò che condannava in pubblico. Quando andavi a casa sua, a metà del Borgo, un pasticcino e un bicchierino di rosolio non mancavano mai per nessuno. A recarteli era una signora molto anziana, vestita di nero, molto riservata: a pensarci bene, forse era l'ultima dei suoi sedici fratelli.

giovedì 29 novembre 2012

76. Don Filippo e i sedici fratelli

Acuto ha due parrocchie: Santa Maria e San Pietro. Santa Maria, per tradizione, è la parrocchia principale, più bella, più ricca, e riservata all'Arciprete. San Pietro, invece, più vecchia e povera, di origine francescana, è nella parte più antica e scomoda del paese, e il suo parroco è quasi sempre un prete giovane e senza pretese, che mira a farsi largo più con umiltà che con le belle parole.
Almeno così era una volta, quando io ero bambino. Ma ancora oggi San Pietro vive all'ombra di Santa Maria.
Ai miei tempi, che sono quelli della guerra e degli anni quaranta, parroco di Santa Maria era don Filippo Longo, che io ricordo come una specie di gigante, buono e autorevole, che incuteva rispetto solo a guardarlo. Rubicondo in viso, cordiale, ma bastava qualcosa di poco gradito perché il suo linguaggio diventasse tagliente.
Si favoleggiava che sua madre avesse avuto ben diciassette figli, anzi la cosa era data per sicura. Questi suoi fratelli io non ricordo di averli mai conosciuti, ma la sua era una delle famiglie più ricche del paese.
Probabilmente don Filippo sarà stato il figlio più giovane, e questo spiega che non si conoscesse nessuno dei suoi sedici fratelli, la cui leggenda si perdeva nella notte dei tempi.
Erano famose le prediche di don Filippo. Le donne specialmente, ne erano terrorizzate. Quando strepitava dal pulpito, non c'era scampo per nessuno. Era nato con l'animo del moralizzatore a tutti i costi, del Savonarola implacabile.

mercoledì 28 novembre 2012

75. I buoni zii di Via Merulana

Io, un po' addolorato e un po' appassionato, mi misi a consultare il volume dell'enciclopedia che riguardava la Sicilia, per rendermi conto se potesse veramente staccarsi dall'Italia, se aveva le risorse economiche e la convenienza per farlo.
Zio Peppino rimase molto colpito da questo fatto. Forse vedeva in me quel figlioletto maschio che la sorte non aveva voluto dargli in dono. E si accontentava di avere un nipote che gli voleva bene proprio come a un padre, dato anche che mio padre era morto da poco.
Zio Peppino e zia Agnese avevano davvero un cuore d'oro, e i nipoti li amavano tutti. Quando la nostra famiglia era ancora in paese, ad Acuto, loro ospitarono due miei fratelli, Vito e Silvestro, che si erano già trasferiti a Roma per lavoro. Nella grande casa di via Merulana c'era un lungo corridoio, e di notte ospitava anche quattro brande: oltre a quelle dei miei due fratelli, c'era spazio anche per un fratello più giovane di zio Peppino, detto Mence per la sua eleganza dal nome di una boutique per uomo lì vicino, e per un altro cugino, Marcello, appena tornato dalla guerra, marinaio nell'isola di Lero nel Dodecaneso, in Grecia, dove era stato anche prigioniero degli inglesi per qualche mese.
Gli zii di Via Merulana avevano una casa grande, ma, come vedete, avevano un cuore ancora più grande, anche se zia Agnese sapeva farsi rispettare e aveva una personalità molto autorevole.

martedì 27 novembre 2012

74. Zio Peppino e la secessione

Avrebbe voluto tanto avere un figlio maschio, zio Peppino, il marito di zia Agnese, quella di Via Merulana. Invece aveva tre figlie femmine, una più bella dell'altra: Livia, Marisa e Anna, tutte e tre con lunghi capelli neri come l'ebano. E pensare che zio Peppino aveva un cranio lucidissimo, completamente pelato.
Zio Peppino era un ometto piccolo e intelligentissimo, era maestro, ma lavorava al Dazio, dove era molto stimato e lo riempivano di piccoli regali alimentari, vera ricchezza in quegli anni di guerra. Lui piccolo, e zia Agnese alta e vigorosa. I nipoti più grandi si divertivano a prenderlo bonariamente in giro, inventandosi episodi divertenti. In uno di essi, dopo un grande litigio con la moglie, lui saliva su una cassapanca e gridava furiosamente: - Vieni qua, Agnese, che ti voglio picchiare! -
Per fortuna zio Peppino era molto spiritoso, ed era il primo a divertirsi con queste barzellette.
Amava l'opera, l'ascoltava sempre per radio, e aveva molti dischi di musica classica. Suonava meravigliosamente la fisarmonica, e aveva una quantità enorme di spartiti.
Inoltre, zio Peppino aveva una discreta biblioteca, tra cui spiccava un'enciclopedia per ragazzi, credo della UTET, che per me aveva un fascino irresistibile. Forse per questo lui mi voleva molto bene, poiché amavo tanto leggere e consultare quei volumi, ogni volta che andavo a Roma come loro ospite in Via Merulana.
Era appena finita la guerra, io avevo dieci anni, e si parlava tanto di una possibile secessione della Sicilia dall'Italia, che poi sfociò nell'autonomia dell'isola.

lunedì 26 novembre 2012

73. La banda dei dodicenni

La nostra riserva di miccette durò parecchio: non solo durante l'occupazione tedesca, quando era pericoloso giocare con questi rudimentali giocattoli (senza dubbio abusivi e perseguibili), ma perfino dopo la liberazione, quando per gli alleati potevano rappresentare una detenzione di tipo bellico.
Eppure, coi tedeschi o con gli inglesi, i ragazzini di Acuto trovarono il tempo e il modo di divertirsi con questi fuochi d'artificio, che non facevano spettacolo, ma mettevano certamente un po' di paura e parecchio scompiglio.
Noi bambini più piccoli nutrivamo una specie di rispettosa sudditanza verso la piccola banda di dodici-tredici anni, scavezzacollo incontenibili, sempre in mezzo in tutte le occasioni pericolose come svaligiare i camion tedeschi pieni di pane in partenza per il fronte di Cassino, o far raccolta di razzi, schegge, bossoli e materiale vario di tipo bellico, divertendosi a smontare spolette di bombe esplose e perfino non esplose e correndo rischi incredibili.
Anche questi bambini, in tal modo, credevano di combattere la loro piccola guerra. E nessuno riusciva a fermarli, finché non ci furono i primi veri incidenti gravi.

domenica 25 novembre 2012

72. I fuochi tedeschi

Mio fratello Silvestro , tre anni più grande di me (io otto, lui undici anni), lui sì che era scatenato. Non lo reggeva nessuno.
Col suo gruppetto, era riuscito a mettere le mani su una piccola riserva di micce e di munizioni tedesche scovata non si sa come.
Una parte finì nella mia soffitta, e ricordo una cassa piena di miccette, lunghe una quarantina di centimetri, di color verde marcio, vuote all'interno come bucatini, quelli che servono per l'amatriciana.
Queste micce, probabilmente estratte da bossoli inesplosi, svuotati correndo seri rischi, avevano una capacità impressionante: accese, e tenute premute contro un muro, una volta rilasciate schizzavano via a folle velocità, e guidate da una diabolica capacità d'individuare gli spazi vuoti, precorrevano le vie, i vicoli e le piazzette, entravano nei portoni, s'impigliavano un momento tra le lunghe gonne delle vecchiette terrorizzate, e poi all'improvviso esplodevano con un botto impressionante.
Queste micce erano diventate una minaccia spaventosa per le donne anziane e per i bambini piccoli.

sabato 24 novembre 2012

71. Il regno di sora Marietta

Il bambino incaricato del recupero era di solito colui che aveva commesso l'errore di calciare oltre il muretto di San Nicola. Quindi, presto o tardi, toccava a ciascuno di noi partire per una specie di avventura.
C'era una scorciatoia, veramente, ma era in pratica tabù: scavalcare il cancello di un altro giardino, quello della sora Marietta, la moglie di Lello il farmacista, giardino contiguo a quello della signora Silvia e scavalcabile agevolmente  superando un basso muretto. Ma la sora Marietta, al contrario di Silvia, aveva un carattere assai meno mansueto, e noi ne avevamo un vero terrore, sicché quasi nessuno osava penetrare nel suo "regno".
Era giocoforza compiere un lungo giro: passare per via Vittorio Emanuele, scendere la lunghissima scalinata del vicolo Gaudente, entrare nel portone di Silvia, passare per un atrio quasi oscuro,varcare un altro portone laterale, e dopo un lungo giro si poteva finalmente uscire alla luce del giardino. Se tutto andava bene, dopo vari girigori per le aiuole e i vialetti, si poteva finalmente recuperare quella benedetta palla e ripercorrere quasi sempre senza intoppi il viaggio di ritorno.
Ogni recupero di palla necessitava di almeno un quarto d'ora, giusto l'intervallo fra un tempo e l'altro. Perciò si poteva commettere il grave peccato di perdere la palla non più di una volta a partita. Il peccatore veniva guardato da tutti con occhi torvi, e doveva scontare quella giusta penitenza.
Ora i giardini misteriosi sono quasi tutti scomparsi, per dar vita a una più pratica strada di circonvallazione.

venerdì 23 novembre 2012

70. Il giardino di Silvia

Quando giocavamo con la palla a piazza San Nicola, c'era  sempre il pericolo che, colpita troppo forte, scavalcasse il muro che recingeva la parte marginale: un muro oltre il quale, rimbalzando di tetto in tetto, di terrazzo in terrazzo, andava a finire giù in fondo, nell'ampio giardino della signora Silvia.
La signora Silvia era una donna piccola e vivace, coi capelli brizzolati e ricci, ed era la mamma di un nostro compagno di brigata, Luigino.
Mite di carattere e sempre disponibile, certamente anche per la familiarità che avevamo con lei, ci lasciava entrare con un certo limite di discrezione nel suo giardino, che per noi bambini era una specie di regno delle meraviglie, con fiori, aiuole, vialetti odorosi di mirto e di bussolo, piccole vaschette con pesci variopinti e fontanelle zampillanti. Ma forse sto un po' mitizzando.
Intanto, anche il giardino era limitato da un muretto prospiciente la vallata di Anagni: il nostro paese, Acuto, è costruito proprio sul vertice di un monte, e quindi è tutto un ripido degradare verso la valle che è posta cinquecento metri al disotto.
Delle volte la palla (o il pallone, in tempi successivi) riusciva a scavalcare anche il muro del giardino, e si perdeva irrimediabilmente nel fondo valle.
Ma il più delle volte il salvataggio della palla era assicurato dall'ampio spazio ricavato dai vialetti e dalle aiuole del giardino di Silvia. Solo che raggiungerlo era tutt'altro che facile, e richiedeva parecchio tempo: per i giocatori di calcetto, si prospettava sempre una pausa prolungata e noiosa.

giovedì 22 novembre 2012

69. La giostra di Ettore

Decine di bambini assistevano ammirati allo spettacolo del piccolo aereo che volava lungo il filo, e veniva raccolto a ridosso del palo dal più giovane dei due fratelli, Francesco. Lo spettacolo si ripeteva, ogni volta più ammirato. E gratuito.
Non era del tutto gratuito il secondo gioco i due fratelli Quattraccinque produssero, sempre a San Nicola, tra la fontana pubblica e il misterioso cancello del farmacista sor Lelllo, ricoperto di edere e di rampicanti.
Si trattava, stavolta, di una giostrina, sempre di legno; un piccolo carosello con tre o quattro seggiolini, messo in moto manualmente da Ettore, aiutato da un congegno di corda. I bambini più piccoli si azzuffavano tra di loro per poter compiere quei pochi giri in tondo, lenti e faticosi, ripagati con una monetina di rame di quattro centesimi, quella che riproduceva un'ape sui petali di una rosa.
 Questi furono i giochi che ebbero maggior successo. Per il resto c'erano i salti sulla groppa dei bambini più grandi; o il gioco della picca, una specie di rubabandiera; o la lizza, con un bastone che faceva rimbalzare e colpiva al volo un pezzetto di legno appuntito, e vinceva chi lo mandava più lontano. Le palline in buca. La palla prigioniera. I più evoluti giocavano una rudimentale imitazione della palla a base introdotta dagli alleati al loro arrivo. 
Si giocava con mezzi poverissimi, e con tanta voglia di dimenticare le sofferenze e le amarezze della guerra.

mercoledì 21 novembre 2012

68. Due fratelli ingegnolini

Subito dopo la guerra, quando ci fu mancanza assoluta di mezzi e non si poteva giocare che con la fantasia, chi aveva più sveglia questa facoltà finiva col dominare la scena, fra noi  bambini o appena adolescenti.
La vacanze erano prolungate, tempo ce n'era quanto se ne voleva. Il centro dei giochi era senza dubbio lo slargo di San Nicola, vecchia chiesa andata distrutta da secoli e ora divenuta un balcone aperto sulla verde vallata di Anagni.
C'erano due fratelli un po' più grandi di noi, Ettore e Francesco, con lo strano soprannome di Quattraccinque derivato dagli antenati. Abitavano proprio su una vechia costruzione di quattro piani prospiciente lo spiazzo di San Nicola. Erano un po' rozzi perché del tutto ineruditi, ma fantasia ne avevano da vendere. E poi avevano quella bella finestra altissima sulla piazza.
All'altra estremità c'era un grande palo della luce. Che ti pensarono, Ettore e Francesco? Con una cordicella lunga almeno una ventina di metri collegarono la loro finestra con quel palo della luce; la cordicella scendeva da quindici metri di altezza fino a due /tre metri del palo, e su essa cominciò a "volare" un minuscolo aeroplano di legno o forse due, che i due fratelli avevano ingegnosamente costruito. 

martedì 20 novembre 2012

67. I cinquanta punti di Anna Maria

Un brutto giorno, venimmo a sapere che Anna Maria, uscita a prendere un fiasco d'acqua  fresca alla fontana di piazza del Colle, aveva fatto un brutto capitombolo giù per la scaletta a chiocciola, e i vetri del fiasco le si erano conficcati nella pancia.
La bambina fu immediatamente portata all'ospedale, tutta insanguinata e per noi quasi morente. In paese non si parlava d'altro che di questo fatto doloroso.
In realtà tutto andò bene. Anna Maria se la cavò con un grosso spavento, due ore di operazione per accertarsi che tutti i frammenti di vetro fossero stati recuperati, e poi una cinquantina di punti nella pancia.
Tre mesi dopo, Anna Maria tornò ad Acuto e ci raccontò tutto della sua lunga degenza, in un lontano ospedale che non riuscimmo mai a sapere quale fosse. Ci parlava di altri malati, di altre sofferenze, e dell'orologio di San Pasquale, un misterioso congegno che suonava le ore di morte, e chi sentiva quel suono poteva considerarsi perduto.
Raccontava così bene le sue avventure, Anna Maria, che tutti la stavamo ad ascoltare col fiato sospeso. Era la nostra eroina.

lunedì 19 novembre 2012

66. Un'amica chiacchierona

Anna Maria faceva parte fissa del nostro piccolo clan di amici e amiche dai nove ai dodici anni. Era simpatica, chiacchierona e di grandi capacità inventive.
Abitava in Via del Colle, nella parte più alta dell'abitato di Acuto, alla quale ci si arrampicava per un ampio vicolo dirimpetto alla casa di Cherubina, un palazzone seicentesco impreziosito da un grande stemma cardinalizio.
La casa di Anna Maria era molto originale: dal portone d'ingresso si entrava in un grande atrio fresco e ombroso. Poi si saliva una scala regolare, che improvvisamente si trasformava in una scaletta a chiocciola.
Lassù abitava Ines, la mamma di Anna Maria, una signora di quarant'anni ancora piacente, ma dall'aria un po' malinconica: soffriva di cuore, non usciva mai di casa, e a noi questo fatto sembrava misterioso e affascinante. Anna Maria non aveva un papà: almeno, noi non lo avevamo mai conosciuto. Ines, però, sembrava avere una misteriosa amicizia con il padre di un altro nostro amico.

domenica 18 novembre 2012

65. Una festa pagana

Si cominciava a vedere il lago di Canterno. Certi anni, per le piogge, diventava più grande, enorme, andava a lambire i sobborghi di Fiuggi, Torre Caietani e Trivigliano. Uno stretto canale, sul quale era ancorata la barchetta di un pescatore, portava fino al punto in cui il lago diventava profondo.
Il rustico santuario, una volta unito ad un piccolo convento abitato da un monaco solitario, il "romito", veniva aperto una sola volta all'anno, appunto il 12 settembre, si celebrava una messa solenne, si svolgeva una coloratissima processione che compiva un ampio giro intorno alla chiesa, e poi tutta la giornata veniva lasciata a una specie di festa pagana, fatta di merende, di balli al suono di rozze fisarmoniche, di grida dei venditori: c'era perfino chi vendeva pecore, capre, galline, conigli, certamente i residui di una vecchia celebrazione pagana di fine estate.
La gente, di almeno una decina di paesi dei dintorni (Ferentino, Fumone, Vico nel Lazio, Guarcino, Collepardo, Alatri, oltre a quelli, già citati, di Acuto, Fiuggi, Trivigliano e Torre Caietani) si spargeva per gli ampi prati e consumava un rustico pranzo o una merenda, per il resto dandosi ai giochi e alle conversazioni più bizzarre e divertenti.
Poi, prima che il sole tramontasse, si riprendeva la via del ritorno, sempre in allegria, benché la strada fosse tutta in salita.
Al lago di Canterno, comunque, noi bambini e adolescenti del paese, andavamo anche in altre occasioni, quando non c'era gente, perchè la natura era assolutamente meravigliosa e multiforme.

sabato 17 novembre 2012

64. Il lago di Canterno

Che meraviglia era, per noi ragazzini di Acuto, andare in gita a piedi fino al lago di Canterno! Saranno stati, a occhio e croce, un sette/otto chilometri: ma che percorso straordinario, quante variazioni di scena!
Si partiva al mattino presto, muniti o meno di una spartana merenda: chi non l'aveva, avrebbe rimediato qualcosa sul posto, perché per lo più ci andavamo il 12 di settembre, festa della Madonna della Stella, celebrata in un rustico santuario sulla riva del lago, ai piedi della verdissima montagna di Porciano.
C'erano bancarelle con ciambelle, olive verdi dolci, fusaglie, pigne profumate già pronte per offrire i loro pinoli. Liquirizie, gazose, noci e nocciole. Ogni ben di Dio rustico e a poco prezzo. Anche semplice acqua naturale, venduta a bicchieri, e molto apprezzata dopo la lunga galoppata. Poche monete di rame bastavano per poter comprare qualcosa.
Da Acuto fino al fontanile di Colle Borano la strada era dritta e polverosa. Sarà asfaltata solo negli anni '50. Poi si girava sulla destra, lungo un viale costeggiato da gelsi (si era provato, negli anni '30, la coltura del baco da seta: nessun successo).
Una terza fase del viaggio era costituita dai castagni, alti e maestosi: quando si era già in vista di Fiuggi Terme, s'imbucava una discesa, prima ripida, poi gradatamente più leggera, finché dai castagni si sbucava in un'ampia pianura coperta di erbe selvatiche, dalle quali, al nostro passaggio, si levavano in volo le quaglie. Oggi tutto questo tratto forma il grande campo da golf di Fiuggi.

venerdì 16 novembre 2012

63. Mia sorella Isola

Mia sorella Isola, la più grande, che fungeva un po' da spalla di mia madre nello svezzare tanti fratelli, ogni tanto chiamava Tore dalla finestra, quando lui passava con le sue fusaglie e le sue more. Le vendeva a bicchieri: quattro soldi ogni bicchiere, con una lira potevi comprare cinque bicchieri di more.
Isola le lavava, le metteva nell'acqua gelida per rinfrescarle, poi le spolverava con un po' di zucchero, e per noi, in tempo di guerra, quella era una vera delizia.
I bambini un po' discoli si divertivano a prendere in giro Tore, e lui qualche volta si arrabbiava, ma il più delle volte stava allo scherzo e gradiva scambiare qualche battuta allegra.
Il mestiere di Tore non conosceva pausa: ogni stagione aveva la sua frutta e le sue verdure. Poche, da portare dentro a quel canestro che lo accompagnava sempre e che gli dava da vivere.
Quando tornavamo ad Acuto, in estate, Tore era sempre lì, ancora dopo tanti anni, inconfondibile con la sua coppola, il suo immancabile cesto, i suoi capelli rossi che però gradualmente ingiallivano.
Poi scomparve. Chissà quanti anni aveva? E con lui scomparve una figura veramente caratteristica del paese. Figure così, il progresso le ha fatte sparire, portandosi via un po' di miseria, una manciata di more, e un pizzico di malinconica poesia.

giovedì 15 novembre 2012

62. Le more di Tore

Una figura caratteristica del mio paese, Acuto, era un altro Tore, oltre a quello che si portò il Bambinello a casa dal presepe della parrocchia per ristorarlo con le sue lasagne.
Quest'altro Tore si guadagnava da vivere andando per prati e boschi, raccogliendo fragole e more, castagne e asparagi, che vendeva lungo le trade del paese con un suo cesto sempre pieno di frutti stagionali, includenti anche le fusaglie, le caldarroste e le verdure del suo orticello fuori paese, tra le rocce della Portèlla, una piccola porta nell'antica cinta delle mura.
Tore Ccione era, a modo suo, un personaggio. Di età indefinibile, dai venti anni ai cinquanta, con un berretto consunto sui capelli rossicci, era amico di tutte le donne che lo chiamavano dalle finestre per comprare a pochi centesimi le sue leccornie. Scapolo per necessità, però non rifuggiva dalle conversazioni anche un po' maliziose delle ragazze, che gli dicevano - Tore, tu che lavori tanto, perché non ti fai una donna? -
Tore si schermiva: - Io sono serio, io le cose brutte non le faccio! - E andava avanti tranquillo con la sua spicciola filosofia: - Si rifà notte e si rifà giorno: il mondo è sempre uguale. Io tiro avanti bene così -
Aveva qualche parente lontano, qualche vecchia zia che pensava forse ai suoi bisogni più impellenti: una camicia nuova, un paio di pantaloni usati. Non aveva grandi esigenze, Tore: anzi, piccole piccole, e non si può dire se fosse felice o infelice.

mercoledì 14 novembre 2012

61. La traversata di Roma

Gli esami, comunque, vennero spostati di un giorno, e così io, dieci anni non ancora compiuti, mi ritrovai solo, col problema di tornare a casa a piedi. Mezzi diretti non ce n'erano, il filobus numero 71 ancora non riprendeva servizio, gli Alleati erano entrati a Roma non più di dieci giorni prima.
Io non mi persi di coraggio. Mi sembrava di aver memorizzato bene la strada.
Andò tutto bene fino al Messaggero. Poi commisi l'errore di proseguire dritto verso Via Veneto. Però mi resi conto, dopo un po', di non aver ritrovato il Traforo. Allora con calma tornai indietro, finchè con un sospiro di sollievo non vidi l'imboccatura del tunnel. Tutto si era risolto bene. Allora il Traforo, con le sue bianchissime mattonelle e un traffico in pratica inesistente, era comodamente percorribile.
Con i libri sotto il braccio, fischiettando come Pinocchio che ancora non si era imbattuto nel Teatro dei burattini, sbucai infine per Via Merulana. Mia zia era stata avvertita per telefono del rinvio degli esami, e si era già messa in allarme.
Quando mi vide apparire, tutto solo, dalla sua altissima finestra al quinto piano, mi riconobbe dalla camicia che indossavo, verde scuro a quadretti, e ringraziò Dio. Avrei potuto benissimo smarrirmi nella grande città, io piccolo bambino di paese. Quella fu la mia prima avventura romana.

martedì 13 novembre 2012

60. La ripresa delle scuole

Appena usciti dalla guerra, nello stesso giugno del 1944, quando da Firenze in su ancora si combatteva, da noi riprese un fervore di vita incredibile, anche se l'economia era a zero e la miseria continuava ad essere una realtà con cui fare i conti tutti i giorni.
Ma i conti col passato erano in sospeso, bisognava riallacciare i rapporti con le regole, la vita improvvisata giorno per giorno non piaceva più a nessuno.
Le prime a riprendere furono le scuole. Io non avevo frequentato la quinta elementare perché l'anno scolastico era saltato, tra l'armistizio, la lenta avanzata degli alleati e la liberazione.  A giugno volli dare ugualmente gli esami di ammissione alla scuola media, e per questo dovetti andare a Roma a sostenerli al Collegio Nazareno al Tritone.
Mi ospitò, per quel periodo, la zia Agnese, quella di Via Merulana. Da qui al Nazareno c'era almeno un chilometro di strada: Santa Maria Maggiore, la discesa di Via Panisperna, via Milano, l'attraversamento di Via Nazionale, poi il Traforo sotto il Quirinale, e finalmente il Tritone.
All'andata, il primo giorno degli esami, mi accompagnò mio fratello maggiore, che lavorava già a Roma e viveva con la stessa zia Agnese, la quale aveva una casa piuttosto grande al quinto piano di un caseggiato umbertino dai soffitti altissimi e con enormi finestroni sulla grande arteria che va da Santa Maria Maggiore a San Giovanni in Laterano, un centinaio di metri più giù del cinema Brancaccio.

lunedì 12 novembre 2012

59. Ritorno in famiglia

Scendemmo i vicoli e la strada sterrata che portava giù alla stazione delle ferrovie vicinali, certamente allora inattive in conseguenza dei bombardamenti. Ma a noi interessava la strada provinciale, quella che in dieci chilometri ci avrebbe riportati al "nostro" paese, Acuto, e alla "nostra" famiglia.
Cincischiammo per qualche mezz'ora tra sassi e cespugli, senza trovare quella benedetta via. Alla fine, sfiduciati e impauriti, quasi sicuri di perderci, decidemmo di ritornare su, dai nostri zii, che avrebbero voluto adottarci, ma evidentemente leggevano sui nostri volti un profondo dolore e una enorme desolazione. Di lì a pochi giorni ci ritrovammo, assai felici, nella nostra povera ma amatissima famiglia, e nel nostro povero paese, e non li avremmo scambiati per nessun'altra famiglia e per nessun altro paese.
Bisognava stringere i denti. Mio fratello più grande, Vito, appena laureato, aveva trovato un primo lavoro a Roma, e dopo la morte di mio padre aveva preso le redini della famiglia pur avendo soltanto ventitre anni.
Arrivava finalmente un po' di denaro sicuro per tirare avanti con dignità, e ormai il nostro futuro non poteva più essere il paese, bensì la Capitale, nella quale c'era possibilità di lavoro  anche per gli altri figli. Ma per il momento, per noi più giovani, il nostro piccolo mondo di Acuto rimaneva ancora il centro dei nostri affetti e dei nostri interessi.

domenica 11 novembre 2012

58. La grande fuga

Ci ritrovammo per alcuni giorni ciondoloni nella grande e oscura casa di zia Paolina al Piglio. Ci sentivamo morire tutti e due, zia Paolina non sembrava gradire molto quella soluzione. Lei era abituata a una solitudine totale, rallegrata solo dall'affetto profondo di alcune amiche di lunga data, disposte a far tutto per lei. 
Noi due bambini, in un paese in cui, tranne i parenti, non conoscevamo nessuno, non potevamo giocare che tra noi due. Non avevamo neanche il coraggio di allontanarci dalle scale di quella casa, finché un giorno zia Paolina non si arrabbiò e ci strappò con una certa forza dall'inferriata che fronteggiava il fianco della lunga scala: voleva che ci decidessimo a farci coraggio, ad allontanarci, a cercare qualche piccolo amico.
Noi la prendemmo come una vera violenza, e ci aggrappammo con forza a quella inferriata. Quando poi, a qualche mese di distanza, raccontavamo quell'episodio, ricordo che mio fratello escalama: "Se non ci fossimo sorretti alla ringhiera..."
Così maturò la grande decisione. La mattina dopo, di comune accordo, ci allontanammo davvero, di nostra spontanea volontà.

sabato 10 novembre 2012

57. Un cambiamento profondo

Ci fu una fase della mia vita in cui si sarebbe potuto verificare una cambiamento profondo, ma da me non accettato. Ora non ricordo bene neppure il particolare più determinante e più duro: se mio padre fosse già morto, se la necessità di alleggerire una situazione difficile avesse potuto indurre mia madre, e forse anche il mio fratello maggiore, a staccare dalla famiglia me e il mio fratello minore Luciano per andare a rendere più viva l'altra famiglia, quella di zio Pasquale e di zia Paolina che non avevano figli. Io potevo avere dieci anni e Luciano sette.
In realtà, questo episodio della mia vita rimane oscuro, o forse intorno ad esso io debbo aver mitizzato.Non posso credere infatti che mia madre, così affettuosa e sempre attaccatissima a noi, avesse potuto pensare di fare a meno di due dei suoi figli per farne dono alla cara zia Paolina, né che quest'ultima se la fosse sentita veramente di rinunciare al suo ruolo di zia totalmente disimpegnata per accettare quello, molto più impegnativo, di madre.
Sicuramente si tratta solo di un fatto momentaneo, di una specie di vacanza prolungata per me e per mio fratello Luciano, e del desiderio di alleggerire il peso insostenibile di una famiglione come il nostro per le sue fragili spalle di madre.Sì, fu veramente questa l'idea.
Ma a noi due bambini, legatissimi al nostro ambiente, e per ambiente bisogna intendere anche il nostro amato paese di Acuto, l'idea di cambiare famiglia anche solo per una vacanza estiva parve decisamente assurda e punitiva, e non potevamo pensare a un distacco definitivo. Bastava ricordare, del resto, la favola di Nino e Rita, cioè di Hansel e Gretel. Non c'era stato, nei genitori dei due ragazzi, addirittura un conciliabolo per sbarazzarsene a causa di una miseria incombente? Quella favola sembrava riferirsi proprio a un caso come il nostro.

venerdì 9 novembre 2012

56. Zio e compare

Degli altri zii, Pasquale era quello più vicino a noi, in quanto non aveva figli, mentre mio padre ne aveva forse qualcuno di troppo. A zio Pasquale piaceva molto leggere, era il più colto dei fratelli, e aveva una simpatia per me proprio perché anch'io amavo molto la lettura. Nell'estate del 1943, proprio nel pieno della guerra, mi fece da padrino per la Cresima: erano tempi veramente cupi, non poté farmi nemmeno il tradizionale regalo del "compare", e rimediò in qualche modo sottoscrivendo un buono di risparmio postale di 500 lire, una cifra non indifferente per quei tempi, quando ancora vigeva la favola delle "mille lire al mese" ("Se potessi avere...").
Mussolini aveva fatto di tuto per tenere alto il valore della nostra lira: ma ormai per lui tutto crollava proprio in quei giorni, tra il 25 luglio e l'8 settembre, caduta del Regime e armistizio badogliano. Di quel buono postale nessuno si curò più: lo ritrovai qualche anno dopo e ancora lo conservo, come cimelio  eloquente di tempi durissimi ma incancellabili nella memoria.

giovedì 8 novembre 2012

55.Gli zii Pasquale, Angelo e Pierino

Mio padre si divertiva a narrare quelle avventure inverosimili che a me sembravano invece tanto vere, come quelle di Giovannin senza paura, o di qualche allegro brigante riemerso in seguito anche da brandelli del Decameron e di Pietro Aretino.
Mio padre era molto legato ai suoi fratelli, Pasquale, Angelino e Pierino. E alle sorelle Antonietta, restata nella cittadina orginaria di Maddaloni, vicino Caserta, e Lucia, emigrata in America, dove era andata sposa a un altro immigrato italiano, di cognome Verna: era bella, luminosa di carnagione, ma io la ricordavo solo da quella triste fotografia che la inquadrava sul letto di morte, fra tanti malinconici fiori. Quella foto rendeva ancora più lugubre il lungo corridoio della casa dei nonni, a Piglio.
Nonno Silvestro io non lo avevo neanche conosciuto, era morto qualche anno prima della mia nascita. Restava nonna Amalia, ma ora se ne stava immobile tutto il giorno su quella poltrona, invocando il nome del suo figlio più piccolo, Pierino. "Peruzzo mio, Peruzzo mio!" era il suo incessante lamento.
Peruzzo era andato in guerra, in Libia, ma era stato fatto prigioniero dagli inglesi, nella ritirata di Tobruk nell'inverno del 1942. Zio Pierino tornò dalla prigionia due anni dopo, ma nonna Amalia non fece in tempo a rivederlo, e morì con il nome del figlio sulle labbra.

mercoledì 7 novembre 2012

54. Le meraviglie

Dei piccoli viaggi di lavoro di mio padre, in partenza da Acuto, conservo nella memoria qualche asssenza notturna, e le albe in attesa del rientro. Svegliandomi, e non trovando mio padre, chiedevo a mia madre dove fosse andato. Io dormivo in un lettino accanto al letto matrimoniale, dato che eravamo tanti e gli spazi erano ritretti. 
Mia madre mi rispondeva, un po' evasiva e un po' burlona, mentre io la prendevo alla lettera: "Papà è andato a Foligno a comprare le meraviglie..."Forse erano le parole di una canzone popolare, ma io insistevo: che cos'erano le meraviglie? Lei ribatteva, un po' infastidita: "Le ciliege marine..." Per me il mistero persisteva ancora più fitto, e non ricordo come si concludeva, se veramente mio padre mi portasse qualche piccola sorpresa dopo i suoi brevi viaggi di un giorno o due. 
Ero molto legato a mio padre, e quando morì il mio dolore fu intenso; non riuscivo a credere che stavolta il suo viaggio fosse per sempre. Quasi tutte le sere mia madre affidava a papà il compito di portare a dormire il più piccolo dei figli, e lui, stanco della lunga giornata di lavoro, lo faceva volentieri, approfittandone per raccontarci tante di quelle favole popolari del nostro meridione, che poi ho ritrovato nella raccolta di Italo Calvino o in altri testi più antichi come quelli del Basile.

martedì 6 novembre 2012

53. La passione per il pallone

Il campo era abbastanza pianeggiante e regolare, ricavato alla meglio fra grosse piante di pino e alberi di acaia, che in estate emanavano un profumo intenso, quasi da lasciarti stordito. Poi quel terreno fu riservato al mercato del martedì, e vi sorsero alcune case popolari, sicché ne venne fuori una piazza.
Il campo sportivo venne spostato fuori del paese, nella frazione di Casanova, ma era piuttosto sassoso e in parte anche in pendio, sicché la squadra che giocava nella parte in discesa doveva compiere uno sforzo enorme per giungere sotto l'altra porta e potervi fare un gol. Però, poiché i tempi delle partite di calcio sono due, nella ripresa i ruoli s'invertivano, e di solito chi vinceva doveva dimostrare di essere davvero il più forte. 
Su questo campo, per un certo periodo, giocavamo dalla mattina alla sera, per ore e ore, senza fermarci mai, incuranti dei tanti piccoli incidenti di gioco, con i primi pesantissimi palloni di cuoio e con scarpe da gioco rudimentali, che ci riducevano i piedi in condizioni pietose. 
Poi, piano piano,la passione venne sbollendo, anche perché era ormai sopraggiunta la stagione delle prime  cottarelle amorose.
Quella del pallone, comunque, era stata per me una vera e propria scoperta: dai quattordici anni in su, si accomunò al tifo per la Lazio, e gradualmente all'aspirazione a diventare un giornalista sportivo. Fu la cosa che provai non appena misi piede a Roma, a diciotto anni.

lunedì 5 novembre 2012

52. I prati di Acuto

Un altro nostro divertimento, per niente scevro di pericoli, aveva come scenario i prati in forte discesa che, sulla via che conduce al cimitero, finivano in fondo alla vallata sottostante alla piazza del mercato. Erano prati sempre verdi, sia d'estate che d'inverno, assolati e compatti, dove di solito pascolava qualche gruppetto di mucche. Noi ci allungavamo sul terreno all'inizio della pendenza, e ci rotolavamo giù, per un centinaio di metri, provando l'ebbrezza della discesa, incuranti delle spine, di qualche sasso sporgente o della possibilità d'incontrare qualche "regalo" delle mucche, più o meno essiccato. 
Del resto, sui prati del tutto fuori vista sottostanti al camposanto, dall'altro versante del monte Calvario, così chiamato a somiglianza di quello di Gerusalemme, per un certo periodo invalse la moda, da parte di ragazzi e ragazze molto più grandi di noi, di prendere veri e propri bagni di sole. Questi erano i pochi divertimenti che il paese offriva.
Un po' più grandicelli, venne di moda il gioco della palla. Ma per comprare un vero e proprio pallone soldi non ce n'erano: allora facevamo una palla di carta di giornale, legandola fitta fitta con degli elastici, e ci sfogavamo a prenderla a calci, ingaggiando vere e proprie partite, sul terreno del giardino sottostante alla piazza principale, che una volta era stato una specie di laghetto ("volubro") prosciugatosi col tempo.

domenica 4 novembre 2012

51. Un impellente bisogno

Interruppi così una bella serata di amichevoli conversazioni, condite da qualche bicchiere di buon vino, che al Piglio è di eccellente qualità, e costrinsi il povero Elia a tornare anzitempo al paese con il camioncino, mentre mio padre sarebbe andato al mercato la mattina dopo con i suoi fratelli.
I motivi della mia impuntatura restarono misteriosi per tutti i dieci chilometri di strada, tra l'altro montuosa e ricca di tornanti, fra il Piglio ed Acuto. Finalmente Elia, uomo di grande pazienza, annunciò il mio arrivo a casa, alle otto di sera, con fragorosi colpi di battente al portoncino di casa mia. 
Mia madre mi accolse un po' allarmata, ma io mi recai di corsa al bagno per liberarmi di un mio impellente per quanto piccolo bisogno: era proprio questo il motivo del mio capriccio, perchè ero così impacciato e timido da non avere il coraggio di chiedere a zia Paolina la strada per il suo bagno, tanto mi sembrava misteriosa e grande la sua casa. 
Quando Elia scoprì il motivo della mia irrequietezza, solo il bisogno di orinare, non poté fare a meno di rimproverarmi, sia pure fra le risate. Mia madre, ovviamente, si risentì di di questo mio comportamento, e cercò in seguito di sollecitare una mia maggior confidenza nel prossimo. Almeno fra parenti stretti!

sabato 3 novembre 2012

50. Una solenne impuntatura

Mio padre, oltre ad avere un negozio di stoffe, nel corso della settimana esercitava anche il commercio ambulante, con una bancarella nei mercatini di paese insieme ai suoi fratelli del Piglio, Pasquale, Angelo e Pierino. Utilizzava un camioncino alla cui guida era addetto un amico, Elia, originario delle Puglie, uomo paziente e fidato, con una sua vena umoristica che lo rendeva simpatico e di buona compagnia.
Un pomeriggio, alla vigilia di uno di questi piccoli spostamenti nei paesi vicini, mio padre ed Elia si recarono con il camioncino alla casa degli zii del Piglio, e precisamente di Pasquale, che era il più anziano e un po' il leader carismatico del gruppo familiare. Mio padre, forse dietro mie insistenze, decise di portarmi con sé: avrò avuto quattro anni. Tutto andò bne per qualche ora: zio Pasquale e zia Paolina non avevano figli, e tenere con sé un piccolo nipote li riempiva di gioia. Mi colmavano di mille attenzioni.
Zio Pasquale divenne anche il mio compare di cresima, ed ebbe sempre per me un grande affetto. Ma io, in quella occasione, gli diedi una grande amarezza, perché a un certo momento, quando cominciò a far buio, presi una solenne impuntattura e decisi di volere tornare ad Acuto, a casa mia.

venerdì 2 novembre 2012

49. Placido

Mafalda fuggì terrorizzata, mia madre prese ad urlare piena di disperazione, io a mia volta piangevo a dirotto. Mi portarono all'ospedale di Anagni, e un chirurgo ricucì con molta pazienza i margini della ferita al dito amputato, mentre io, per il dolore, prendevo a calci il piccolo tavolo rotondo sul quale veniva effettuato l'intervento. Stranamente, ricordo che per calmarmi mi diedero una caramella rotonda avvolta in una carta rossa trasparente. Dettaglio incancellabile nella mia memoria. Incancellabile come il rimorso di aver chiuso nervosamente la porta in faccia a Mafalda, la quale mi perdonò, e anzi, ogni volta che m'incontrava, sembrava volersi scusare per avermi involontariamente procurato quella piccola ma significativa menomazione.
Da bambino, come si può constatare, non devo essere stato una bambino tanto tranquillo, malgrado le apparenze. Sì, ero calmo, quasi sempre, almeno: tanto è vero che il mio fratello appena un po' più grande di me, con i suoi tre anni di vantaggio, mi aveva dato l'appellativo di "placido", Luigi placido. In realtà in paese esisteva un altro Luigi Placido, coetaneo di mo fratello, e così il nomignolo mi era stato girato, e sembrava calzarmi a pennello. In realtà, anch'io avevo le mie impuntature e facevo i miei capricci, qualcuno davvero tremendo.

giovedì 1 novembre 2012

48. Il dito tagliato

Ribelle e impulsivo: due brutte qualità del mio carattere, di cui devo scontare continuamente le conseguenze. Cominciò presto, la mia carriera: a tre anni già aveva lasciato il segno.
Stavamo in cucina, mia madre affaccendata nel suo duro compito di genitrice con troppi figli. C'era una gran corrente, perchè la porta sul balcone corrispondeva frontalmente a quella d'ingresso. Si sentì bussare piano piano a questa porta: io andai ad aprire, e c'era una bambina povera che chiedeva del pane. 
Mia madre disse: - Mafalda, di pane non ne abbiamo più. E' fine settimana e debbo ancora farlo -
Però Mafalda aveva fame e insisteva. Anche loro erano una famiglia numerosa, ma il padre non viveva con loro e non ce la facevano a sbarcare il lunario. Io ascoltavo il lamento insistente di Mafalda e la risposta, ripetuta ogni volta, di mia madre. Allora persi la pazienza e andai a chiudere con un certo nervosismo quella porta. Ma c'era vento, e la porta, che aveva un certo spessore e margini taglienti, m'imprigionò l'ultima falange dell'anulare della mano destra, tagliandola di netto.