lunedì 10 dicembre 2012

88. Le pastarelle di Maria

Elisa doveva aver sofferto molto, ma aveva stretto i denti per tutta la giornata, e soltanto la sera tardi, nel liberarsi di una forcina, vide sgorgare dalla sua testa un impressionante fiotto di sangue. Ma il divertimento di un'intera giornata (in buona parte appoggiata a me che ero vestito da cavalier servente) l'aveva ripagata ampiamente della sofferenza patita.
Tra noi circolava la storia di Maria di Ccezia (Vincenza), una ragazzina un po' semliciotta che si vantava della bontà delle pastarelle fatte dalla madre: "Mia madre ha fatto le pastarelle, con lo zucchero e con il miele. Io le ho leccate con il dito: Dio, come erano buone!" Il tutto con una pronuncia piuttosto blesa e faticosa.
Maria le pastarelle le aveva posate su una finestra bassa, a pianterreno, e due ragazzi mascherati, piuttosto maleducati, passando avevano fatto man bassa. Maria allora si era messa a gridare: " Ah buzzurro! Ah sciancato!", ma inutilmente, perché dei dolcetti materni era rimasta ben poca cosa.
La sera del martedì, in piazza San Nicola, c'era il raduno delle maschere, che si concludeva con la solenne bruciatura della strega, una pupazza di stoffa che era posta ad ardere appesa alla sommità di una catasta di frasche.
Non c'era ancora la possibilità di un bel fuoco artificiale, ma ci si arrangiava in tutti i modi per fare fuoco e fiamme. L'indomani cominciavano la penitenza e il digiuno della quaresima: cioè il ritorno a quella che era la magra realtà di ogni giorno, di guerra o di pace da poco raggiunta.

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