Mio padre, naturalmente, mi attese. appena aprii il cassetto, mi si parò davanti, mi afferrò per un orecchio, e mi fece una solenne ramanzina davanti a tutti gli avventori incuriositi e all'amico che aveva denunciato l'accaduto al legittimo proprietario del cassetto.Una lezione bruciante, che ricordai per tutta la vita. Forse è da lì che è nata in me l'avversione per qualunque gioco di denaro, perfino della schedina del Totocalcio o del gioco del lotto, e la convinzione che risparmiare il denaro delle giocate sia la vera vincita che si possa fare.
Recentemente, con un gruppo di amici di Cave, per un poco d'anni abbiamo giocato al lotto ed abbiamo vinto anche delle piccole cifre, utilizzate per andare a pranzo con le nostre consorti. Ma poi ci siamo resi conto che, con i soldi delle giocate, avremmo potuto pagarci non uno, ma quattro pranzi. E così abbiamo finito per non farne più nemmeno uno.
In realtà, si gioca non tanto per la vincita, quanto per il gusto del gioco. Era quella la molla che mi spingeva ad andare al cassettto di mio padre e a rubarne qualche monetina, che lui non mi avrebbe mai regalato per non farmi correre il rischio di un vizio che in età infantile può essere assai pericoloso.
La stessa dinamica di gioco delle monete era quella d'infilare dei piccoli anelli metallici sul collo di pupazzi piazzati sul bancone a una certa distanza. In questo caso, il premio consisteva non in denaro, ma in un simpatico pesciolino rosso fornito in una busta trasparente piena d'acqua. Una volta, riuscii a vincerlo con mia grande gioia, e poi a perderlo con gran dispiacere per non essere riuscito a nutrirlo.
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