lunedì 31 dicembre 2012

104. L'automobile ha cancellato le tradizioni

Ai nostri tempi non c'erano davvero le tante bevande moderne, ma ci si ristorava con acqua fresca, vino bianco leggero o al massimo qualche gazosa. Si stava lì a Mezzomonte un bel po' sotto il sole di aprile, non ancora cocente, oppure ci si andava a riposare sul fresco sedile nell'atrio della chiesetta.
Altri divertimenti non c'erano. Si trattava soltanto di una breve gita, di una merenda allegra, di quattro chiacchiere tra amici e parenti, e poi si tornava su in paese. Nel primo dopoguerra, la gita si ripeteva di lì a pochi giorni per celebrare il primo maggio. Poi, con l'andare del tempo, si preferì andare al santuario più lontano della Madonna della Stella, sul lago di Canterno.
Con l'arrivo dell'automobile come mezzo di massa, tutte queste rustiche tradizioni sono andate perdute. Rimane soltanto qualche vecchia foto in bianco e nero fra le rocce della Madonna di Mezzomonte, a ricordare un periodo in cui della povertà nessuno si vergognava o sentiva il peso, e bastava un'allegra risata in comitiva per sentirsi felici.
Oggi no. Basta che il vicino abbia una casa più grande, o una macchina più potente, o un mestiere meglio remunerato, perché nasca un sentimento diverso, che divide piuttosto che unire. E poi la politica, che fa il resto.

sabato 29 dicembre 2012

103. La pasquetta a Mezzomonte

Proprio a metà della spoglia montagna sulla quale si è sviluppato l'abitato di Acuto, lungo la strada sassosa che dalla valle ben coltivata porta su al paese, sorge una chiesetta dal fascino incredibile: la Madonna di Mezzomonte. Una chiesetta piccola piccola, appena dotata di una campanella chiacchierina, con un semplice altare e un paio di rozzi affreschi risalenti a chissà quale tempo. Il fascino della chiesetta risiede soprattutto nel pronao, ossia in uno spazio ombroso protetto da una tettoia, con un doppio arco e un parapetto sulla vallata, e un sedile tutto intorno, che promette allo stanco viandante, o al contadino col suo asino, di fermarsi un istante, a ristorarsi e ad ammirare la magnifica vallata sottostante, aperta sull'abitato di Anagni.
Un luogo che conserva tutta la sua struttura e il rustico stile di un piccolo santuario francescano. Tutto intorno, non ci sono che rocce. Soltanto a primavera, dei cespugli odorosi di ginestre. Un luogo ideale per la contemplazione, il raccoglimento e l'introspezione.
Questo luogo, però, ai miei tempi, era riservato alla festa di pasquetta. Piccoli gruppetti di giovani, o di famiglie, si recavano qui il lunedì dell'Angelo per una festa rustica molto sentita. Si preparavano per l'occasione anche dei dolci tipici: il tortolo, cioè un'austera torta fatta solo di farina addolcita e profumata con l'anice; le tipiche pupattole al forno, con le mani ripiegate sul ventre a proteggere un uovo sodo, simbolo della fertilità, certamente un dolce di origine pagana che si fa anche a Frascati; e infine le corticchiozze, un dolce veramente prelibato, impastato col vino rosso e ricoperto di zucchero, con forme che riproducono una specie di esse ricca di ghirigori e delizioso da sgranocchiare.

giovedì 27 dicembre 2012

102. La lezione sul gioco

Mio padre, naturalmente, mi attese. appena aprii il cassetto, mi si parò davanti, mi afferrò per un orecchio, e mi fece una solenne ramanzina davanti a tutti gli avventori incuriositi e all'amico che aveva denunciato l'accaduto al legittimo proprietario del cassetto.Una lezione bruciante, che ricordai per tutta la vita. Forse è da lì che è nata in me l'avversione per qualunque gioco di denaro, perfino della schedina del Totocalcio o del gioco del lotto, e la convinzione che risparmiare il denaro delle giocate sia la vera vincita che si possa fare.
Recentemente, con un gruppo di amici di Cave, per un poco d'anni abbiamo giocato al lotto ed abbiamo vinto anche delle piccole cifre, utilizzate per andare a pranzo con le nostre consorti. Ma poi ci siamo resi conto che, con i soldi delle giocate, avremmo potuto pagarci non uno, ma quattro pranzi. E così abbiamo finito per non farne più nemmeno uno.
In realtà, si gioca non tanto per la vincita, quanto per il gusto del gioco. Era quella la molla che mi spingeva ad andare al cassettto di mio padre e a rubarne qualche monetina, che lui non mi avrebbe mai regalato per non  farmi correre il rischio di un vizio che in età infantile può essere assai pericoloso.
La stessa dinamica di gioco delle monete era quella d'infilare dei piccoli anelli metallici sul collo di pupazzi piazzati sul bancone a una certa distanza. In questo caso, il premio consisteva non in denaro, ma in un simpatico pesciolino rosso fornito in una busta trasparente piena d'acqua. Una volta, riuscii a vincerlo con mia grande gioia, e poi a perderlo con gran dispiacere per non essere riuscito a nutrirlo.

martedì 25 dicembre 2012

101. I soldi nel cassetto

Quando c'erano le grandi feste ad Acuto, due o tre volte all'anno (15 agosto, l'Assunzione: 22 settembre, il patrono San Maurizio; e ogni tanto qualche anniversario speciale), arrivavano mercivendoli da ogni parte, e in periferia c'era anche il commercio di animali: cavalli, muli, asini, pecore, capre, maiali, conigli e altri ancora.
Ma a noi bambini interessano altre cose: le giostre, prima di tutto, con caroselli, tiri a segno, pugno di ferro,  lancio degli anelli con piccoli pesci rossi in premio e tante altre fantasiose invenzioni.
Un anno, mi ricordo, proprio di fronte al negozio di mio padre al corso Umberto, venne un ambulante che portava con sé una semplice tavola di legno, in cui erano disegnati  cinque o sei tondini circondati da chiodi: se, lanciando una moneta, facevi centro, ti davano come premio cinque volte il valore della stessa moneta.
Chissà perché, quel marchingegno colpì la mia immaginazione. E allora, mentre mio padre era tutto preso dalla contrattazione con un cliente, io andai zitto zitto al cassetto, presi una moneta da mezza lira, e andai a lanciarla sulla tavola chiodata dell'ambulante. Naturalmente feci cilecca.
Non contento, tornai al cassetto di mio padre, presi un'altra moneta, non importa di quale taglia, riprovai, e l'esito fu lo stesso.
Forse a terzo colpo, qualcuno notò che un bambino di otto anni stava giocando d'azzardo, sia pure con monete di piccolo taglio, e corse a riferire la cosa a mio padre nel negozio che era lì di fronte all'ambulante.

lunedì 24 dicembre 2012

100. I grandi vicoli di Acuto

La casa di Palutilla concludeva praticamente il vicolo sul lato sinistro. La cosa misteriosa, per noi bambini, era un foro stretto e lungo nel cemento,  a livello del terreno, di circa un metro di larghezza e venti centimetri di altezza, chiamato biforio, forse perchè la struttura si ripeteva poi al di là, un mezzo metro oltre: qui le acque piovane trovavano il loro sfogo verso la valle, tra rocce e cespugli, come accadeva per tutti gli altri vicoli in discesa.
Infatti, sul lato opposto della strada principale, c'erano i vicoli in  salita, quelli del Colle o della Piazza della Corte, dove nel lontano passato si eseguiva la pena di morte.
Questi vicoli in  salita erano più importanti, ma meno pittoreschi, perchè non avevano sfogo nella vallata.
Risalendo il Vicolo Gaudente, dal lato destro, si incontravano altre abitazioni, assai originali. La casa di Silvia, madre del nostro amico Luigino, aveva un atrio ampio con un portone sempre aperto ed oscuro, e sfociava su un giardino luminoso. Più in alto c'era la casa di sor Lello il farmacista, il cui portone viceversa era sempre chiuso, ma era dotata anch'essa di un fiorente giardino. Ancora più in alto, un'ampia arcata ogivale si apriva su due o tre porte di case più povere, mentre l'ultima porta immetteva in un'osteria molto frequentata. Al piano superiore c'era il Vignale, una specie di galleria ad archi, e di fronte si aprivano altre abitazioni.
Il vicolo degrada ancora oggi su una cinquantina di metri di dislivello, ma per tutti quei cinquanta metri le abitazioni si accumulano l'una sull'altra, in un'unica struttura evidentemente molto robusta in quanto basata sulla roccia, e resistente anche ai terremoti, se a memoria d'uomo non è andata mai distrutta. L'ultima casa in alto era proprio la mia, ma a mio padre, che nel 1920 la ristrutturò, venne imposto l'obbligo di non alzarla oltre, perchè avrebbe posto a rischio la stabilità dell'intero nucleo abitativo.

domenica 23 dicembre 2012

99. Le risorse del vicolo

Oggi, su qualche guida di Acuto, il Vicolo Guadente viene presentato come un punto caratteristico, pieno di memorie medioevali. 
La mia casa, in via Vittorio Emanuele 30, si affaciava dal lato destro proprio sul vicolo Gaudente, contribuendo, con il suo terrazzo molto originale, un muretto perforato con rosoni a  losanghe di cemento, che molti forestieri si fermavano a guardare ammirati. In realtà, era solo una stratturta moderna di buon gusto.
Ma sul Vicolo Gaudente c'era ben altro. Proprio di fronte a noi c'era la casa seicentesca di Cherubina e di Filippo, ultimi discendenti di una famiglia cardinalizia. La casa, di due piani, si apriva sugli scalini del vicolo con ampie cantine, che in autunno emanavano i profumi della vendemmia e del mosto, da cui nasceva un vino molto pregiato.
Il vicolo, piuttosto ampio, è tutto in discesa, e dopo quella di Cherubina c'era un'altra antica costruzione a tre piani,con un grande portone. Mentre Cherubina sfoggiava modernità come la radio aperta a tutto volume su notiziari di guerra o musichette leggere, dalle finestre dell'altro palazzo arrivavano ondate di musica classica, bene eseguita al pianoforte da una ragazza misteriosa, Plautilla, che non usciva quasi mai e colloquiava spesso con Beethoven o Chopin. Io mi affacciavo ogni volta dal mio terrazzo a sentirla, affascinato.
Plautilla faceva parte di una famiglia aristocratica, e aveva un'altra sorella, Ada, più pratica e alla mano, che sposerà più tardi il segretario comunale, Odoardo.

sabato 22 dicembre 2012

98. Il possidente bello e grasso

Anch'io, all'età di cinque o sei anni, rientrai per un momento nel raggio di attenzione della scatenata suor Cesira, la cui figura ho ritrovato in tempi recenti nel personaggio di Suor Claretta di Sister Act, la bravissima Whoopi Goldberg. Mi aveva prescelto come protagonista di una commediola romana, in cui avrei impersonato un "possidente bello e grasso"che se ne andava "dall'Ariccia a Albano" combinando una serie di affari. La recitazione si alternava con il canto di divertenti ariette che ancora ricordo benissimo.
Io recitavo abbastanza bene e me la cavavo anche con il canto: promettevo, insomma. Suor Cesira, però, non aveva fatto i conti con il mio nemico numero uno, il panico da palcoscenico.
Arrivata, infatti, la serata della prova generale, con tanto di pubblico schierato al gran completo nel salone delle suore, le luci accese, l'attesa vibrante dei parenti, il "possidente bello e grasso", cioè il sottosceritto, si squagliò completamente come neve al sole appena chiamato al proscenio.Un vero e proprio tradimento, il mio, nei confronti della povera suor Cesira, che si disperò per qualche momento, ma poi riuscì a trovare un "vice" forse meno bravo, ma dalla gran faccia tosta, che riuscì a coprire bene il ruolo e a ricevere anche la sua bella razione di applausi.
Da quel momento capii che le luci della ribalta non erano lo scenario giusto per me,e lo capì anche la buona suor Cesira, che non mi fece mai pesare la sua delusione.
Comunque, un complimento alla brava suora, che già nel 1940 aveva intuito qualcosa dello sfondo educativo e sociale dell'arcinoto film di Emile Ardolino del 1992.

venerdì 21 dicembre 2012

97. Una suora scatenata

C'era una suora, nel convento di Acuto (dove Maria De Matthias aveva fondato l'ordine del Sangue Prezioso nel 1834) che era una vera animatrice della cultura popolare.
Si chiamava suor Cesira, era di umili origini di una frazioncina di montagna, Porciano, ma aveva un ingegno così vivo, una mentalità così aperta, da diventare una specie di faro dell'intero paese.
Dirigeva con mano esperta l'asilo infantile, che funzionava a meraviglia. Non contenta di ciò, suor Cesira andava aggregando intorno a sé altre forze: stava promuovendo una scuola media privata, diretta dalle suore stesse ed aperta anche all'esterno, alle ragazze di Acuto. Alcune della suore erano laureate, conoscevano il latino e il francese, la pedagogia e la psicologia, la matematica e l'arte.Tutte e tre le mie sorelle, Isola, Amalia e Vittoria, avevano frequentato quella scuola con buoni risultati, e nel paese quel collegio era veramente al top.
Ma suor Cesira amava soprattutto il teatro e la musica, e le avevano affidato la conduzione di un doposcuola aperto non solo alle ragazze, ma anche ai bambini. La suora poteva così attingere a piene mani ad un vivaio promettente, dal quale ricavare attori per le sue recite, i suoi piccoli spettacoli che si ispiravano  all'operetta e al varietà.

giovedì 20 dicembre 2012

96. Le adunate fasciste

Alle diciotto, poi, fosse estate o fosse inverno, arrivava Memmo con la sua bicicletta, e chiudeva il giardino con il suo cancello mobile di filo spinato. Chi era dentro, avrebbe dovuto compiere un lungo giro dietro l'edificio scolastico per ritrovare un'uscita di emergenza all'inizio della via del cimitero. Per questo motivo, alle diciotto in punto, tutti ci ritrovavamo fuori dal giardino, che era un altro dei punti preferiti per i nostri giochi.
Naturalmente Memmo la guardia aveva compiti più importanti e più seri, che riguardavano il mondo degli adulti e perciò non sfioravano i nostri interessi. Ma, fino al 25 luglio 1943, caduta di Mussolini, c'era un altro campo che metteva in competizione noi e Memmo la guardia: le adunate e le sfilate del sabato fascista.
Memmo non tollerava divise in disordine o ritardi negli appuntamenti. Era lui il nostro controllore più spietato. Era lui che doveva rendere conto al podestà o al federale che tutto funzionasse a puntino.
C'erano sicuramente dei Figli della Lupa (fino a nove anni) o dei Balilla (dai nove ai dodici anni) o degli Avanguardisti (fino ai diciotto anni) che ci tenevano e amavano quelle divise e quelle manifestazioni, ma per me esse erano un vero tormento, e tuttavia ero costretto ad eseguire gli ordini, anche perché venivamo regolarmente fotografati, da soli  o in gruppo, e non era consentito sgarrare. E Memmo la guardia era sempre lì, come un cerbero, a controllare che tutto fosse  a posto. In caso diverso, avrebbe pagato di persona, con rampogne e multe.
La Liberazione deve essere stata davvero tale, per lui. Da allora in poi, nessuno soffrì più per la grinta spietata di Memmo la guardia.

mercoledì 19 dicembre 2012

95. Memmo la guardia

Oggi anche i piccoli paesi pullulano di guardie comunali, che hanno mille mansioni: basti pensare alle multe per le automobili. Una volta, quando ero bambino io, cioè fino agli anni quaranta, al mio paese, Acuto, ce n'era una soltanto, Memmo la guardia, con l'unica e ben precisa mansione di mantenere l'ordine nel paese. Un paese lungo lungo, sicché il compito di Memmo era veramente duro e difficile, appena appena alleviato dall'uso di una bicicletta.
Memmo abitava quasi alla fine del Borgo, vicino all'edificio scolastico che, al pian terreno, ospitava gli uffici comunali. Questo spiega che, quando giocavamo a palla a San Nicola, eravamo quasi al punto più lontano, per cui, prima che Memmo arrivasse, avevamo tutto il tempo di svignarcela. E poi, Memmo aveva altre incombenze più impegnative.
 Buonissimo uomo nel privato ( ma noi non lo sospettavamo neppure ), Memmo la guardia era spietato esecutore della legge nel pubblico. Il suo regno era il giardino comunale. Un giardino grande, a più livelli, pieno di siepi e di anfratti, di enormi pini che formavano un tappeto perenne di aghi disseccati, di gruppi di alberelli nani sui quali ci esercitavamo a fare i piccoli Tarzan. Quando Memmo non c'era. Perché se c'era, nessuno si azzardava a compiere un passo sbagliato.
Memmo aveva una figlia, alta e magra come lui, che era nostra amica, ma la sua amicizia serviva poco a salvarsi dalle sue ire, se commettevamo qualche piccola infrazione, come spezzare un ramo di quegli alberelli o cogliere le foglie di lucido alloro dalle siepi per farne corone o fasce dorsali.

martedì 18 dicembre 2012

94. Il teatrino di Pucci

Un anno, al mio cugino Augusto, vezzeggiato e viziato da una comare veneta di ricca famiglia, che gli lasciò come dono permanente il curioso nomignolo di Pucci, fu regalato un piccolo teatrino di marionette, con tre o quattro personaggi che aveva imparato a maneggiare con una certa destrezza.
Però, sentiva il bisogno di avere un vero e proprio testo per le sue recite. Allora pensò bene d'incaricarne il letterato di famiglia, che...ero io. Mi scrisse una lettera al paese, spiegandomi le circostanze.
Io avevo dodici o tredici anni, ma scrivere era per me un vero divertimento. Mi misi all'opera, e in un paio di giorni tirai fuori una commediola, mi pare situata in un mercato arabo: i personaggi mi erano stati commissionati con grande precisione.Il risultato fu molto apprezzato, un altro cugino, Claudio, figlio di zia Teresa, maestro molto in gamba e ben presto direttore didattico, il più giovane di tutta Italia, mi fece i suoi complimenti. Claudio, appassionato giocatore di carte, si recava speso a casa di zia Amalia per  lunghissime partite al poker, con zio Peppone e gli altri suoi due figli maschi, Nando e Carlo.
L'unica figlia femmina, Maria Luigia detta Mimmina, era anche lei un po' artista: si divertiva a cantare e a ballare davanti ad amici e parenti, e mi ricordo una sua divertente interpretazione di "Maria de Bahìa": ahi ahi ahi Maria / Maria de Bahìa/ sei soltanto tu la gioia della vita mia.../
Era sempre stimolante una visita a casa di zia  Amalia. Ahimè, Carlo e Mimmina, trasferitisi per lavoro a MIlano, ebbero solo una vita breve da vivere, e la conclusero prima ancora dei cinquant'anni.
Augusto, detto Pucci, fece il ritorno indietro da Roma ad Acuto, dove si esercitò anche nella vita politica e ricoprì con successo la carica di assessore alla cultura, promuovendo il recupero dell'antichissima chiesa rustica della Maddalena, con annesso lebbrosario.

lunedì 17 dicembre 2012

93. Un cugino artista

Un caro cugino di Roma, Augusto, di tre anni più piccolo di me, aveva un buon  rapporto con i cugini di Acuto. A lui piaceva molto venire in paese, tant'è vero che poi sposò proprio una bella ragazza bionda acutina purosangue.
D'altra parte anche noi andavamo spesso a Roma, e uno dei nostri punti di riferimento, oltre alla zia di via Merulana, era anche la pittoresca casa di zia Amalia e dell'altro zio Peppino, in via Sant'Andrea delle Fratte, vicino al Tritone e al Collegio Nazareno, dove lo zio era l'apprezzatissimo capocuoco di una vasta comunità di studenti, guidati dagli Scolopi, che avevano insegnanti famosi come il dantista Luigi Pietrobono e il latinista Quirino Santoloci.
Zia Amalia era un po' l'anima più moderna di tutta la casata; fu lei, in famiglia, ad avere la prima radio, la prima televisione, il primo giradischi, il primo registratore, senza contare frigorifero, lavatrice, lavapiatti; e poi il doppio bagno, con una vasta anticamera che a noi del paese sembrava quasi uno spreco.
Proprio dirimpetto alla casa, a triangolo col portone del Nazareno, c'era la famosa sala da ballo Pichetti, assai frequentata.
Zio Peppino, chiamato in realtà zio Peppone per la sua notevole mole, era appassionato di musica classica, e spesso la casa riecheggiava delle arie più famose. Molte di esse sono rimaste nella mia mente.
Augusto era un po' un'artista; si dilettava di disegno e pittura, faceva collezione di francobolli e delle famose figurine Liebig, di cui possedeva due o tre albi completi: i doppioni li regalava a me, che pure riuscii a completare un album dalla pregevole copertina di simipelle verde.

venerdì 14 dicembre 2012

92. Bidomo, città dei giochi

Anche noi ragazzi, certo, non potevamo stare chiusi in bottega per tutta la giornata semplicemente per vendere un metro di nastro. Così, quando mio padre ci disse che gli dispiaceva molto, ma non era possibile continuare, io e mia cugina Marisa piegammo la testa...e corremmo a giocare altrove, all'aria libera, dopo aver ringraziato il buon Memmuccio, padre così tenero da acconsentire ad appagare per un momento il capriccio del proprio figlio e della propria nipote.
Comunque l'idea di sfruttare quel retrobottega non decadde completamente. Con altri cugini, come Augusto, Letizia ed Anna, vi fondammo una piccola città, Bidomo, cioè "Due case", in cui ciascuno di noi aveva un nome nuovo, esercitava un proprio mestiere e serviva la piccola comunità. Una specie di città dei ragazzi, con tanto di sindaco, di farmacista, di erbivendola e di altre professioni.
Gestivamo anche una moneta nostra, fatta di bottoni di varia taglia. Ma eravamo un po' più grandi di età, mio padre non c'era più, la sua memoria era sempre viva tra noi, il negozio di corso Umberto tirava avanti alla meglio nelle mani di mia madre, alla quale non dispiaceva la compagnia di piccoli figli e nipoti che rendevamo un po' più serena la sua giornata. 
Giochi di bimbi che sognavano di diventare grandi, e spendevamo con felicità quegli ultimi scampoli di spensierata fanciullezza.

giovedì 13 dicembre 2012

91. Il retrobottega

Il negozio di mio padre, noto in paese come "la bottega di Memmuccio", in corso Umberto ad Acuto, consisteva in un unico grande ambiente, tutto circondato da scaffali pieni di stoffe e di mercerie varie. C'era poi un retrobottega più piccolo, ma ugualmente abbastanza ampio, aperto con una grande finestra sull'attuale piazza del mercato, che allora era un giardino semiselvaggio, con alberi di pino e di acacia, spesso allagato dalle piogge, e in origine era una specie di laghetto in fase di progressivo prosciugamento ("Volubro", in dialetto j'ubbro, sotto agl'ubbro).
Durante il 1943-44, nel momento peggiore della guerra, quando io avevo nove anni, cominciai a fare pressione su mio padre, assieme alla mia cugina Marisa, di tre anni più grande, perché ci concedesse di gestire nel retrobottega una specie di sezione autonoma del negozio, per la vendita di piccola merceria: nastri, bottoni, automatici, rocchetti e sigarette di filo e via dicendo.
Mio padre era molto buono con me e con mia cugina, e pur comprendendo che quello era soltanto un gioco, volle darci ragione, e permise di effettuare l'esperimento, con nostra grandissima gioia. La porta che conduceva al retrobottega rimase perciò aperta, e trasferimmo gran parte della piccola merce negli scaffali di cui anche quella stanza era munita.
Arrivò infatti qualche giovane cliente: una  ragazza di quattordici anni che chiese un metro di nastro per le trecce. Fu la nostra unica vendita, poiché ci rendemmo subito conto che era troppo il disturbo, e troppo poca la resa. Inoltre, come si sa, quando un desiderio che è soltanto tale viene appagato, non ha vera ragione di resistere, e ben presto perde d'interesse e cade da sé.

mercoledì 12 dicembre 2012

90. Le lumache addormentate

Mia nonna, vedendomi così silenzioso e impaurito, mi chiese che cosa avessi e perchè mi fossi alzato. Quando io le raccontai delle sassate, del rumore che sentivo alle finestre o dentro qualche armadio, volle salire subito a scoprire la ragione di quel rumore. 
Nonna Livia era una donna concreta, e non aveva paura di nulla. Si fermò per un momento ad ascoltare, e al primo rumore di sassata scoppiò in una risata divertita: aveva capito tutto. Sotto il letto dove io dormivo, aveva sistemato una grossa cesta rovesciata, piena di lumache da spurgare prima di poterle cuocere. Ogni volta che una lumaca cadeva addormentata, si staccava dalla cesta e andava a cadere sulle altre lumache producendo un rumore secco, che nell'assoluto silenzio della camera poteva davvero assomigliare a una sassata.
Quando nonna Livia ridiscese, e spiegò alle sue amiche la ragine per cui mi ero tanto impaurito, ci fu una risata generale, e io, unico uomo, sia pure di dieci anni, non ci feci certo una bella figura, tanto più che il fatto diventò una specie di barzelletta da raccontare.

lunedì 10 dicembre 2012

89. Le sassate nella notte

Qualche notte, anche dopo la guerra, andavo ancora a dormire da nonna Livia. Alcune volte, quando ero un po' più grandicello, andavo a dormire da solo in una camera al terzo piano, proprio sotto il tetto, e con due finestrelle che si aprivano sui tetti di altre abitazioni più basse.
Una sera, ricordo benissimo tutti i dettagli, stavo leggendo un giallo della grande collana nazionale; la lettura mi attirava così intensamente che mi sembrava di essere astratto da ogni altra cosa che non fosse quella di una vicenda così truce.
Ad un tratto, però, nell'assoluto silenzio di quella stanza, sentii un rumore secco, come di una sassata nelle mie immediate vicinanze. Rimasi col fiato sospeso. Non passò più di un minuto, ed ecco che la sassata si ripeté.
Chi poteva essere, a quell'ora? O forse il rumore proveniva dai tetti sottostanti ? Proprio in quel periodo, nella casa sottostante, era morta un'anziana donna, Maria, caduta giù per la scala di legno, e rimasta agonizzante, piena di sangue, in una cameretta contigua alla porta di casa di mia nonna. Una vicenda che mi aveva vivamente impressionato. 
I pensieri più strani mi venivano alla mente. 
Alla terza sassata, smisi di legere, mi rivestii, e scesi due piani più sotto, dove nonna Livia, e con lei alcune parenti ed amiche, stavano recitando il rosario. Io mi misi seduto su uno scalino, e non avevo il coraggio d'interrompere le loro preghiere.

88. Le pastarelle di Maria

Elisa doveva aver sofferto molto, ma aveva stretto i denti per tutta la giornata, e soltanto la sera tardi, nel liberarsi di una forcina, vide sgorgare dalla sua testa un impressionante fiotto di sangue. Ma il divertimento di un'intera giornata (in buona parte appoggiata a me che ero vestito da cavalier servente) l'aveva ripagata ampiamente della sofferenza patita.
Tra noi circolava la storia di Maria di Ccezia (Vincenza), una ragazzina un po' semliciotta che si vantava della bontà delle pastarelle fatte dalla madre: "Mia madre ha fatto le pastarelle, con lo zucchero e con il miele. Io le ho leccate con il dito: Dio, come erano buone!" Il tutto con una pronuncia piuttosto blesa e faticosa.
Maria le pastarelle le aveva posate su una finestra bassa, a pianterreno, e due ragazzi mascherati, piuttosto maleducati, passando avevano fatto man bassa. Maria allora si era messa a gridare: " Ah buzzurro! Ah sciancato!", ma inutilmente, perché dei dolcetti materni era rimasta ben poca cosa.
La sera del martedì, in piazza San Nicola, c'era il raduno delle maschere, che si concludeva con la solenne bruciatura della strega, una pupazza di stoffa che era posta ad ardere appesa alla sommità di una catasta di frasche.
Non c'era ancora la possibilità di un bel fuoco artificiale, ma ci si arrangiava in tutti i modi per fare fuoco e fiamme. L'indomani cominciavano la penitenza e il digiuno della quaresima: cioè il ritorno a quella che era la magra realtà di ogni giorno, di guerra o di pace da poco raggiunta.

domenica 9 dicembre 2012

87. Le maschere di Carnevale

A Carnevale, anche se il paese era povero povero,  un paese di guerra, non mancava mai un po' di fantasia per far festa a modo nostro.
Intanto, quasi ogni famiglia s'industriava a produrre i suoi dolci: le frappe ricoperte di bianca polvere di zucchero, le castagnole odorose di miele e di alchermes, e a ogni visita delle maschere c'era l'offerta di dolci che finiva per essere reciproca.
Il paese era già di per sé come un palcoscenico comune, nel quale ciascuno recitava la sua parte per l'intera giornata del martedì grasso.
Non c'era sicuramente la possibilità di avere delle maschere di un qualche pregio, ma ci si arrangiava con la buona volontà, rivestendo abiti vecchi aggiustati per l'occasione. Il nostro gruppetto comprendeva anche Elisa, figlia di Cherubina, che abitava in una casa secentesca adornata di una lapide in latino e di un vistoso emblema cardinalizio attestante antiche origini nobiliari. Nel Seicento,  alla cacciata dei Medici da Firenze, alcune famiglie della nobile città si erano rifugiate in Acuto, costruendovi dimore di una certa dignità, e parecchi cognomi avevano origini fiorentine.
Elisa era una ragazza molto intelligente e dinamica, ma purtroppo nella prima infanzia era stata colpita da una paralisi che ne riduceva i movimenti: ma lei lottava coraggiosamente, e voleva fare tutto ciò che facevano gli altri.
Così, a Carnevale, anche lei voleva il suo costume,e girava per le vie del paese come tutti gli altri. Un anno, volle vestirsi da nobildonna spagnola; questo comportò un lungo lavoro per una vistosa acconciatura dei capelli, con l'impiego di spille e spilloni.

sabato 8 dicembre 2012

85. Il sorriso di Viola

Far parte dell'élite che girava intorno a Viola era un punto d'orgoglio e di prestigio. Tra i frequentatori assidui c'era anche mio fratello di tre anni più grande di me, e forse per questo motivo io non facevo parte del gruppo, e ne ero molto dispiaciuto.
Viola, che conosceva bene gli altri e quasi per niente me, quando c'era qualche festa all'aperto o qualche serata fuori del suo villino era sempre disponibile e amichevole, e sempre al centro dell'attenzione. Io la guardavo un po' da lontano e silenzioso, ma desideroso di farmi notare malgrado fossi troppo più piccolo. Che speranza potevo avere?
Eppure, mi parve che anche lei mi guardasse ogni tanto, come se avesse dell'interesse e volesse conoscermi. Una volta ci scambiammo anche un sorriso, molto timido ed emozionato da parte mia. Ahimè, quelle furono le ultime sere che Viola trascorse ad Acuto, e le speranze di fare una gradevole amicizia si chiusero sul più bello.
Viola lasciò il segno e un piccolo vuoto nel cuore del gruppetto di amici un po' più grandi di me. Quando tornò, gli anni successivi, portò con sé anche un fidanzato da Milano, e anche se rimase amica di tutti, era però tutta un'altra cosa. La guardavamo ormai con grande rispetto e  senza più nessuna speranza nel cuore. E forse un grande amore era finito prima ancora che potesse nascere davvero.

venerdì 7 dicembre 2012

84. La ragazza del villino

Ogni estate, nel primissimo dopoguerra, Acuto si riempiva di villeggianti. Molti erano soltanto dei paesani ormai stabiliti da decenni a Roma, e che avevano conservato le vecchie case in paese: questi non facevano altro che riprendere per un mese le abitazioni di una volta, dopo averle rinfrescate e rimesse un po' a nuovo.
Si calcola ancora oggi che, per seicento famiglie residenti in paese, vi siano almeno milleduecento abitazioni: questo significa che una casa su due è vuota, e che in estate riprende vita, sicchè la popolazione di Acuto all'incirca raddoppia.
Altri villeggianti si sistemavano nel piccolo albergo Roma e nelle due o tre modeste pensioni, tutte sul viale di San Sebastiano, unica strada alberata del paese, cinta fra l'altro da un lungo e robusto muretto, comodissimo per conversare e riposare, specie dirimpetto al bar di Rodolfo e del figlio Valentino, punto nevralgico della villeggiatura.
C'erano poi un paio di villette immerse nel verde, che si popolavano di famiglie di lontana origine paesana. In una di esse, un anno, si presentò una bellissima ragazza bionda, di origine milanese, molto cordiale con tutti, e portata a fare amicizia con quei tre i quattro ragazzi del paese che erano di buona famiglia, di una certa cultura e disinibiti nel comportamento.
Viola li riceveva spesso nel suo villino: si giocava a carte e si beveva qualche drink. Un po' di vita mondana che durava un mese e niente più.

giovedì 6 dicembre 2012

83. Una lettura audace

Di che cosa si trattasse, a me poco importava: mi piaceva leggere tutto, anche se avevo nove anni, e mi immersi nella lettura.
Il testo non doveva essere proprio quello di Euripide: anziché lasciarsi tagliare il collo per salvare la flotta greca diretta a Troia, le imprese che l'eroina compiva non erano proprio di alto valore morale. Era infatti una satira di tipo goliardico, piuttosto audace e ridanciana, dai toni  boccacceschi. Mio fratello maggiore, Vito, che aveva venti anni e frequentava la facoltà di giurisprudenza alla Sapienza, appassionato di teatro, era entrato nella compagnia teatrale dell'Università, e aveva nascosto il testo in soffitta per non farlo cadere in mano a qualcuno.
Purtroppo mi colse proprio mentre stavo leggendo avidamente quei fogli, senza capirci un gran che. Non capii nemmeno perché me li avevsse tolti di mano, sgridandomi con una certa rudezza.
Vito era amico della mia maestra Concetta, e sicuramente le riferì l'accaduto. Infatti, qualche tempo dopo, sbirciando il giudizio che la maestra stava facendo sul mio conto sulle pagine del suo registro, vidi queste parole: " Gli piace moltissimo leggere. Legge di tutto, anche quello che non dovrebbe!"
Che cosa voleva dire? Parlava forse di qualche romanzo audace? Ma se ripenso a Ifigenia e a quello che combinava nel famoso dattiloscritto, il mistero si dirada. No, le avventure di quella eroina, figlia di Agamennone  e di Clitennestra, non avrei proprio dovuto leggerle. Non a nove anni, comunque.

mercoledì 5 dicembre 2012

82. La scoperta in soffitta

La soffitta di casa era un piccolo regno meraviglioso. Ci si trovava di tutto. Soprammobili in disuso. Ninnoli. Scatole colme di riviste e giornali vecchi. Qualche libro sbrindellato. Qualche gioco scartato. Una scaletta malandata. Due enormi casse piene di carbone per accendere i fornelli in cucina.
Alla soffitta si saliva dal balcone della cameretta da letto dei bambini, e quindi era doppiamente invitante perchè autonoma. Ci si saliva varcando una porta chiusa con un catenaccio sul davanti, alla nostra portata. Poi, una rampa di scale comoda e invitante.
La soffitta era sottotetto, e il tetto degradava fino a raggiungere il pavimento. Spostando leggermente qualche tegola, per poi risistemarla in fretta, si poteva perfino assistere a una visione miracolosa sui tetti del paese degradanti verso la vallata, chiusa dalla verdissima montagna di Porciano, ma spalancata sui lontani monti Lepini e sui Castelli Romani. Avendo un occhio particolarmente acuto, si potevano anche distinguere le estreme periferie di Roma e un breve scorcio di mare dove il Castelli si interrompevano.
Era proprio il regno delle meraviglie, quella soffitta. Le rondini venivano ancora a fare il loro nido sotto i tetti.
Io passavo delle ore rovistandola e curiosando. Una volta feci una scoperta insolita: un fascicolo ciclostilato, che altro non era se non un copione teatrale. Vi si parlava di una certa Ifigenia, non ricordo più se in Aulide o in Tauride.

martedì 4 dicembre 2012

81. Un bambino in pericolo

Però io ebbi il modo davvero di farmi perdonare, una volta. Era d'estate, e la casa di Giulia era piena di nipoti e nipotini, qualcuno probabilmente figlio della simpatica cognata Eurosia.
Il balcone di Giulia dava, come ho detto, sul Vicolo Gaudente, ma in una zona alquanto più alta rispetto a noi, dato il rapido declinare dei gradini. Inoltre, mentre il nostro terrazzo era protetto da una robusta spalliera in cemento istoriato, quella di Giulia riproponeva un'inferriata con spazi piuttosto larghi tra un ferro e l'altro.
Ora un nipote di un anno o due, di nome Ezio, che stava muovendo i suoi primi passi, si era spinto fra due di quei ferri, e, tenendosi con le due mani, si stava sporgendo assai pericolosamente verso il vicolo, all'altezza di circa dieci metri.
Sarebbe bastato che mollasse anche una sola mano, e...Sul terrazzo non c'era nessuno. Dalla mia parte c'ero io, bambino di otto anni, semiparalizzato dalla paura. Ebbi il coraggio e l'avvertenza di chiamare Giulia a voce molto bassa, da conversazione, per non spaventare il piccolo Ezio. Giulia per fortuna mi sentì, uscì sul balcone, e anche lei con la più grande calma possibile, anche se il gelo percorreva le sue ossa, riuscì ad afferrare Ezio e a riportarselo in salvo nel più perfetto silenzio.
Giulia non mi ringraziò a parole. Era una cosa troppo importante da compensare con parole. Ma con l'affetto e la gratitudine sì. Da quel giorno la ferrata fu completata da una rete di fil di ferro che 
poneva al riparo i bambini da ogni pericolo.
E io mi proposi di non rubare più i fichi dal terrazzo di Giulia, anche se la tentazione era troppo forte, e anche se  sono sicuro che mi avrebbe perdonato.
Ma, benedetta donna, quei fichi doveva metterli a seccare proprio alla nostra portata, con tutto lo spazio che c'era nel resto del balcone?

lunedì 3 dicembre 2012

80. I fichi secchi di Giulia

La nostra vicina di casa era Giulia Baretta, che in dialetto vul dire berretta. Una vecchia signora sempre in movimento, con una torma di figli, nipoti, parenti di vario genere che spuntavano come funghi specialmente in estate. Dico questo perché i nostri due terrazzi sul Vicolo Gaudente erano praticamente uno solo, diviso da un muretto basso e da una ferrata con punte acuminate per impedire il passaggio.
Eravamo contigui, e lo stesso senso di familiarità che avevamo noi con lei e con tutti i suoi parenti (ad esempio, una cognata dallo strano nome di Eurosia, che abitava a Roma) era sicuramente ricambiato. Ci legava un affetto vivo e cordiale, ben difficile da provare oggi tra vicini.
Giulia era di famiglia contadina, produceva olio, vino, grano e frutta da una sua lontana campagna, che richiedeva la proprietà di un asino per i trasporti e di una stalla nel vicolo per ospitarlo. La sua porzione di terrazza era completamente diversa dalla nostra: pullulava sempre di profumati prodotti della campagna, fave, insalate, mele, olive dolci, fusaglie. Per noi bambini del terrazzo accanto erano una continua tentazione. Irresistibili erano poi i fichi bianchi, i fioroni, quanto mai appetitosi.
Giulia li stendeva al sole su un panno per farli seccare. A certe ore e in certe stagioni, il suo terrazzo si concedeva larghe pause di solitudine e di silenzio, e a noi bambini era difficile, specie negli anni di fame della guerra, resistere a quella tentazione.
Ricordo (e confesso, con un po' di colpa) che alla lunga non resistevo: armato di un lungo bastone alla cui punta era legato stretto stretto un ferro di calza, lo infilavo tra uno spazio e l'altro dell'inferriata e facevo facilmente preda di un paio di fichi bianchi ormai secchi.
Che delizia! Giulia ogni tanto dava un'occhiata alla sua distesa di fichi, e non poteva non notare qualche vuoto. Perdonami, cara vicina di casa, da quella nuvoletta felice su nel cielo dove sicuramente ti trovi.

domenica 2 dicembre 2012

79. Quattro grandi amici

Qui scattò la solidarietà di gruppo di tutti i miei amici. Io stavo a letto con la gamba fasciata, e loro non mi abbandonarono un momento. Si può dire che trascorsero i quindici giorni di vacanza insieme a me, giocando nella mia cameretta, inventandosi tutti i più fantasiosi passatempi. 
I più assidui erano Santino, Luigino e Carlo, il figlio del podestà. Giocavano anche  trascinandosi carponi sotto il mio letto. La mistura di impacchi caldi di semola e di foglie di cavolo emanava un gran brutto odore, e per loro fu una scoperta tutto sommato divertente, e venne inserita come un'ulteriore avventura nella mappa del tesoro dei loro giochi.
 Ridevano e cercavano di tenere di buon umore anche me. Come Dio volle, la ferita si richiuse, guarì quasi completamente, e così alla fine delle vacanze, il 7 gennaio, potei rientrare a scuola insieme a loro, che mi accompagnarono tutti contenti per aver recuperato la mia compagnia.
Piccole cose che non si dimenticano per tutta una vita. E poi, anche a voler dimenticare: ma come si fa, con quella cicatrice di grandi dimensioni rimasta stampata sulla parte posteriore della mia gamba sinistra, una specie di fotografia vivente della mia disavventura di quasi settanta anni fa?

sabato 1 dicembre 2012

78. Un brutto Natale

Che brutto ricordo, quel Natale del 1942. Faceva un freddo intenso, e il grande camino della cucina non bastava certo a scaldare tutta la casa. Inoltre, se la fiamma era troppo alta, non era certo consigliabile avvicinarsi per scaldarsi le mani e i piedi, perché il calore era insopportabile.
Come valido supplemento avevamo il focone, cioè un braciere di zinco circondato da una pedana rotonda sulla quale appoggiare i piedi. Bisognava sempre rimuovere la brace per tenerla accesa, scansando la cenere che si veniva a creare. 
Una sera particolarmente fredda, io, bambino di otto anni, stavo vicino a mia madre con i piedi sulla pedana del focone. Lei ogni tanto ravvivava la brace con una molla di ferro. A un tratto, però, la molla rovente scattò dalle mani di mia madre e s'infilò tra il polpaccio e il ginocchio della mia gamba sinistra.
Io cacciai un urlo disumano. Mia madre mi sollevò dal focone e mi guardò la gamba: una orribile scottatura la deturpava. Ancora oggi mi rimane una vistosa cicatrice e l'impronta precisa lasciata dalla molla.
Mia madre intervenne come poté. Non c'erano certo i rimedi, le pomate e i controlli in ospedale che potremmo avere oggi. C'erano rimedi empirici, che qualche donna versata sull'argomento aveva sempre pronti. Ricordo che guarii da quella orribile ferita a furia d'impacchi a base di semola, rinfrescati da foglie di cavolo. Ci vollero tutte le vacanze di Natale, e anche qualche giorno di più, per venirne a capo.