lunedì 29 aprile 2013

156. Il teatro a San Pietro

Tanta era la voglia di fare un po' di teatro, nel nostro gruppetto, che ad un certo punto accettammo pure di lavorare in trasferta, cioè nel vicino rione di san Pietro. Di solito, recitavamo nell'atrio di un palazzone semideserto, dove c'era come palcoscenico naturale un "passetto" sopraelevato di due gradini, che consentiva sia una platea in piedi sia una galleria costituita dalla scalinata.
San Pietro è il rione più vecchio del paese, con case veramente antiche, oggi quasi tutte vuote e sostituite con abitazioni più moderne in zone più comode. Una nostra amica del rione, Maria di Santa, ci disse che la sua famiglia sarebbe stata assente per una settimana, e di avere disponibile il suo appartamento per una nostra recita: il palcoscenico sarebbero stati due tavoli accostati davanti al muro della cucina, e il pubblico si sarebbe accomodato sulle sedie tra la cucina stessa e l'anticamera, che insieme potevano benissimo contenere una cinquantina di spettatori.
Era quanto ci bastava. La commediola in scena era quella di "Cenerentola e il principe Caposecchio", derivata dalla favola dei fratelli Grimm. Nostro regista era l'intraprendente cugina Maria Luigia, che aveva l'argento vivo addosso e tuta una serie d'iniziative da realizzare.
In quattro e quattr'otto costruimmo il rozzo palcoscenico, preoccupandoci di coprire con dei lenzuoli il pentolame della cucina pendente dalla parete. La scena doveva rappresentare un giardino; sarebbe stata la volta del castello, con il ballo finale.

sabato 27 aprile 2013

155. Francesca si fa suora

Le nostre famiglie erano amiche. Perciò rimanemmo colpiti dal fatto che Francesca, nel pieno fiore degli anni, aveva deciso di farsi suora. Grande fu la nostra meraviglia, e la meraviglia di tutte le sue amiche e dei suoi amici, nell'apprendere quella notizia. La vivacissima Francesca, con le sue trecce nere e i suoi occhi così vivi, si allontanò per sempre e non la vedemmo più, scomparsa come suo fratello Vittorio.
Un'altra sorprendente conversione, o, se vogliamo, una vocazione inattesa, fu quella del mio compagno di classe, che sedeva nel banco dietro il mio, Antonio Desiderati. Faceva parte di una famiglia molto numerosa. Andò in seminario e ne uscì sacerdote: per lunghi anni è stato il parroco di san Pietro, l'antichissima chiesa che sorge all'estremità nord del paese, sulla vallata in direzione di Roma, e che era proprio a due passi dalla sua casa natia.
Anche suo fratello più giovane, Dante, si fece sacerdote in un ordine religioso, e morì eroicamente in ancor giovane età nella tragedia del lago di Canterno per tentare di salvare la vita di quei suoi collegiali scomparsi insieme a lui nelle acque limacciose del lago.
Don Antonio, sempre mite e sorridente, ho potuto rincontrarlo un paio di anni fa, ma di Francesca, scomparsa completamente dalla scena, non abbiamo più avuto notizie, e sembra che sia diventata missionaria in paesi lontani.

giovedì 25 aprile 2013

154. Disperso in Russia

Francesca era una nostra cara amica di giochi. Ricordo che aveva una grande passione per il teatro: improvvisava recite dovunque poteva, e in queste improvvisazioni ci metteva anche un po' di pepe.
Lei abitava in una casa le cui finestre venivano a corrispondere quasi con quelle di casa mia, al di là della strada. Però l'ingresso era molto lontano. Vi si poteva salire anche dal famoso portone di Zenaide, attraverso una serie di scale e un pianerottolo che avrebbe avuto bisogno di un buon restauro, dato che si presentava alquanto traballante.
Inoltre, si poteva arrivare a casa sua anche attraverso il Vicolo del Fiore, tramite un portoncino senza battenti che immetteva nello stesso pianerottolo.
La famiglia di Francesca era colpita da un lutto permanente: il fratello Vittorio, nel 1940, appena ventenne, era partito come soldato per il fronte di Russia, e dopo un anno era stato dato per disperso. Aspetta e aspetta, le speranze si affievolivano ogni giorno di più, e una sorta di progressiva rassegnazione aveva colpito i familiari, specialmente la madre, Pietrina, il cui volto si faceva ogni giorno più grigio e sconsolato.
La notte che morì mio padre, 8 dicembre 1944, fu proprio Pietrina che mi prese da casa mia - avevo dieci anni - e per non farmi assistere allo straziante dolore di mia madre mi portò a dormire da lei, poco dopo la mezzanotte. Solo un grande dolore è capace di comprendere un altro grande dolore.

domenica 21 aprile 2013

153. I prodigi di Santino

Non capisco perchè neanche Angelino sia riuscito a sfondare, perché ne aveva tutte le qualità. La stessa cosa debbo dire del mio fratello minore Luciano, veramente dotato dal punto di vista tecnico, ma con lo svantaggio di una miopia via via crescente.
E poi c'era Santino, un capitolo a parte. Per mezzo secolo ha rappresentato ad Acuto il gioco del calcio, dal 1950 al 2000, vero trascinatore di una torma di ragazzini, tra cui io, che giocavamo a pallone dalla mattina alla sera finchè l'età spensierata lo consentiva. Fu Santino, alla lunga, a creare la prima squadra di calcio iscritta alla Federazione, a presentarla al campionato di terza categoria, a guidarla in due promozioni fino alla prima categoria: e lui era in campo, alla rispettabile età di quarant'anni e passa.
Fu Santino a stimolare la costruzione dell'attuale campo sportivo, a guidare gli allenamenti in notturna sotto la luce dei fari, ad animare la squadra e la società con dispendio anche economico. E pensare che, al di fuori del calcio, era un grande lavoratore, aveva una delle migliori scuole guida della capitale, e una grande autorimessa. Amava la moglie e i figli con devozione, ma non potevate levargli il gioco del calcio: quello no! Un amore profondo, che lo ha accompagnato fino alla fine, nel 2002, quando aveva soltanto 68 anni.
A lui rimane legata un po' tutta la storia del calcio ad Acuto, paese al quale era tanto legato da passarci tutti i suoi wek-end. E come dimenticare il suo caratteristico triplice fischio, quando, passando sotto le finestre degli amici, faceva capire a tutti che si andava a giocare a pallone giù al vecchio  campo della Ciangola!

venerdì 19 aprile 2013

152. Gli assi del pallone

Solo in tempi recenti il paese di Acuto è riuscito ad avere un campo sportivco in piena regola, con tanto d'illuminazione notturna, sul luogo dove una volta era uno dei tanti laghetti prosciugatisi lungo gli anni.
Ma ai miei tempi, era stato attrezzato alla buona un campetto al cosiddetto Piano della Ciangola, in leggera pendenza e con sassi affioranti qua e là, piuttosto pericolosi.
Su quel campetto si sono alternati tanti bei giocatori, alcuni dei quali avrebbero meritato sorte migliore. Il campione dei campioni fu per almeno un decennio Peppe Bertucci, autore di classiche rovesciate, un bel jolly di centrocampo che dominava su tutti: era un amatore puro, al massimo arrivò a militare nell'Exquilia, squadra romana di prima categoria, ma che al calcio guardava sempre con aria da snob, preso da altre attività.
Uno che avrebbe potuto farsi largo era Antonio Pompili, se non fosse stato per quel suo fisico traccagnotto che tendeva ad impinguarsi. Era un centravanti, cannoniere d'eccezione, con un tiro tremendo che metteva paura ai portieri avversari: Quando era in collegio coi salesiani a Genzano, militò anche nel Cynthia, squadra di promozione. Se si fosse applicato, avrebbe sicuramente avuto un avvenire. - Ah, se avessi la tua volontà! - mi diceva, vedendomi impegnare tanto nel gioco senza avere minimamente i suoi mezzi tecnici. A proposito, anche il fratello più grande, Paolo, detto Pajone per la sua notevole altezza, era un bravissimo stopper, efficace ed elegante nell'azione.
A un certo punto stava maturando un ragazzino più piccolo di noi, Angelino Agostini, un mediano che calciava le punizioni in modo tremendo, ogni colpo un gol all'incrocio dei pali. E poi macinava gioco con una continuità e una precisione impressionanti.

mercoledì 17 aprile 2013

151. Il cuore d'oro di Silvestro

Ma Silvestro aveva fatto sensazione soprattutto un paio di anni prima, quando introdusse ad Acuto la primissima Lambretta che il paese abbia mai visto. Lui la sfoggiava con acrobazie di ogni tipo, destando ammirazione in tutti i ragazzi del paese. Naturalmente era costretto anche a concederla per qualche giro a ciascuno degli amici, e lui lo faceva con la sua solita generosità accollandosi le spese per la benzina.
Mio fratello si è sempre distinto per la sua generosità. Aveva un cuore d'oro. Non sapeva mai dire di no ad un amico. Sto usando i tempi al passato perché purtroppo Silvestro è scomparso di recente, a 77 anni, lasciando nel più profondo dolore la moglie Carla e i figli Pierdomenico e Jacopo, che lo amavano sconfinatamente.
Mio fratello ha sempre lavorato intensamente e bene, ma tutto ciò che ha guadagnato lo ha sempre investito e speso con animo grande: è stato sempre per il consumo e mai per il risparmio, ma chi sa ben consumare è forse più padrone dell'economia di chi sa soltanto risparmiare. E in questo, per tutta la vita, ha saputo dare a tutti una grande lezione. Anche in economia egli era Petronius, arbiter elegantiarum. La sua casa alla Collina Fleming, con tanto di piscina condominiale, è stata un po' la sintesi di tutta la sua vita da gran signore.

lunedì 15 aprile 2013

150. La prima Cinquecento

Mio fratello Silvestro ha saputo vivere sempre splendidamente. Nella sua vita non si è fatto mai mancare nulla: le primizie sono state sempre le sue. Elegante nel portamento, dotato di un fisico notevole, biondo e con occhi azzurri, aveva qualcosa del divo, e infatti si è sempre sentito un piccolo divo.
Nella sua vita è stato sempre intraprendente e un po' anche audace, non ha avuto mai paura di nulla. Nel gruppo dei suoi amici spiccava per simpatia e anche perché si atteggiava un po'. I vestiti più eleganti, la disinvoltura nell'affrontare ogni tipo di situazione. 
Ricordo sempre che con i soldi del suo primo stipendio si preoccupò subito di farsi una tenuta da sci al gran completo, scarponi maglione guanti tuta e un bellissimo paio di sci. Li issò sulla sua Cinquecento, e la domenica successiva era già a Campo Catino a sciare.
 Già la Cinquecento era stata una primizia, la prima macchina tra gli amici del suo gruppo. Quella se l'era procurata a rate, con i lavoretti di prima mano, come quello di addetto alle giocate in una sala corse. 
Poi si era preoccupato di iscriversi a una squadra di calcio, l'Exquilia, che aveva sede a Colle Oppio e in passato era stata la squadra di Fulvio Bernardini. Si era iscritto insieme ad un altro ragazzo di Acuto, Peppe Bertucci,  che a pallone ci sapeva fare veramente, aveva classe naturale e sapeva fare delle rovesciate acrobatiche tali da lasciarci col fiato sospeso. Ma anche mio fratello se la cavava piuttosto bene, e per alcuni anni militarono insieme in quella squadretta piuttosto attrezzata.

sabato 13 aprile 2013

149. Un boschetto di piante nane

La risorsa più bella, per noi bambini, oltre alle siepi di alloro, era al terzo livello: un altro boschetto, stavolta di piante nane, robuste e ricche di rami nodosi, che ci consentivano di fare i Tarzan , cioè di passare da una pianta all'altra saltando tra i rami vicini: i più robusti tra noi riuscivano a compiere l'intero giro, che comprendeva una dozzina di queste piante.
Dovevamo cercare, però, di non compiere danni, cioè di non spezzare neanche un ramo: altrimenti l'inevitabile ispezione di Memmo la guardia avrebbe avuto come conseguenza immediata una bella multa e l'assoluto divieto di questo gioco per noi così divertente.
Un'altra risorsa del giardino era la sua comunicazione aperta, sul lato sinistro rispetto al cancello di entrata, con gli ampi piazzali che circondavano l'edificio scolastico, con la possibilità di compiere altri giri, facendo delle vere e proprie corse campestri il cui percorso poteva ampliarsi anche a un paio di chilometri. 
Durante i mesi più terribili della guerra, il nostro caro giardino venne deturpato orrendamente dai soldati tedeschi, che vi scavarono delle orribili trincee quando il fronte di Cassino stava per essere saltato dagli alleati. L'intenzione era quella di  organizzare un'estrema difesa sulla montagna, per ostacolare in qualche modo la marcia verso Roma.
Per almeno un paio d'anni quelle trincee rimasero aperte come a ricordarci le sofferenze della guerra. Poi finalmente furono richiuse, e nel giardino si tornò a giocare e a scherzare, come è nella natura di ogni bambino.

sabato 6 aprile 2013

148. Il giardino di Acuto

Molti ricordi della mia infanzia sono legati al giardino pubblico di Acuto. In un paese situato su una montagna brulla e sassosa, dove più che gli uomini sembrano avere il luogo giusto gli ulivi e la vite, che, si sa, amano le colline e la roccia, il giardino pubblico di Acuto è la sola oasi di verde.
Un verde che dura per sempre, perché costituito da piante di pino e di alloro che non ingialliscono mai. Il giardino è recintato per due lati da piante di alloro lucidissimo e fresco, con le foglie del quale giocavamo a fare corone, gualdrappe e ornamenti vari, sia di tipo militare che ornamentale.
Un giardino ricavato sul fianco della montagna e costituito di vari livelli: nel nostro caso, di tre livelli, che consentivano altrettanti tipi di gioco ad ampio respiro senza intromissioni uno nell'altro. Per cui, se a livello uno si stava giocando a palla proigioniera, a livello due si poteva
contemporaneamente giocare al calcio, e a livello tre magari improvvisare una battaglia o una moscacieca.
Ogni livello, poi, aveva la sua sorpresa. Quello più basso, prospiciente la passeggiata di San Sebastiano,  aveva un bellissimo boschetto di melograni selvatici, i cui fiori di un rosso accesso, a primavera, costituivano un vero spettacolo.
A livello due, la spianata non era interrotta da nessun ostacolo, per cui si potevano  benissimo organizzare gare di velocità, poiché la lunghezza superava i cento metri e la larghezza poteva prevedere lo spazio per almeno quattro corsie.

giovedì 4 aprile 2013

147. La fabbrica della calce

La battaglia poi si estese più oltre, e coinvolse la fabbrica di calce duecento metri più avanti, sulla strada per Fiuggi. Qui la questione era ancora più delicata, perchè da una parte c'erano motivazioni igieniche ed etiche, e dall'altra il lavoro che la fabbrica assicurava a una cinquantina di famiglie.
Si trattò di una svolta storica. Il panorama dei dintorni di Acuto era (ed è tuttora, ma in modo attenuato) deturpato da una orribile ferita che metteva a nudo la  montagna in una zona di belle caratteristiche naturali. Inoltre la polvere sollevata dalla calce e diffusa nell'aria da una grossa ciminiera  inbiancava tutta la zona rendendo l'aria irrespirabile per chi passava a piedi lungo la passeggiata.
Ma si poteva lasciare senza stipendio un'ampia fetta della popolazione del paese? Alla fine gli ambientalisti e la giunta di sinistra ebbero la meglio, e la fabbrica, di proprietà dell'ex podestà del paese e dei suoi eredi, fu costretta a spostarsi in un'altra zona del Lazio, e a convertire in parte le sue caratteristiche. Il paese tornò a respirare, ma ci volle un buon decennio almeno per annullare le conseguenze economiche della perdita di lavoro di molti operai.
Ormai la lotta politica aveva scavato un solco  profondo tra le parti: ma più che di ideologia, si trattava di rancori personali.
La conferma si ebbe quando, alla vigilia della vendemmia, le vigne di alcuni dei personaggi coinvolti nella lotta furono trovate danneggiate in modo irreparabile. Sembrava di essere tornati in piena faida medioevale, e in buona sostanza era proprio così. E la lotta era cominciata dal famoso muretto di San Bastiano. 
Un'altra bruttissima ferita nel panorama del Comune, visibile a decine di chilometri di distanza, è una seconda cava di pieta di dimensioni bibliche, una specie di Geenna scavata nelle colline tra Acuto e la valle percorsa dalla superstrada. Ma non esiste una legge che tutela la bellezza turistica di una zona?

martedì 2 aprile 2013

146. Il muretto di San Bastiano

Uno dei luoghi imperdibili per trascorrere un'oretta in allegria era senza dubbio il  muretto di San Sebastiano, un bel muretto lungo una ventina di metri, che dalla ex colonia della Maternità e Infanzia giungeva al bivio d'ingresso della statale 155 al viale di accesso ad Acuto nei pressi della chiesetta di San Sebastiano (in dialetto, San Bastiano).
Un muretto così ampio e comodo da indurre alla conversazione e all'intimità per simpatiche soste durante la passeggiata.
Purtoppo questo muretto impediva la visuale alle automobili che uscivano dal paese oppure vi entravano, o semplicemente erano di passaggio per Fiuggi. Vi furono parecchi incidenti, qualcuno mortale.
Ma quando la Giunta Comunale prese la decisione di eliminare questo storico muretto, che risaliva almeno agli inizi del secolo, si scatenò una furiosa bataglia d'opinione fra progressisti e conservatori: in questo caso i conservatori volevano appunto...conservare il muretto, mentre ai progressisti premeva eliminare il pericolo. Fu in questa occasione che mio fratello maggiore, Vito, che era vicesindaco della giunta di sinistra, se ne uscì nella famosa frase che lo rese noto: - progresso è lavorare per il bene delle generazioni future, non per il proprio bene -
Alla fine il muretto fu attattuto, fra il generale rimpianto di tutti i nostalgici, e sostituito con una robusta grata metallica che permetteva una perfetta visibilità delle macchine in arrivo sulla 155, e toglieva per sempre il comodo appoggio per le conversazioni e il riposo.