Francesca era una nostra cara amica di giochi. Ricordo che aveva una grande passione per il teatro: improvvisava recite dovunque poteva, e in queste improvvisazioni ci metteva anche un po' di pepe.
Lei abitava in una casa le cui finestre venivano a corrispondere quasi con quelle di casa mia, al di là della strada. Però l'ingresso era molto lontano. Vi si poteva salire anche dal famoso portone di Zenaide, attraverso una serie di scale e un pianerottolo che avrebbe avuto bisogno di un buon restauro, dato che si presentava alquanto traballante.
Inoltre, si poteva arrivare a casa sua anche attraverso il Vicolo del Fiore, tramite un portoncino senza battenti che immetteva nello stesso pianerottolo.
La famiglia di Francesca era colpita da un lutto permanente: il fratello Vittorio, nel 1940, appena ventenne, era partito come soldato per il fronte di Russia, e dopo un anno era stato dato per disperso. Aspetta e aspetta, le speranze si affievolivano ogni giorno di più, e una sorta di progressiva rassegnazione aveva colpito i familiari, specialmente la madre, Pietrina, il cui volto si faceva ogni giorno più grigio e sconsolato.
La notte che morì mio padre, 8 dicembre 1944, fu proprio Pietrina che mi prese da casa mia - avevo dieci anni - e per non farmi assistere allo straziante dolore di mia madre mi portò a dormire da lei, poco dopo la mezzanotte. Solo un grande dolore è capace di comprendere un altro grande dolore.
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