giovedì 13 dicembre 2012

91. Il retrobottega

Il negozio di mio padre, noto in paese come "la bottega di Memmuccio", in corso Umberto ad Acuto, consisteva in un unico grande ambiente, tutto circondato da scaffali pieni di stoffe e di mercerie varie. C'era poi un retrobottega più piccolo, ma ugualmente abbastanza ampio, aperto con una grande finestra sull'attuale piazza del mercato, che allora era un giardino semiselvaggio, con alberi di pino e di acacia, spesso allagato dalle piogge, e in origine era una specie di laghetto in fase di progressivo prosciugamento ("Volubro", in dialetto j'ubbro, sotto agl'ubbro).
Durante il 1943-44, nel momento peggiore della guerra, quando io avevo nove anni, cominciai a fare pressione su mio padre, assieme alla mia cugina Marisa, di tre anni più grande, perché ci concedesse di gestire nel retrobottega una specie di sezione autonoma del negozio, per la vendita di piccola merceria: nastri, bottoni, automatici, rocchetti e sigarette di filo e via dicendo.
Mio padre era molto buono con me e con mia cugina, e pur comprendendo che quello era soltanto un gioco, volle darci ragione, e permise di effettuare l'esperimento, con nostra grandissima gioia. La porta che conduceva al retrobottega rimase perciò aperta, e trasferimmo gran parte della piccola merce negli scaffali di cui anche quella stanza era munita.
Arrivò infatti qualche giovane cliente: una  ragazza di quattordici anni che chiese un metro di nastro per le trecce. Fu la nostra unica vendita, poiché ci rendemmo subito conto che era troppo il disturbo, e troppo poca la resa. Inoltre, come si sa, quando un desiderio che è soltanto tale viene appagato, non ha vera ragione di resistere, e ben presto perde d'interesse e cade da sé.

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