giovedì 16 maggio 2013

164. La corale di don Aristide

Ci fu un momento in cui, nel derby delle parrocchie tra Santa Maria e San Pietro, derby sempre dominato dallo strapotere di Santa Maria, la prevalenza sembrò passare dall'altra parte.
Questo momento giunse proprio sul finire della guerra, quando il parroco di Santa Maria, il mitico don Filippo Longo, ormai ottantenne o giù di lì, imboccò l'inevitabile declino, mentre nell'altra parrocchia si levava all'orizzonte la stella nuova, quella del giovane e straripante don Aristide Tosco.
Don Aristide era di Gorga, paese sui Monti Lepini, poco al di sotto di Carpineto Romano, patria di Leone XIII, il pontefice della "Rerum Novarum".
Don Aristide sembrava un predestinato. Snello nella figura, non ancora trentenne, un'ampia parabola tutta da compiere. La vecchia parrocchia di San Pietro sembrò riprendere vita. I giovani accorrevano come le mosche, attirate dal dinamismo del nuovo parroco. 
L'idea aggregante fu quella della corale. Cominciò a selezionare prima le voci maschili, e ne poté utilizzare sette-otto di buon calibro tenorile, potenti e trascinanti. Poi vennero le voci femminili: anche in questo caso don Aristide preferì la potenza di tre - quattro contralto, dalla voce sonora e duttile, capitanate da quella di mia cugina Maria Luigia, una vera e propria leader non solo nei giochi, ma anche negli orientamenti culturali.
Il leader dei maschi era Peppinello, anche lui dotato di grande carisma e personalità. Nessuna sorpresa se, dopo tre o quattro anni di attiva comunanza, i due finissero per creare una profonda amicizia, e poi sposarsi, in un matrimonio coronato dalla nascita di tre figlie femmine.

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