Tanta era la voglia di fare un po' di teatro, nel nostro gruppetto, che ad un certo punto accettammo pure di lavorare in trasferta, cioè nel vicino rione di san Pietro. Di solito, recitavamo nell'atrio di un palazzone semideserto, dove c'era come palcoscenico naturale un "passetto" sopraelevato di due gradini, che consentiva sia una platea in piedi sia una galleria costituita dalla scalinata.
San Pietro è il rione più vecchio del paese, con case veramente antiche, oggi quasi tutte vuote e sostituite con abitazioni più moderne in zone più comode. Una nostra amica del rione, Maria di Santa, ci disse che la sua famiglia sarebbe stata assente per una settimana, e di avere disponibile il suo appartamento per una nostra recita: il palcoscenico sarebbero stati due tavoli accostati davanti al muro della cucina, e il pubblico si sarebbe accomodato sulle sedie tra la cucina stessa e l'anticamera, che insieme potevano benissimo contenere una cinquantina di spettatori.
Era quanto ci bastava. La commediola in scena era quella di "Cenerentola e il principe Caposecchio", derivata dalla favola dei fratelli Grimm. Nostro regista era l'intraprendente cugina Maria Luigia, che aveva l'argento vivo addosso e tuta una serie d'iniziative da realizzare.
In quattro e quattr'otto costruimmo il rozzo palcoscenico, preoccupandoci di coprire con dei lenzuoli il pentolame della cucina pendente dalla parete. La scena doveva rappresentare un giardino; sarebbe stata la volta del castello, con il ballo finale.
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