giovedì 30 maggio 2013

171. Una vita un po' ingessata

I bambini non osavano quasi giocare, in quella piazza. Non c'era l'atmosfera giusta. Qualcuno osava fare dei giri in bicicletta, ma c'era come il timore di non stare facendo la cosa giusta.
Ci voleva la piazzetta di San Nicola, cinquanta metri più dentro il paese vecchio,  perchè i bambini si animassero in cento giochi, le comari in cento chiacchiere attorno alla fontana pubblica, e i vecchietti in cento memorie sui vecchi muretti fatti apposta per incontrarsi, per prendere il sole, tornare con i pensieri e le parole lontano nel tempo.
Piazza Margherita no: troppo severa, troppo austera, con quel grigio monumento ai caduti che sembrava fatto apposta per incutere silenzio. "Acuto ai suoi figli immolatisi per la patria", recava la scritta, ma ormai le parole di bronzo erano smozzicate e non dicevano nulla al cuore.
Il guaio era che la piazza finiva lì, non andava in alcun altro luogo, non era al centro di nessuna vita: solo una vita un po' ingessata, tra l'odore di medicine della farmacia, le attese al telefono della posta, qualche persona nervosa allo sportello della banca, un impiegato frettoloso del Comune.
Tutto ciò non faceva mai piazza, e non la fa tuttora. Piazza è dove la gente s'incontra: e a piazza Margherita è come se la gente non s'incontrasse mai. Piazza è dove i bambini giocano. E a piazza Margherita non si giocava mai.

martedì 28 maggio 2013

170. Quella piazza sempre vuota...

Piazza Margherita, la piazza principale di Acuto, è nata con  un destino sbagliato: destinata ad essere vuota. A Piazza Margherita si va: non ci si passa. E se non c'è motivo di andarci, non ci si passa mai.
Eppure, a piazza Margherita c'era tutto. C'era l'Ufficio Postale. C'era la Cassa Rurale ed Artigiana. C'era, almeno per un certo periodo, il Municipio. C'era la farmacia. C'era, proprio al centro, il monumento si caduti. 
C'era una bella fontana. C'erano gli alberi, lo spazio per giocare, c'era il forno di Cencia.
Serviva forse altro perché la piazza fosse viva e animata?
Sì: c'erano le abitazioni, tutte ben costruite e armoniose, con facciate moderne e buona architettura, delle quattro o cinque famiglie principali del paese: i Perinelli, con Augusto podestà del paese; i Verdecchia, che al pian terreno ospitavano la Banca; c'erano i Pompili e i Longo; i Guidoni, antenati del futuro astronauta Umberto; c'erano i De Grandi, gli Anagni, i Ticconi e i Coria, e altre famiglie tra le più attive e intraprendenti. 
Eppure...un accenno di vita c'era soltanto nell'anticamera della piazza, tra la bella chiesa di Santa Maria, il Castello dei conti Giannuzzi, il torrione ormai integrato col palazzo dei Perinelli, e soprattutto la vivacissima osteria di Nannetta, della famiglia De Grandi. Ma appena si superava quell'osteria, percorrendo cinque metri in lieve salita per entrare nella piazza vera e propria, cominciava il grande silenzio.

domenica 26 maggio 2013

169. Un bellissimo quartiere nuovo

Quello spiazzo di circa duecento metri di lunghezza e di un centinaio di larghezza era divenuto una comoda area fabbricabile, e nel giro di un trentennio aiutò il paese a trovare uno spazio di espansione abitativa senza gravare sul piano edilizio, anzi agevolandolo vistosamente.
Il nuovo quartiere è a un centinaio di metri al di sotto del vecchio abitato, ma è ugualmente in eccellente posizione, con aria buona, ampio panorama e maggiori comodità sia per gli impianti igienici che per tutti gli altri aspetti urbanistici.
Dallo svuotamento del laghetto, Acuto non ha tratto altro che benefici, con la nascita di un centro urbano comodo e moderno. I nostalgici non hanno che da guardare qualche vecchia cartolina per ricordarsi quanto si era indietro in fatto d'igiene e di comodi servizi casalinghi, a cominciare dal riscaldamento delle case.
Quel laghetto, inoltre, conserva un ricordo drammatico risalente ai primi decenni del secolo scorso. D'inverno le acque si ghiacciavano completamente, creando un lastrone apparentemente robusto. Due ragazzi, si chiamavano Mario Ticconi e Ruggero Perinelli esattamente come due nostri amici del gruppo degli anni quaranta (erano sicuramente loro parenti) pensarono di potervi andare a pattinare, ma rimasero entrambi intrappolati nel ghiaccio. Nel tentativo reciproco di aiutarsi, finirono per sparire in fondo al lago prima che i soccorsi  arrivassero. I loro corpi furono ritrovati stretti in un abbraccio mortale.
Una vecchissima lapide del cimitero, vicino all'uscita della scala della chiesetta, fino a pochi anni fa ricordava il triste episodio nella tomba comune. Allo scadere del cinquantennio dalla morte, i loro resti sono stati portati nell'ossario, e ora forse nel paese non ci sarà più nessuno che li ricordi.

venerdì 24 maggio 2013

168. Lo svuotamento del laghetto

Si conservano ancora oggi, come un cimelio storico, le cartoline illustrate in bianco e azzurrino con la scritta: "Acuto si specchia nel suo laghetto". Possono essere anche trovate fra le pieghe del computer, in qualche sito che presenta rarità storiche.
Il laghetto è quello di Casanova, la località pianeggiante alle spalle della vecchia stazione della Roma-Fiuggi. Acuto si è specchiato in quel laghetto fino all'anno 1950, quando si andava giocare a pallone ai piani della Ciancola, e si passava proprio vicino a quel poco che ne era rimasto, più una grosssa pozzanghera piena di girini, di melma e di alghe palustri.
Ormai quell'acqua, anziché rispecchiare il profilo del paese con l'abside di Santa Maria in primo piano, rappresentava solo un covo di zanzare, e il sindaco di allora, Giuseppe Germini, a cui è stata giustamente dedicata la strada principale del quartiere nuovo, ne ordinò il risanamento. Fu aperto un canale che arrivava, in crescente declivio, fino all'orlo della collina, e le acque malsane si precipitarono con un certa facilità, perdendosi fra le rocce e i sassi del costone, fino al fondo valle due o trecento metri lì sotto.
Tutta la gente del paese partecipò allo svuotamento, senza troppa nostalgia per quello specchio d'acqua sempre più malsano. Non ci vivevano più neanche le sanguisughe, che una volta vi abbondavano ed erano utilizzate per i  salassi.
Nel giro di una settimana il terreno si prosciugò, e un periodo di scarse piogge facilitò l'impresa.

mercoledì 22 maggio 2013

167. Il servizio postale passa ai pullman

La sorella minore di Nunziata, Maria, dopo qualche anno, si sposò con il capostazione di Fiuggi, e dal loro matrimonio nacque quel Lorenzino Necci destinato a diventare un grande personaggio dell'Eni e del settore petrolifero pubblico negli anni '70.
Con l'andare degli anni, il giro della posta diventò via via troppo pesante per la brava ed arguta Nunziata, il cui bussare alla porta era considerato quasi un privilegio e un auspicio di buone notizie. Quelle cattive le portavano di solito il telefono pubblico e i telegrammi, che non erano di sua competenza, e per essi si era convocati all'ufficio postale.
Quando arrivò l'ora della pensione, per Nunziata, quel vecchio tipo di sistema postale aveva fatto il suo tempo. Negli anni '80, il primo a cessare di funzionare fu il trenino Roma-Fiuggi. Il sacco postale venne preso in carico dai pullman del Cotral, che si fermavano all'ingresso del paese. I servizi dei quotidiani e delle raccomandate vennero automatizzati e resi più snelli.
Non c'era più spazio per figure quasi romantiche come quella di Nunziata la postina. Oggi un buon postino deve avere la sua motoretta e lo spirito pratico dei  nostri giorni.
D'altra parte, sempre più spesso, il giornale cartaceo viene sostituito da una comoda lettura dei quotidiani via Internet, e sempre più spesso, al posto di una lettera, viene usata l'e.mail sul computer.






lunedì 20 maggio 2013

166. Nunziata la postina

Posta e giornali arrivavano ad Acuto con una certa regolarità. Tranne una pausa di alcuni mesi dopo il passaggio degli alleati, giugno 1944, e comunque non oltre l'estate dell'anno successivo, fine della seconda guerra mondiale e un po' di tempo per riattivare i binari del trenino Roma-Fiuggi, il servizio era regolarmente assolto per via ferroviaria, e la corrispondenza più i quotidiani venivano ritirati con il trenino delle 8.30 in arrivo da Roma.
Ad aspettare la posta era puntuale ogni mattina un'anziana signora, Nunziata, una figura caratteristica, tracagnotta e simpatica, che con tutta la calma di questo mondo si accingeva a percorrere quei cinquecento metri in salita che separavano la stazione dalla barberia di Enrichetto, dove depositava il tesoro dei giornali quotidiani e di qualcuno dei primi settimanali. Uno di questi fu Grand Hotel, che introdusse i fumetti anche nel genere rosa.
A quel punto, ed erano ormai le nove inoltrate, Nunziata passava all'Ufficio Postale in Piazza Margherita, consegnava la posta più impegnativa all'ufficiale postale, il signor Ferdinando Felli, e si preparava con la massima tranquillità a fare il giro del paese per la posta normale, secondo un itinerario predeterminato, che si concludeva dopo alcune ore nel vecchio quartiere di San Pietro, vicino a casa sua, dove poteva finalmente distendersi per una meritatissima pausa, quasi sempre coincidente con l'ora del pasto principale, che una sorella più giovane aveva tutto l'agio di preparare.

sabato 18 maggio 2013

165. Una forte emigrazione nella capitale

Fu una serie di successi. La corale esordì preparando una messa molto impegnativa, la "Jucunda" di Franco Vittadini, che da allora fu cantata in paese ad ogni festa religiosa importante, cone San Maurizio e l'Assunta, e poi esportata in tutta la diocesi di Anagni, da Fiuggi ad Anagni stessa, dove in quel periodo andava per la grandissima un'altra corale famosa, quella guidata dall'illustre Luigi Colacicchi, valorizzatore del folklore ciociaro con la scoperta di canzoni come "Il fazzolettino", resa famosa in Europa da Yves Montand: "Aridamme lu fazzulettino / vado alla fonte e lo vado a lavar..."
La fama di don Aristide cresceva, proprio nel momento in cui il paese di Acuto si andava spopolando a causa di una forte emigrazione nella capitale. Intanto il vecchio don Filippo era ormai in età da pensione, e il vescovo di Anagni dovette correre ai ripari: unificò le due parrocchie di Santa Maria e di San Pietro, designando come unico parroco il giovane e staripante don Aristide. Si chiudeva così la storia del derby delle due parrocchie, con molto rammarico dei Sampietrini, che si vedevano declassati e serviti unicamente, per le emergenze, da un giovane e inesperto viceparroco, un chierico locale uscito fresco fresco dal seminario.
Del resto la popolazione di Acuto, in un decennio, si era ridottada oltre tremila abitanti a millecinquecento, per i quali una parrocchia sola era più che sufficiente.
Strade e vicoli del paese si stavano letteralmente svuotando, le case più vecchie venivano abbandonate, l'antico rione di San Pietro rimase silenzioso con le sue decadenti strutture, e si preferiva vivere in quelle più nuove della parte moderna del paese, dove ormai tutti volevano i servizi igienici e il sistema di riscaldamento.
Maria Luigia e Peppinello diedero l'esempio, andando a costruire la loro casa nuova in via delle Cianfrusche, alle spalle dell'imponente edificio scolastico, in posizione arieggiata e spaziosa, vicino a un nuovo albergo che venne chiamato "La Panoramica".

giovedì 16 maggio 2013

164. La corale di don Aristide

Ci fu un momento in cui, nel derby delle parrocchie tra Santa Maria e San Pietro, derby sempre dominato dallo strapotere di Santa Maria, la prevalenza sembrò passare dall'altra parte.
Questo momento giunse proprio sul finire della guerra, quando il parroco di Santa Maria, il mitico don Filippo Longo, ormai ottantenne o giù di lì, imboccò l'inevitabile declino, mentre nell'altra parrocchia si levava all'orizzonte la stella nuova, quella del giovane e straripante don Aristide Tosco.
Don Aristide era di Gorga, paese sui Monti Lepini, poco al di sotto di Carpineto Romano, patria di Leone XIII, il pontefice della "Rerum Novarum".
Don Aristide sembrava un predestinato. Snello nella figura, non ancora trentenne, un'ampia parabola tutta da compiere. La vecchia parrocchia di San Pietro sembrò riprendere vita. I giovani accorrevano come le mosche, attirate dal dinamismo del nuovo parroco. 
L'idea aggregante fu quella della corale. Cominciò a selezionare prima le voci maschili, e ne poté utilizzare sette-otto di buon calibro tenorile, potenti e trascinanti. Poi vennero le voci femminili: anche in questo caso don Aristide preferì la potenza di tre - quattro contralto, dalla voce sonora e duttile, capitanate da quella di mia cugina Maria Luigia, una vera e propria leader non solo nei giochi, ma anche negli orientamenti culturali.
Il leader dei maschi era Peppinello, anche lui dotato di grande carisma e personalità. Nessuna sorpresa se, dopo tre o quattro anni di attiva comunanza, i due finissero per creare una profonda amicizia, e poi sposarsi, in un matrimonio coronato dalla nascita di tre figlie femmine.

martedì 14 maggio 2013

163. Il trenino scomparso trent'anni fa

Del resto, per provare una sensazione di enorme facilità nella corsa, basta essere nati in un paese di montagna e poi scendere a gareggiare in zone pianeggianti. Quando tornavo a Roma dalle vacanze in montagna, avevo la sensazione quasi di volare, mentre passeggiare tra i sassi e i percorsi montani risulta molto faticoso, ma in compenso allena i muscoli per quando poi si rientra in città.
Comunque, se ci avessero visti fare le corse sui binari, sicuramente ci avrebbero fermati e magari anche multati, perché la cosa poteva essere anche pericolosa. Bastava mettere un piede in fallo per ritrovarsi nei guai. Perciò preferivamo correre su grandi rettilinei, in modo da vedere comunque il trenino da lontano e sentirne l'immancabile fischio alla curva laggiù.
Campionissimo di questo tipo di corsa era Angelino Agostini, il nostro amico centrocampista nel calcio, dotato di un fiato inesauribile e di un calcio di punizione terribile, ogni tiro piazzato un gol, e vincitore di tutte le corse campestri. Sembrava veramente un "uomo degli altipiani", un Abebe Bikila dalla pelle bianca.
Peccato che il trenino, con tutti i suoi binari e le sue traversine, sia scomparso da trent'anni, sostituito sommariamente da una pista ciclabile che unisce tutti i paesi della vecchia ferrovia Roma-Fiuggi.

domenica 12 maggio 2013

162. Le corse sui binari

Conoscendo bene gli orari dei trenini, un nostro grande divertimento erano le corse sui binari, saltando da una traversina a un'altra.
Sapevamo, per esempio, che dalle undici alle dodici non c'era nessun trenino sul percorso, né verso Fiuggi, né verso Roma. Per quell'ora, il binario era il nostro regno.
La Ferrovia Roma-Fiuggi-Alatri era su binario unico, e a scartamento ridotto. Il tratto da Acuto a Colle Borano, dove c'era una stazioncina intermedia tra il nostro paese e Fiuggi, diventava così teatro delle nostre corse speciali.
Si saltellava per due chilometri circa, da traversina a traversina, e ogni traversina distava dall'altra un metro circa. Quindi si procedeva velocissimi con lo stesso passo del grillo. Era un passo atletico, che ci allenava alla resistenza e al fondo. Ci accorgevamo che ci faceva benissimo, perché poi, quando andavamo a trasferire la gara di corsa su terreno normale, quelli che erano i più forti nella corsa sui binari dominavano in maniera assoluta anche la corsa campestre, che poteva durare fino a cinque o sei chilometri.
Quando si andava alle scuole superiori di Fiuggi, o Alatri, o Anagni, i ragazzi di Acuto, abituati alle gare di resistenza in montagna o alla corsa sui binari sassosi, riuscivano sempre ad avere la prevalenza sui compagni abituati a percorsi più comodi e pianeggianti. Un po'  come succede oggi nelle grandi gare di fondo, che sono dominate dagli atleti africani provenienti dal centro del continente, abituati a gareggiare sugli altipiani dell'Etiopia e del Kenia.

venerdì 10 maggio 2013

161. Una grande opera d'arte

La madonna lignea venne datata con precisione intorno ai primi anni del tredicesimo secolo, circa 1210, e si scoprì che era stata un dono di papa Bonifacio VIII alla popolazione di Acuto, la prima a insorgere contro la soldataglia di Filippo il Bello di Francia in occasione del famoso "schiaffo di Anagni" del 7 settembre 1303 ad opera del capitano Nogaret e di Sciarra Colonna.
Un'opera d'arte arricchita da pietre preziose, e ritenuta degna di rispetto e di dar nome a un apposito salone del Museo Nazionale di Palazzo Venezia in Roma.
Una diversa versione di questa scoperta, nata forse per riscattare l'ignoranza del curato, afferma che la Vergine lignea fu donata volontariamente al Museo romano a seguito di un bombardamento della Chiesa di San Sebastiano, dove era conservata in una nicchia. Ma questo non risulta a me che allora ero un bambino di dieci anni: san Sebastiano non fu bombardata, ma neppure danneggiata da alcuna granata, anzi vi si diceva messa al posto della collegiata di Santa Maria gravemente danneggiata dai bombardamenti, e non ricordo nessuna statua di legno in nessuna nicchia.
Invece la storia del curato ingannato circolava da tempo nel paese, e così pure era nota la presenza della statua a Roma, dove era stata subito apprezzata e valutata come una versione lignea di una famosa statua marmorea di Benedetto Antelami, la Madonna di Fontevivo, 1190: una Vergine maestosa e degna di essere portata in processione, e non certo di rimanere nascosta in un  sotterraneo di paese.
Comunque, se un giorno andrete a visitare il Museo di Piazza Venezia e potrete ammirare la Madonna di Acuto, vi prego di pensare anche un po' al mio caro paese,  e ai suoi tanti secoli di storia.
Ah, dimenticavo: questo capolavoro dell'arte romanica è stato ricavato dal ceppo di un ulivo, la pianta umile e forte che è tipica di questo paese.

mercoledì 8 maggio 2013

160. La Madonna di Acuto

Un giorno di tanti anni fa, diciamo di circa un secolo fa, due sconosciuti antiquari romani si presentarono al curato di Santa Maria, ad Acuto, e chiesero di poter rovistare fra le cianfrusaglie conservate nel sotterraneo della chiesa: vecchi candelabri inservibili, qualche quadro malandato, qualche mobile zoppicante, qualche statua malridotta e impresentabile.
Non trovarono nulla di notevole, tranne una statua di legno raffigurante la Madonna con il Bambino sulle ginocchia, giudicata di scarso valore. Proposero comunque al curato un cambio: con il migliaio di lire che offrivano, si sarebbe potuta acquistare una meravigliosa statua moderna dell'Assunta, patrona del paese.
Monsignor accettò, convinto di aver fatto un buon affare. La vecchia statua di legno, di rozza fattura e malridotta, era giudicata inadatta per stare in una nicchia e per essere portata in processione, cosa che invece accadde con la statua nuova di gesso, di formato gigante, smagliante di colori, con una corona di dodici stelle sul capo, il serpente schiacciato sotto i piedi, e una torma di angioletti festanti all'intorno. La nuova statua dell'Assunta fu accolta con entusiasmo e devozione.
Nel frattempo, i due antiquari restaurarono l'antica statua lignea, rozza di fattura perché risalente al periodo romanico.

lunedì 6 maggio 2013

159. Il cinema diventa teatro e poi chiude

Ovviamente la situazione non poteva reggere a lungo. I giorni di programmazione si ridussero via via, sino ad arrivare a un solo spettacolo domenicale. Ma l'affitto delle pellicole era costoso, e il rientro economico sempre più incerto e insufficiente, e con tutta la sua buona volontà il professor Martucci dovette cedere.
Acuto perse così la sua sala cinematografica nel giro di pochi mesi. Qualche altro mese andò avanti ospitando piccole compagnie teatrali di passaggio o qualche troupe di avanspettacolo. Poi vennero posti i cancelli davanti  alla costruzione, che venne utilizzata unicamente come abitazione privata.
Un mio cugino, Claudio, direttore didattico in missione nella Svizzera italiana, sposatosi con una maestra di Roma, pensò a questo punto di ritirarsi parzialmente ad Acuto, a cui era rimasto molto legato. Era amico del professor Martucci, e pensò bene di ripagarlo dei suoi sacrifici economici chiedendo di vendergli un lato della costruzione per trasformarla in una piccola villa. L'accordo fu raggiunto con soddisfazione di entrambe le parti. Claudio acquistò  anche una porzione di terreno alle spalle dell'ex cinema, e la trasformò in un bel giardino.
 La casa, in tal modo, fu condivisa tra un docente ed un altro, per l'impensabile via dell'arte del cinema che solo per un po' aveva caratterizzato quell'angolo del paese. Ma ormai, con l'avvento della televisione, il cinema era penetrato ugualmente nelle case anche di gente umile come gli abitanti di Acuto, e la missione del professor Martucci poté considerarsi in buona parte riuscita. Era stato lui a far conoscere a tutti i capolavori di Rossellini e di De Sica.

sabato 4 maggio 2013

158. Il cinema del professore

Uno dei fari della cultura di Acuto era il professor Martucci. Era un teosofo, e la sua figura gibbuta, alla Leopardi, era ammantata da un alone di mistero. Ma anche dai paesi vicini venivano studenti a frequentare le sue lezioni private, che spaziavano dall'italiano alla filosofia, e lasciavano in chi lo conosceva un profondo rispetto. Tutto questo, per un ampio periodo, che va dagli anni Trenta fino agli anni Cinquanta.
Appena terminata la guerra, il professor Martucci decise all'improvviso di passare dalla vita contemplativa a quella pratica, investendo tutti i suoi sudati risparmi nella costruzione di una sala cinematografica. Credeva infatti, oltre alle nove muse, anche alla decima, il cinema, che in quegli anni stava dando in Italia i capolavori immortali del neorealismo, da Sciuscià a Ladri di biciclette.
Il professore, rimasto scapolo per lunghissimi anni, acquistò così senza pensarci due volte una bella fetta di terreno tra la caserma dei carabinieri e l'edificio  scolastico, e nel giro di pochi mesi diede vita a una simpatica costruzione in forma di villa, con abitazione al primo piano e un grande salone al pianterreno, da dedicare a proiezioni di film addirittura a ritmo quotidiano, che per una popolazione di circa duemila abitanti, per lo più poverissimi, era una vera esagerazione.
Per qualche mese la cosa andò avanti. I film erano belli, la gente era curiosa, il professore era generoso e pieno di amici. Si poteva resistere al fascino di film come Roma città aperta?

giovedì 2 maggio 2013

157. Il Principe Caposecchio

A me toccava un ruolo delicatissimo: faccio una rapida comparsa iniziale come "Principe Caposecchio", con un secchio in testa per non essere identificato subito da Cenerentola, alla quale mi sarei rivelato solo nelle scene conclusive, quelle dell'invito al ballo. Cenerentola era un'altra mia cugina più piccola, che con la sua carnagione bianca e i suoi capelli color ebano era molto tagliata per quel ruolo.
Tutto procedeva bene, la conversazione con Cenerentola fu rapida e divertente. Ma sul più bello,  i  lenzuoli che ricoprivano le pentole sul fondo della cucina caddero giù, e invece che nel giardino ci ritrovammo tutti in un clima più casareccio e da avanspettacolo.
Però nessuno si arrese. Arrivammo, tra risatelle e piccole battute, alla fine del primo atto, e riuscimmo a realizzare il cambiamento di scena. La recita riprese il giusto tono, e alla fine, malgrado tutto, fu applaudita da quelle poche decine di spettatori.
Comunque, non ci azzardammo più ad accettare inviti di recite fuori dal nostro ambiente consueto, dove, se fosse accaduto qualcosa del genere, nessuno ci avrebbe preso in giro. D'altra parte, si trattava come al solito di uno spettacolo completamente gratuito, e se lo scopo era quello di passare un paio d'ore di divertimento, certamente era stato raggiunto oltre le nostre stesse intenzioni.
Eravamo tutti piccoli attori dai dieci ai tredici anni, accomunati dalla medesima passione per il teatro, che oggi sicuramente sarebbe stata sostituita da quella del cinema, più interessante almeno per risvolti economici. Ma a quel tempo il denaro non sembrava essere per noi nessuna fonte d'interesse e di coinvolgimento.