martedì 4 dicembre 2012

81. Un bambino in pericolo

Però io ebbi il modo davvero di farmi perdonare, una volta. Era d'estate, e la casa di Giulia era piena di nipoti e nipotini, qualcuno probabilmente figlio della simpatica cognata Eurosia.
Il balcone di Giulia dava, come ho detto, sul Vicolo Gaudente, ma in una zona alquanto più alta rispetto a noi, dato il rapido declinare dei gradini. Inoltre, mentre il nostro terrazzo era protetto da una robusta spalliera in cemento istoriato, quella di Giulia riproponeva un'inferriata con spazi piuttosto larghi tra un ferro e l'altro.
Ora un nipote di un anno o due, di nome Ezio, che stava muovendo i suoi primi passi, si era spinto fra due di quei ferri, e, tenendosi con le due mani, si stava sporgendo assai pericolosamente verso il vicolo, all'altezza di circa dieci metri.
Sarebbe bastato che mollasse anche una sola mano, e...Sul terrazzo non c'era nessuno. Dalla mia parte c'ero io, bambino di otto anni, semiparalizzato dalla paura. Ebbi il coraggio e l'avvertenza di chiamare Giulia a voce molto bassa, da conversazione, per non spaventare il piccolo Ezio. Giulia per fortuna mi sentì, uscì sul balcone, e anche lei con la più grande calma possibile, anche se il gelo percorreva le sue ossa, riuscì ad afferrare Ezio e a riportarselo in salvo nel più perfetto silenzio.
Giulia non mi ringraziò a parole. Era una cosa troppo importante da compensare con parole. Ma con l'affetto e la gratitudine sì. Da quel giorno la ferrata fu completata da una rete di fil di ferro che 
poneva al riparo i bambini da ogni pericolo.
E io mi proposi di non rubare più i fichi dal terrazzo di Giulia, anche se la tentazione era troppo forte, e anche se  sono sicuro che mi avrebbe perdonato.
Ma, benedetta donna, quei fichi doveva metterli a seccare proprio alla nostra portata, con tutto lo spazio che c'era nel resto del balcone?

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