sabato 6 luglio 2013

190. La valigia della zia

Non so se fossimo maleducati e poco graditi, ma quando arrivavano le zie di Roma con le loro enormi valigie, noi due o tre più piccoli nipotini di Acuto eravamo sempre lì a curiosare. Tanti erano i nostri "ooh" di meraviglia alla Povia, e tanta la loro contentezza nel vederci contenti, che oggi sono propenso a credere che quel momento era bello proprio per le nostre carissime zie.
Agli zii avevamo già pensato in precedenza, andando a salutarli quando ancora erano per via, rigorosamente dalla stazioncina della Roma-Fiuggi, poiché macchine private, in quel tempo, ancora non esistevano. I cari zii Peppino e Peppone, il primo specialmente, che era il più affettuoso, non ci facevano mai mancare le loro monetine di piccola o media taglia, con le quali provvedevamo alle nostre piccolissime spese settimanali.
Ma lo spettacolo vero era l'apertura della grande valigia, quella con le sorprese per i nipotini. Zia Agnese la piazzava proprio davanti al caminetto della cucina di nonna Livia, che d'estate raramente era in funzione.
L'apertura era preceduta da un inconfondibile odore: quello del pane di Roma. Le rosette o gli sfilatini, di preferenza le prime. Noi, abituati alle nostre grandi pagnotte che affettavamo con molta prudenza, e che magari dopo sette giorni non avevano più odore né fragranza, captavamo con piacere con le narici quell'odorino dolciastro delle rosette, che addentavamo subito con gioia con un piccolo companatico, di solito un formaggino triangolare. O, al limite, anche senza nulla: tanto, la rosetta si manteneva abbastanza morbida e saporita anche a distanza di dodici ore.

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