domenica 30 settembre 2012

17. Le cannonate degli Alleati

La mia maestra, presa dall'entusiasmo, l'anno sucessivo volle realizzare il testo della canzone "Caro papà", e mi fece aprire la corrispondenza con un soldato al fronte, per incoraggiarlo e fargli sentire l'affetto di tutta la nostra scolaresca. Il soldato ci mandò anche una foto, e del fatto parlò anche un giornaletto della zona, se ben ricordo. 
Quando la guerra finì, ricercammo Giorgio al suo paese, Iglesias, ma non ci rispose. Né lui né alcuno della famiglia. Evidentemente, nel 1945, i problemi erano tanti e tanto diversi da quelli del 1942, e comunque la bolla dell'entusiasmo nazionale si era sgonfiata lasciando posto a ben altri motivi d'impegno e di lotta per la sopravvivenza.
Il mio paese, Acuto, rimase in pratica estraneo alle distruzioni della guerra fin quasi al giorno della liberazione, il 4 giugno 1944, quando fu cannoneggiato con una certa durezza dagli alleati per assicurarsi che i tedeschi avessero sgombrato in modo definitivo. La cannonate sibilarono ed esplosero per tutta la notte precedente.

sabato 29 settembre 2012

16. La regina Elena

Gli ufficiali tedeschi si erano acquartierati nel Castello dei conti Giannuzzi, che domina il centro del paese e ne controlla le entrate e le uscite. Però di loro non mi rimane che un'immagine sbiadita: ricordo solo in modo vivido i loro scintillanti stivaloni neri, che mi facevano un'enorme impressione.
La maestra Mirella forse era colpita dalla mia bravura nello scrivere, ma credo che amasse soprattutto la mia grafia, che era decisamente pulita e precisa. Ne approfittò per farmi scrivere una lettera indirizzata al Quirinale, che allora ospitava i reali d'Italia, Vittorio Emanuele III e la regina Elena di  Montenegro.  Era la richiesta di una grande foto per farne un quadro da appendere in aula.
Infatti la foto di lì a poco arrivò, in un enorme involucro di cartone a forma di tubo, ed ebbi l'impressione che ne derivasse un pizzico di prestigio sia per la maestra Mirella che per me. 

Questo avvenne in seconda elemenatre, nel 1941, quando la guerra sembrava ancora lasciare qualche speranza.

venerdì 28 settembre 2012

15. Uno squadrone di SS

Ho assistito anch'io con meraviglia a queste rapidissime azioni, consentite probabilmente da qualche soldato polacco poco amante della sua divisa tedesca. Erano ragazzi costretti dai vincitori a indossare i panni nemici da veri "coatti". Ma una volta, per porre fine alle razzie, arrivò uno squadrone di SS, con orribili divise nere, grosse catene e spaventosi bull dog a ispezionare le cantine, non soltanto in cerca del pane, terrorizzando l'intero paese.
Un altro giorno, aerei alleati bombardarono un allevamento di cavalli tedeschi in un bosco prospiciente il laghetto di Colle Borano. Per l'intero paese l'episodio si trasformò in una occasione fortunata: dalla finestra della mia cucina potevo vedere gente che si trascinava faticosamente sotto quarti di cavallo ancora sanguinolenti, per portarli a casa e farne riserva alimentare, riducendoli a piccoli brani per affumicarli ed essiccarli, cibo prezioso per i momenti di fame più  stringente.
 

giovedì 27 settembre 2012

14. Il pane tedesco

D'altra parte, anche in chiesa si cantavano canzoni che testimoniavano un clima di timore e di tensione. Un inno religioso dedicato alla "Regina della Pace" non esitava a esprimersi così:... "Se per desìo non sazio / l'odio si fa più vivo, / porgi colomba candida / il ramoscel d'olivo /...l'umano sdegno tace,/ Regina della Pace"...
Odio e paura erano ormai moneta circolante, anche se noi bambini non eravamo in grado di rendercene conto a pieno. I tedeschi erano arrivati anche lassù da noi, in un paesetto di montagna lontano dalle grandi strade di comunicazione. C'era un "centro di sussistenza" tenuto, credo, da soldati prevalentemente polacchi, addetti alla panificazione e ai rifornimenti alimentari per il fronte di Cassino. Realizzavano pagnotte quadrate, a forma, infatti, di "pain carré", della lunghezza di circa quaranta centimetri. Il colore era scuro, un miscuglio, probabilmente, di segala e di crusca, il sapore acidulo e sgradevole. Ma, quando i camion in partenza per il fronte stavano per prendere il via, si assisteva talvolta al coraggioso assalto della gente affamata, che faceva razzia di quelle pagnotte nascondendole poi nelle cantine.

mercoledì 26 settembre 2012

13. Canzoni di guerrra

Allora le classi erano rigorosamente maschili o femminili, e solo dopo la guerra si cominciarono a formare le classi miste.
Un giorno la mestra Mirella mi mandò a prendere un pezzo di gesso per la lavagna nella classe dove insegnava la sorella Maria e dove sedeva a un banco in prima fila mia cugina. Io, che ero decisamente timido, apri con una certa ansia la porta, e rimasi colpito dalle parole che vidi scritte sulla lavagna: " Caro papà, ti scrivo e la mia mano / quasi mi trema: lo comprendi tu? / Son tanti giorni che mi sei lontano / e dove vivi non lo scrivi più..."
Erano le parole di una canzone di guerra, una di quelle che da quel momento ci vennero insegnate con una certa insistenza, e riempivano le lunghe ore di un insegnamento ansioso e fortemente indottrinato. La canzone, che parlava anche di un "orticello di guerra" che in effetti anche noi realizzammo, venne appresa da tutte le classi e cantata a ripetizione, insieme ad altre che parlavano della "malvagia Inghilterra", di "piogge di bombe", della "nostra vittoria" quando ormai la disfatta già si delineava minacciosa.

martedì 25 settembre 2012

12. Lo scandalo della suorina

Nell'autunno successivo, poi, le scuole elementari ad Acuto non riaprirono. C'era un clima di totale disarmo, con gli Alleati che erano sbarcati in Sicilia e progressivamente risalivano dal Sud, mentre, dopo l'euforia per la caduta di Mussolini e per l'armistizio dell'8 settembre, i fascisti e i nazisti avevano ripreso un disperato controllo del paese. La sensazione era quella di una attesa che si protraeva dolorosamente, e nessuno aveva voglia di vivere come se si fosse nella normalità. Così il bell'edificio scolastico, vicino ai giardini pubblici, rimase chiuso anche se era integro: sarà colpito solo dalle cannonate alleate ai primi di giugno del 1944, cioè al momento della ritirata dei tedeschi e all'arrivo degli americani.
Io avevo appena concluso la quarta elementare. Avevamo maestri fissi, che ci prendevano dal primo anno e ci portavano fino al quinto. La mia prima maestra era stata una suora, ma in seconda era stata cambiata. Era scoppiato un vero e proprio scandalo nel paese, perché la suorina, giovane e vivace, si era innamorata e aveva lasciato il velo. Al suo posto era subentrata Mirella, la figlia del mugnaio: era decisamente in gamba, ed era sorella di un'altra maestra, Maria, che insegnava a mia cugina Maria Pia, mia coetanea, in una classe parallela.

lunedì 24 settembre 2012

11. Una cugina carissima

Quando venne il momento di separarci, alla fine dell'estate (forse c'era stato di mezzo l'armistizio dell'8 sttembre, non ricordo bene), per me fu un momento davvero doloroso. Sapendo che la mattina dopo sarebbe partita, per l'intera notte non riuscii a dormire, e provavo una pena intensa. Poi piano piano me ne feci una ragione, e sfogavo il mio sentimento con quelle lunghe lettere. 
Nell'appartamento a fianco di mia cugina, inVia Merulana, c'era una signora toscana molto simpatica, che era loro amica: la signora Chiappi. Marisa le fecce leggere una mia lettera, e le piacque molto, sicché poi voleva leggerle tutte. La signora Chiappi, ricordo, era dotata di un vero umorismo toscano. Aveva in casa una gallina, Dorotea, che accudiva con amore come fosse una figliuola, e non si sognò mai di tirarle il collo benché fossero tempi di fame intensa. O forse perché le faceva qualche uovo altrettanto prezioso? Meglio un uovo oggi che la gallina domani.
Quando la guerra fu passata, io potei andare a Roma un paio di volte. E una di queste fu quando, nell'estate del 1945, venni operato all'appendicite nella clinica Fioretti, in Viale Manzoni, esattamente lo stesso giorno e nello steso luogo in cui veniva operata, sempre di appendicite, la mia carissima "cuginetta Marisa". Che curiosa combinazione!

domenica 23 settembre 2012

10. Gli sfollati

Un anno, d'estate, credo fosse il 1943, giunsero da nonna Livia un nugolo di nipoti da Roma, sfollati per la guerra. Una di essi, di tre anni più grande di me, si trattenne più a lungo degli altri, e tra noi si creò una grande amicizia. Marisa era una bella ragazzina, dai lunghi capelli neri, sempre allegra e sorridente. Figlia di zia Agnese e di zio Peppino, frequentava la prima media alla scuola "Ruggero Bonghi" a Colle Oppio, dove è la "Domus Aurea" di Nerone. Studiava tedesco, allora era la lingua straniera preferita per via dell'alleanza Italia-Germania e dell'asse Ro-ber-to, Roma-Berlino-Tokio. 
Lei volle che imparassi qualche parola di tedesco, e si mise a fare la maestrina. Ricordo ancora qualche verbo: "Ich bin, du bist...", qualche mozzicone di parola: "tintenfass", "himmel", l'inchiostro, la luna, "ein, zwei..." e quella declinazione dell'articolo "dem...die...das..." che mi sembrava una vera stranezza. Io facevo appena la quarta elementare, ma la nostra scuola di paese era stata chiusa per la guerra, e chissà quando avrebbe riaperto.
Marisa era una vera cavallona, e non si fermava mai. Raccontava battute e barzellette, con l'aria un po' saputa della ragazzina romana che di mondo ne aveva visto un bel po' più di noi ragazzini di paese. Io mi affezionai a lei, e mi ricordo che poi, per mesi e mesi, ci scrivevamo delle lettere piene di racconti delle nostre reciproche giornate, e così tenevamo vivo il contatto. Ogni tanto, sapendo che mi piaceva molto leggere, mi mandava qualche libro per ragazzi della casa editrice Salani. Ricordo dei titoli: "Il mulino sulla Floss", "Pattini d'argento", "Sussi e Biribissi", ed altri ancora.

sabato 22 settembre 2012

9. Un'infanzia semplice e povera

Nonna Livia, forse, faceva finta di nulla. Però una mattina, dopo che la porta di casa si era chiusa col solito rumore secco, la sentimmo riaprire , e la nonna, che aveva dimenticato non so se il velo o il rosario, rientrò in camera da letto: noi ci eravamo già ricacciati sotto le lenzuola, ma le cordicelle da cui pendevano le "coppiette" ancora ondeggiavano. Insomma, eravamo stati colti in flagrante, o quasi. 
Però lei volle essesre generosa, e non disse nulla. Solo quando, un'ora dopo, rientrò dalla messa, alla quale immancabilmente si recava ogni benedetto giorno, mentre noi ci stavamo già alzando disse: "Queste coppiette mi pare che siano diminuite un bel po'..."
L'unica scusa che ci venne in mente fu di chiamare in campo i topi, di cui ogni tanto si sentiva nella notte la corsa furtiva fra le travi o sui pavimenti delle stanze soprastanti, da tanti anni spopolate. Che però i topi potessero saltare al di sotto del soffitto era decisamente improbabile, e la cosa finì lì.
Nonna Livia, comunque, ogni tanto ci dava spontaneamente qualche bella "coppietta", anche come premio della compagnia che le facevamo (nemmeno tanto malvolentieri, come si sarà capito). Questa era la nostra infanzia, semplice, povera e felice.

venerdì 21 settembre 2012

8. Le "coppiette"

Nonna Livia, visti i tempi di forzata parsimonia alimentare, specialmente in fatto di carni, si era creata una riserva niente male di...carne secca di cavallo, le cosiddette "coppiette", lunghe e sottili strisce di carne piegate in due e appese in alto, pendenti dal soffitto, ad essiccare fino a divenire dure come il cuoio, ma dal sapore (per noi) gustoso.
 Proprio sul lettone della nonna ce n'era una grande quantità. Ma il soffitto era alto, e noi eravamo poco più di un "frucco di calcio". Però ci ingegnavamo: quelle belle coppiette lì le avevamo adocchiate da un pezzo, e non escludo che facessero parte anche dei nostri sogni. Così balzavamo tutti e tre sul lettone, e cominciavamo a saltare ripetutamente, finché non si creava un buon rimbalzo: protendendo al massimo le mani, qualcuno di noi riusciva ad afferrare ogni tanto una "coppietta", e potersela mettere sotto i denti costituiva una vera goduria. 
In genere era Maria Luigia, più grande di due anni, e anche più vispetta, a conquistare la preda agognata, ma poi ne faceva equamente parte a tutti. Anche per condividere la responsabilità quando, fatalmente, la cosa non sarebbe più passata inosservata a nonna Livia.

giovedì 20 settembre 2012

7. Preghiere popolari

La notte, per lo più freddissima all'esterno, trascorreva tranquilla. Le nostre allegre voci pian piano si spegnevano. Nonna Livia ci faceva recitare certe preghiere popolari che ci sembravano affascinanti. Lei era analfabeta: nella sua generazione, ancora in pieno Ottocento, nei piccoli paesi comne Fumone, o come Acuto e Piglio, le scuole elementari non esistevano, e solo la generazione successiva, ai primi del Novecento, ebbe il privilegio della scuola primaria pubblica, per cui l'educazione scolastica di mia madre e delle sue sorelle si poté spingere fino alla licenza della terza elementare. 
Una preghiera di nonna Livia (nonna Liva, come si diceva tra noi e in paese) suonava così: "Ave Maria la piccolina / chi la dice ogni mattina / chi la dice e chi la sa / in Paradiso se ne va. / All'Inferno la mala gente / chi ci va se ne pente. / Allo pente e allo pentì / quando è entrata non può più uscì".
Questa preghiera la recitavamo la mattina, mentre per la sera c'era un'altra preghiera, che ricordo solo a brandelli, e che si esprimeva così: "Io me ne vado a letto / con la Madonna appresso / con gli angeli cantando / Gesù Cristo predicando./ Con la luna e con il sole / con il santo Salvatore / con la santa Margherita / croce mi faccio e Dio mi benedica".

mercoledì 19 settembre 2012

6. Vicolo del Fiore

In cambio dei suoi regaletti, nonna Livia chiedeva solo una cortesia: che almeno uno dei piccoli nipoti le facesse compagnia la notte. Nel suo lettone matrimoniale, effettivamente, si perdeva e si sentiva davvero sola.
Così a me, che allora avrò avuto cinque o sei anni, toccava spesso accompagnarla su per le scalette di Vicolo del Fiore, che alle nove di sera erano buie davvero, anche senza l'oscuramento della guerra. Le lampadine dei rari fanali, densamente verniciate di blu, servivano a poco o nulla: per fortuna c'era la provvidenziale lampada a olio sotto il mantellone nero a impedirci d'inciampare fra i ciottoli sporgenti del vicolo.
Con me, spesso, venivano anche una e talvolta due cugine  mie coetanee, Maria Pia e Maria Luigia, che nonna prelevava dall'altra figlia Maria, a cinquanta metri da casa nostra, per non far torto a nessuno e per stare in più numerosa e allegra compagnia, sfoltendo peraltro anche la densità di popolamento dei lettini di due famiglie così ampie: di letti e lettini, nonna Livia ne aveva invece da vendere.
Io avevo un lettino ai piedi del lettone, le due cuginette di cinque e sette anni si ponevano ai fianchi della nonna, e così il freddo lettone piano piano si riscaldava, e il nostro stare insieme ci dava altro senso di calore, di amicizia, di gioiosa vicinanza. Mi viene da riflettere che in quei tempi di spartana povertà - si era oltretutto in piena guerra - tra cugini c'era un affetto e una simbiosi che nelle giovani (e agiate) generazioni di oggi raramente si riscontrano anche tra fratelli. Forse perché più rarefatti? O forse perché abituati ad avere troppo?

martedì 18 settembre 2012

5. Il trenino della Stefer

L'ampia cucina era dominata da un bel camino dove la fiamma era sempre accesa, dall'ora di pranzo fino a sera inoltrata. La nostra casa era abbastanza frequentata: mia madre aveva una serie di amiche, alcune ancora giovani e non ancora sposate, che venivano a darle volentieri una mano per i mille lavori necessari nella gestione di una famiglia così numerosa. Quanto a mio padre, amicizie ne aveva tantissime a sua volta, e alla nostra tavola, nei gironi feriali e ancora di più in quelli festivi, non mancavano mai ospiti, specialmente se soli e magari di limitate risorse. Ne ricordo tantissimi, e uno dei più affezionati era Umberto, soprannominato "Miseria", l'organista di Santa Maria, la chiesa principale del paese, bravo musicista rimasto vedovo e senza figli, di età matura, che abitava in una grande casa ormai polverosa e triste, dominante l'ampio squarcio di piazza San Nicola.
Nonna stava volentieri con noi: non era certo la compagnia a mancarle. E ci portava sempre qualcosa di buono e di utile: un pugno di fichi secchi, un po' di castagne, una caciotta o un pezzo di pecorino da grattugiare, una bottiglia di eccellente olio d'oliva, che ad Acuto offre una produzione molto apprezzata; o ancora un boccione di un vino bianco così squisito da non aver nulla da invidiare al rosso cesanese del Piglio, il paese di mio padre, distante appena dieci chilometri da Acuto, e collegato con il trenino della Stefer, purtroppo eliminato nel 1980 perché la sua gestione era considerata ormai troppo costosa. Ora il collegamento è assicurato da pullman del Cotral, abbastanza frequenti tra Roma e Fiuggi, ma che ad Acuto raramente si fermano. Ormai si va avanti solo con l'auto privata. Il sottoproletariato, tuttora esistente (anzi!...), rimane sempre più tagliato fuori.

lunedì 17 settembre 2012

4. Il coprifuoco

Nonna Livia era una donna coraggiosa e tenace. Solo, soffriva un po' di solitudine, in quella casa così grande, una volta animata dalla laboriosità delle cinque figlie, nate nel primo decennio del Novecento. Poi, i matrimoni in serie avevano svuotato quelle stanze ariose e ben protette da muri robusti.
Così, nonna Livia ogni sera veniva a trovare le due figlie, Geltrude e Maria, ancora rimaste in paese e residenti nelle loro graziose casette nei pressi di San Nicola, vecchia chiesa andata distrutta nei secoli e ridotta a piazza, con una magnifica vista dal muretto prospiciente la vallata di Anagni e del fiume Sacco, dai Colli Albani fino ai Monti Lepini, un paesaggio verde e luminoso. Nonna si fermava più spesso da noi, perché la nostra casa era la più vicina alla sua, proprio ai piedi delle scalette del Vicolo del Fiore, non olezzante come voleva il nome, dopo un percorso breve ma abbastanza irregolare, comprendente anche un piccolo tunnel aperto per mettere in comunicazione piazzette e straducole sviluppatesi in modo estemporaneo. 
Il paese è antico, le costruzioni sono addossate le une alle altre, forse a ricordo di lotte tra fazioni nel Medioevo. Quando, in piena seconda guerra mondiale, fu instaurato il coprifuoco, nonna Livia nascondeva sotto l'ampia mantella nera una lampada a olio, e scendeva con prudenza le scalette del vicolo per salire da noi in Via Vittorio Emanuele. 
Alla nostra casa si accedeva da un portoncino, per una scala abbastanza ripida, di una dozzina di gradini, affiancati da un robusto corrimano in ferro, senza il quale ogni salita sarebbe stata una mezza impresa almeno per una persona anziana. Da noi nonna trovava subito una vampata di caldo, nei mesi gelidi che in un paese di montagma (Acuto si trova a 724 metri di altezza sui Monti Ernici, nel preappennino laziale) si estendono almeno da ottobre a marzo, per mezz'anno intero.

domenica 16 settembre 2012

3. Piazza Vittorio

Le altre sorelle di mia madre avevano avuto, quasi tutte, una sorte migliore, e si erano da anni trasferite a Roma con le loro famiglie. Agnese e Giuseppe, agente del dazio (tre figlie femmine); Teresa ed Aristide, impiegato in un ente pubblico (una femmina e tre maschi, uno dei quali, Fernando, frate missionario in Brasile dagli anni' 50 fino ad oggi) risiedevano in un grosso caseggiato di Via Merulana; Amalia e l'altro Giuseppe vivevano invece in una antica casa in via Sant'Andrea delle Fratte, presso il Collegio Nazareno al Tritone, dove Giuseppe esercitava con diligenza e profitto il ruolo di capocuoco. Solo Maria, vedova di Enrico, con i suoi sei figli, restava in Acuto con un suo piccolo negozio di alimentari e col mantenimento della cittadinanza americana per i suoi figli, ottenuta per merito del padre spentosi negli USA.
Mia madre aveva resistito, col suo piccolo negozietto di merceria, fino al 1952, quando la famiglia al completo si trasferì a Roma in via Carlo Alberto, tra Santa Maria Maggiore e il mercato di Piazza Vittorio, in un vecchio palazzo del Banco di Napoli dai soffitti altissimi, ma ancora senza riscaldamento.
Torniamo ora a nonna Livia, e all'amatissimo paese ciociaro, al tempo della mia infanzia, cioè alla prima metà degli anni 40. Livia poteva avere allora sui sessant'anni: morirà novantenne nel 1967. Era una donna alta e vigorosa; era nata a Fumone, il paese dove morì in catene il papa Celestino V, defenestrato dal futuro Bonifacio VIII dopo pochi mesi di pontificato. Nonno Luigi le aveva lasciato in eredità una pittoresca casa di tre piani, posta sulla piazza principale del paese, piazza Regina Margherita. Manteneva in dotazione anche alcuni terreni, un uliveto, un vigneto e dei prati, dai quali ricavava il sufficiente per vivere lasciandoli in usufrutto a una famiglia di coloni, che le portavano in contropartita alcuni prodotti agricoli e di allevamento: vino, olio, verdure, ricotte e formaggi di eccellente qualità. Si manteneva perciò autonoma, pagando anche un minimo di tasse agricole e di tributi comunali.

sabato 15 settembre 2012

2. Le tasse di Mussolini

Anche i miei genitori hanno avuto un buon numero di figli: otto, poi divenuti sette per la drammatica morte, a tre anni, di Silvestro senior, travolto da una camion di trasporti messosi improvvisamente in marcia senza che l'autista si accorgesse di questo bambino impegnato nel giuoco alle spalle del mastodontico mezzo. I sette erano: Vito, Isola, Amalia, Silvestro junior, Luigi (il sottoscritto), Luciano e Maria Vittoria, nati fra il 1922 e il 1940 con una frequenza abbastanza normale per quei tempi. La settima, Maria Vittoria, aveva completato il ciclo fruttando l'esonero dalle tasse che  Mussolini a quei tempi concedeva in nome di una politica favorevole all'incremento delle braccia da lavoro o anche da guerra.
Infatti i maschi erano cinque, e il primo, Vito, partì effettivamente per la guerra nel 1942, a soli venti anni: mentre si apprestava a raggiungere il fronte, sopravvenne l'armistizio dell'8 settembre 1943, e si ritrovò prima sbandato e poi partigiano sulle montagne dell'Abruzzo, sfuggito quasi per miracolo a un arresto da parte dei tedeschi nel piccolo paese di Cappadocia, al confine con il Lazio. Mio padre fece appena in tempo a rivederlo, a liberazione avvenuta il 4 giugno 1944, poiché moriva a 47 anni per una "angina pectoris" la notte dell'8 dicembre di quel medesimo anno, lasciando mia madre vedova di sette figli giovanissimi, ancora giovane lei stessa con i suoi 43 anni. Geltrude fu una vera madre coraggio, capace di tirare avanti la numerosa famiglia, in un clima di assoluta mancanza di risorse, col negozio ridotto a nulla e il primo figlio entrato al lavoro solo nei mesi successivi, a 22 anni, riuscendo di lì a poco a conseguire una frettolosa laurea in giurisprudenza per ottenere un posto dignitoso, prima in un ente parastatale, e poi al Banco di Napoli.

venerdì 14 settembre 2012

1. Nonna Livia

Nonna Livia era rimasta vedova a cinquant'anni. Nonno Luigi, che aveva un piccolo allevamento di  cavalli, era morto, a quel che si diceva - non posso esserne sicuro al mille per mille, perchè non ero ancora nato - in seguito a una fortissima broncopolmonite, conseguenza di una sudata e poi di una bevuta alla gelida fontana di Colle Borano. Colle Borano è una sopraelevazione piena di verdissimi prati, a due chilometri da Acuto, il mio paese di Ciociaria, e ad altrettanti da Fiuggi Fonte, la bella cittadina famosa per le sue acque minerali diuretiche.
Nonno Luigi era stato, agli inizi del Novecento, per una ventina d'anni negli Stati Uniti, facendo - ritengo - umili mestieri e accumulando quel tanto di risparmi sufficienti a far sposare, una alla volta, le sue cinque figlie femmine: Teresa, Geltrude (mia madre), Maria, Agnese ed Amalia. Ciascuna di esse aveva avuto la sua piccola dote e si era sposata decorosamente con bravi ragazzi del paese: Aristide, Domenico, Enrico, Giuseppe ed ancora un altro Giuseppe. Enrico, a sua volta, era andato a lavorare in America, e qualche anno dopo vi era morto, lasciando la moglie Maria vedova di ben sei figli: Fausto, Elda, Giuseppina, Pacifico (divenuto poi medico di famiglia alla Borgata Ottavia a Roma dagli anni '50 fino al Duemila), Maria Luigia e Maria Pia, quest'ultima maestra sempre a Roma. Quanto a mia madre, Geltrude, si era sposata a venti anni con Domenico, la cui famiglia di piccoli commercianti risiedeva al Piglio, popoloso paese agricolo noto per la qualità del suo vino, il rosso Cesanese. Domenico, molto amato per la sua cordialità, faceva anche lui il commerciante di tessuti e mercerie in un bel negozio lungo Corso Umberto, la via principale di Acuto.

giovedì 13 settembre 2012

Introduzione

Un bambino di dieci anni osserva intorno il suo mondo: il suo paese, la guerra, la morte prematura del padre, la sofferenza, la fame, la crudeltà umana. Ma non ne esce una visione tragica: l'atmosfera rimane sospesa in un sentimento che oscilla sempre tra il dolore e la speranza, e riesce ad aprirsi un varco verso la serenità.
Un'infanzia amara eppure sorridente, intrisa di un amore mai rassegnato per la sua gente. Ne balza fuori il ritratto di un paese di Ciociaria antico e sempre nuovo, figure vere di uomini e donne descritti con curiosità e semplicità. 
La forte immagine di nonna Livia sembra dominare la scena. Ma ecco l'amato padre Memmuccio, col suo sorriso pieno di umanità; l'autorevole zia Agnese, ricca d'inventiva e di dinamismo; la cugina Maria Luigia, un autentico folletto dotato di creatività illimitata.
Poi il fratello Silvestro, gran signore in ogni suo atteggiamento; il primogenito Vito, il partigiano ventenne che diventa un secondo padre sacrificando i suoi anni più giovani; e Geltrude, la madre coraggio che riesce a tirare avanti da sola i sette figli, e nessuna avversità la piega.
Altre figure in primo piano: la cugina Marisa, amata in modo tenero e dolente, l'amico Santino, con la sua irresistibile passione per il pallone, Lisa di Cherubina, che lotta senza mai arrendersi contro la sventura.
Tante situazioni divertenti e malinconiche: Francesca che si fa suora; Ninì che fa leggere i suoi libri a tutto un paese; la bellezza e le insidie del lago di Canterno; il divertente teatrino di Pucci; gli audaci esperimenti del capocomico Silver Scialla; la passione continuamente affiorante per il teatro.
Al centro di tutto la guerra, la paura delle SS, le famiglie ebraiche nascoste, l'arrivo sempre rinviato degli alleati, le violenze dei conquistatori, la tragica scomparsa dei soldati italiani in Russia. 
Il fascismo rivisitato senza odio, ma con preciso rifiuto dei suoi aspetti inaccettabili. Le prime lotte politiche, i contrasti, la difficoltosa rinascita, il progressivo spopolamento di un paese di montagna.
Un paese di Ciociaria che rimane nella nostra mente, ripresentatoci a distanza di tanto tempo dai vivi ricordi di un bambino di dieci anni.