martedì 16 luglio 2013

195. Il trasferimento nella capitale

Nella primavera del 1952 ci trasferimmo in blocco a Roma, in un vecchio edificio di proprietà del Banco di Napoli (dove era impiegato il figlio maggiore) in Via Carlo Alberto, a un passo da Santa Maria Maggiore.
In soli sette anni il grande salto era compiuto: la cara casetta del paese ci vedeva tornare sporadicamente, al massimo per una ventina di giorni nell'estate, e cominciò la sua graduale decadenza. Come era triste, d'altra parte, tornare lì dove eravamo stati così felici con nostro padre e con i tanti amici ormai perduti. 
Ma non era stato facile, per noi, arrivare a quel 1952 che voleva dire l'inizio di una lenta e faticosa ripresa. Avevo appena undici anni, settembre 1945, e per me cominciò il lungo calvario dei collegi. Infatti, prima di trasferirmi anch'io nella capitale, dovettero trascorrere altri otto anni, dal 1945 al 1953. Nel corso di questi otto anni, cambiando collegio tre volte fra Anagni ed Alatri, riuscii a compiere i miei studi, prima alla scuola media, poi al ginnasio, infine al liceo classico, e nell'ottobre del 1953, con uno strappo che non fu molto bene accetto in famiglia, riuscii finalmente a trasferirmi anch'io a Roma, iscrivendomi all'ultimo anno nel liceo classico Pilo Albertelli, ex Umberto I, nei pressi di Santa Maria Maggiore.
Ma quest'ultima parte della mia adolescenza era ormai un mondo completamete diverso da quello della mia infanzia, alla quale ho deciso di dedicare le mie memorie.
Un giorno, chissà, forse parlerò anche della mia adolescenza e giovinezza, vissute in uno scenario completamente diverso.

FINE

domenica 14 luglio 2013

194. Il paese si spopola

Stava intanto cominciando un fenomeno che apparve irreversibile e di enormi conseguenze: il progressivo svuotamento dei paesi di montagna come Acuto, quando la città apparve il mito della rinascita, del lavoro per tutti, dello stipendio che risolveva tutti i problemi. 
In dieci anni, la popolazione del mio paese, da tremila abitanti si ridusse a uno scarso migliaio. La magra campagna venne gradualmente abbandonata, le case si svuotarono e cominciò la loro progressiva decadenza. 
Le famiglie persero uno per volta i loro componenti: per prime partirono le forze giovani, che trovavano lavoro soprattutto nell'edilizia, ma anche nelle prime industrie che nascevano alle periferie della Capitale. I più fortunati trovarono lavoro nei ministeri, negli ospedali, negli enti parastatali, nel commercio.
Poi fu la volta delle forze di rincalzo: qualche genitore non troppo anziano, i secondogeniti in grado di affrontare le prime fatiche, e poi le donne, anziane e ragazze, che finalmente uscivano dalle loro case per cominciare a collaudare la loro tanto invocata parità.
Così accadde a casa mia: il primogenito trovò lavoro già nel 1945, a 23 anni, il secondo lo seguì tre anni dopo, ma dovette a lungo penare in lavoretti di ripiego, sistemandosi soltanto ai primi anni '50. A questo punto, con due stipendi, il gruppone familiare era maturo per il grande salto.

venerdì 12 luglio 2013

193. Al cuore non si comanda

Anche le altre figlie di zia Agnese ebbero una sorte simile. Per qualche anno la madre si illuse di salvarle da un matrimonio qualunque, favorendo magari qualche amoruccio giovanile con ragazzi di un certo lignaggio.
Un anno Marisa fu corteggiata a lungo da un ragazzo di ottima famiglia, e zia Agnese non  era scontenta. Ma questo ragazzo era terribilmente geloso,  e pian piano Marisa se ne stancò. Quando conobbe Franco, un ragazzo semplice e affettuoso, capì quale era la sua strada, e non stette a badare se fosse o no di alto lignaggio. La loro è stata un'unione felice, perché basata su un amore sincero.
Pin piano le ambizioni di zia Agnese andarono scemando. Aveva capito la morale della favola. E diede subito il suo consenso quando Anna le presentò un altro Franco, che aveva un buon mestiere, ma nessun ascendente di rango.
Finalmente la zia aveva capito che al cuore non si comanda, e che nella vita non c'è niente di più bello di un amore vero, non basato sul  calcolo. La dolce Simonetta, la sua primissima nipote, una stagione d'estate aveva dato alla nonna una lezione grande, che non sarebbe stata mai dimenticata.

mercoledì 10 luglio 2013

192. Quando l'amore è vero

Zia Agnese avrebbe voluto dare a ciascuna delle sue bellissime figlie, Livia, Marisa e Anna, un bel principe azzurro, che assicurasse a ciascuna di esse un brillante futuro.
Zia Agnese aveva una volontà di ferro, e nella vita, per quanto la riguardava, aveva ottenuto tutto. Ma, quando c'è in gioco la volontà di un'altra persona, è inutile star lì a lambiccarsi la testa: ognuno fa la propria volontà.
Così, amaramente, zia Agnese dovette rassegnarsi a tre matrimoni piccolo borghesi, poco più o poco meno, come capita a tutta la gente comune. Ma prima di rassegnarsi...
Livia sposò Vittorio, un bravo ragazzo conosciuto in parrocchia a San Marcellino, e che abitava in via Labicana. Il loro intenso amore venne contrastato fino all'ultimo, inutilmente. Ebero una bellissima bambina, Simonetta, per la quale Livia e Vittorio cominciarono a sognare un principe azzurro. 
Ma Simonetta, un'estate, proprio  sotto casa, ad Acuto, s'innamorò di Alessio, figlio della lattaia e di un pastore. Un amore così grande, così intenso, che non servirono a nulla le proteste di zia Agnese, di Livia e di Vittorio. Finita l'estate, Simonetta aveva deciso di restare ad Acuto con Alessio, rispedendo in lagrime a Roma la nonna e i suoi genitori. Ma purtroppo anche quel grande amore finì, un grande amore durato una sola estate, destinato a perdersi nel vento delle convenzioni borghesi.

lunedì 8 luglio 2013

191. Ritorno alle radici

Quella valigia era piena di tanti pensierini che le nostre cuginette di Roma ci riservavano. Marisa, di tre anni più grande di me, non si dimenticava mai di farmi avere un piccolo libro, che all'inizio era quello che riproduceva la forma di un cagnolino o di una casetta dal tetto fumante. Poi, man mano che diventavamo più grandi, il libro diventava più significativo: un bel romanzo per ragazzi, di solito della collana Salani, che allora andava per la maggiore. Quel dono lì aveva per me un valore molto grande, dato che la lettura era forse la cosa che più mi appassionava.
Non mancava però qualche giocattolino comprato appositamente per noi: una trombetta, un cavalluccio di legno, un'automobilina di latta con la sirena. Generosi gli zii, generose le cuginette, a noi particolarmente care: compagne dei nostri giochi, sempre allegre e particolarmente ricche di humor, si divertivano a farci fare le più allegre risate e a raccontarci le più inverosimili avventure.
Se era una gioia per noi, questo periodico loro ritorno al paese lo era soprattutto per loro: a Roma stavano benissimo, avevano tante amiche ed amici e tanti negozi vicino casa, specialmente la libreria Buzzoli lì a via Merulana, cinque portoni prima del 110 che torreggiava di fronte alla chiesa di Sant'Anna, tra il cinema Brancaccio e via Ruggero Bonghi dove erano le loro scuole, sia le elementari che le medie. Luoghi che anche noi conoscevcamo benissimo, tale era l'osmosi tra le nostre famiglie.
Ma per loro, tornare ad Acuto per qualche giorno rappresentava la felicità suprema, quasi un pieno recupero delle loro vere radici e della loro vera identità, che comprendeva quasto scambio affettuoso tra cugini che si volevano bene.

sabato 6 luglio 2013

190. La valigia della zia

Non so se fossimo maleducati e poco graditi, ma quando arrivavano le zie di Roma con le loro enormi valigie, noi due o tre più piccoli nipotini di Acuto eravamo sempre lì a curiosare. Tanti erano i nostri "ooh" di meraviglia alla Povia, e tanta la loro contentezza nel vederci contenti, che oggi sono propenso a credere che quel momento era bello proprio per le nostre carissime zie.
Agli zii avevamo già pensato in precedenza, andando a salutarli quando ancora erano per via, rigorosamente dalla stazioncina della Roma-Fiuggi, poiché macchine private, in quel tempo, ancora non esistevano. I cari zii Peppino e Peppone, il primo specialmente, che era il più affettuoso, non ci facevano mai mancare le loro monetine di piccola o media taglia, con le quali provvedevamo alle nostre piccolissime spese settimanali.
Ma lo spettacolo vero era l'apertura della grande valigia, quella con le sorprese per i nipotini. Zia Agnese la piazzava proprio davanti al caminetto della cucina di nonna Livia, che d'estate raramente era in funzione.
L'apertura era preceduta da un inconfondibile odore: quello del pane di Roma. Le rosette o gli sfilatini, di preferenza le prime. Noi, abituati alle nostre grandi pagnotte che affettavamo con molta prudenza, e che magari dopo sette giorni non avevano più odore né fragranza, captavamo con piacere con le narici quell'odorino dolciastro delle rosette, che addentavamo subito con gioia con un piccolo companatico, di solito un formaggino triangolare. O, al limite, anche senza nulla: tanto, la rosetta si manteneva abbastanza morbida e saporita anche a distanza di dodici ore.

giovedì 4 luglio 2013

189. Il rinfresco di Nando

Quando i collegiali erano in vacanza, zio Peppone navigava nell'abbondanza, e portava spesso qualcosa a casa per non farla sciupare.
Così, quando zia Amalia arrivava con i suoi valigioni, era festa e allegria anche per noi.
Un giorno, di pomeriggio, io e la mia piccola cugina di Acuto, Maria Pia, ci recammo da nonna Livia accarezzando questa speranza. Ma era un giorno un po' magro, e non trovammo niente, tranne un cugino parecchio più grande di noi, Nando, sui sedici anni, e in vena di scherzi.
- Siete venuti per il rinfresco?- ci disse con una voce carica di promesse. - Sedetevi qui e aspettate -
Erano i due scalini che dalla cucina portavano alla grande sala da pranzo.
Nando, con aria di noncuranza, si accostò al lavandino della cucina di nonna, aprì il rubinetto, prese una manciata di acqua e ce la lanciò sulla faccia. - Questo è il rinfresco!- disse ridendo.
Per fortuna era un pomeriggio di quelli torridi, e la piccola doccia ci rinfrescò davvero senza darci alcun fastidio, ma eravamo amareggiati per la beffa.
Però Nando non era cattivo: anzi! Andò alla credenza di nonna, prese due di quei famosi formaggini alla nocciola per cui eravamo venuti, e ce li diede facendosi perdonare e rendendoci doppiamente felici.
Nando era il maggiore dei figli di zia Amalia, l'ultima delle cinque figlie di nonna Livia, e quella che era stata la più fortunata nel suo matrimonio con zio Peppone.

martedì 2 luglio 2013

188. La villeggiatura dei cugini di Roma

Quando, l'estate, da Roma arrivava tutta la torma dei cugini, quasi una dozzina fra le tre famiglie, per noi bambini di Acuto era una grande allegria. Venivano a villeggiare nei tre piccoli appartamenti che nonna Livia aveva assegnato loro nella sua grande casa, e c'era spazio e allegria per tutti. 
Ogni zia aveva un paio di camere, un balcone, l'uso di bagni e cucine, e poi nonna Livia cedeva volentieri anche il suo appartamento con la grande camera da pranzo, riservata per i giorni di festa che poi erano più frequenti dei giorni feriali.
Noi cugini più piccoli eravamo sempre lì, intorno, a vedere, a curiosare, a sperare anche che qualcuna delle leccornie che gli zii si portavano da Roma toccasse anche a noi.
Gli zii di Roma erano famiglie agiate, non dovevano lesinare nulla, e prima di venire in vacanza in montagna magari erano già stati per un mese al mare: amavano, ad esempio, la spiaggia di Tortoreto in Abruzzo, e ci andavano tutti gli anni. 
Soprattutto stava bene la famiglia di zia Amalia e di zio Peppino junior, detto zio Peppone perché era più giovane di età, ma fisicamente molto più grande dell'altro zio Peppino, il marito di zia Agnese, quello di via Merulana.
Zio Peppone era il capocuoco del Collegio Nazareno, aveva una buonissima paga e soprattutto la possibilità di integrarla con la mensa del collegio: carni, verdure, e anche dolci in abbondanza. I dolcetti erano la nostra attrattiva. Molto apprezzati erano i formaggini di cioccolata o di nocciola, le primissime specialità della Ferrero.