sabato 23 marzo 2013

145. Come fu accolta la Repubblica

Fu da Roma in su che la Repubblica prevalse, per i due famosi milioni di voti di vantaggio che furono attribuiti all'azione diplomatica del ministro degli interni Romita.
Tutto sommato, il voto per la Repubblica fu accettato senza problemi: non ci furono sommosse come quelle per la caduta di Mussolini o per l'armistizio. La gente accettò con indifferenza, forse anche con un pizzico di piacere per la novità, la cacciata dei Savoia e l'avvento della Repubblica. Un mese a
dopo, ad Acuto, non avresti trovato più un monarchico neanche a peso d'oro, e quei pochi che ricordavano il Re erano solo dei nostalgici , in generale, del passato e del ventennio della dittatura. Più un fatto di natura eonomica che altro. Chi stava bene con la Monarchia e con il vecchio regime, evidentemente era portato a rimpiangere quei tempi, ma ad Acuto erano talmente pochi da non avere praticamente voce in capitolo. 
L'ex podestà del paese era anche proprietario dell'unica industria del luogo, quella della fornace della calce. Quando, dopo parecchi mesi, riprese l'attività, poteva avere ancora un certo ascendente su quella cinquantina di operai che vi lavoravano, e nelle successive elezioni saranno le uniche voci dissenzienti.
Per il resto, il paese si orentò su altre forze moderate, quelle democristiane, che presero il sopravvento ed elessero sindaco un professore di educazione fisica, Giuseppe Germini, rimasto in carica ininterrottamente per un trentennio, fino al 1978, quando ci fu una rivoluzione, che diede vita ad un secondo trentennio, durato fino al 2009, con l'amministrazione  in mano al centrosinistra e con un sindaco di estrazione comunista, l'ingegnere Pio Pilozzi.
Evidentemente, ad Acuto, la storia si fa soltanto per periodi di trent'anni circa: 1920 - 1950 - 1980 - 2010, e per dinastie familiari: Perinelli - Germini - Pilozzi, novant'anni di storia di Acuto passando dal fascismo alla Democrazia Cristiana, dal centrosinistra nuovamente al centro. Ma sembra improbabile che quest'ultimo possa durare un altro trentennio, essendo formato da una maggioranza piuttosto fragile, che ha conquistato il potere soltanto per le discordie nello schieramento opposto.

martedì 19 marzo 2013

144. Un grande dolore

Io ne fui molto addolorato.  Ma mio padre, per non veder soffrire il piccolo animale, lo prese e lo soffocò seppellendolo nel secchio dell'immondizia. 
Io cercai di recuperarlo, ma quando vidi che era morto ne provai un profondo dispiacere. Da quel giorno non ho più giocato né coi gatti né coi cani, e li guardo con diffidenza e perfino con antipatia.
Tutti mi dicono che è molto bello avere un cane come amico, ma io non riesco proprio a concepire un simile rapporto. Già mi resta difficile riuscire a comprendere i miei simili, qualche volta perfino me stesso, e non ho la pazienza di dedicare un po' del mio tempo a qualche animale. Penso che quell'esperienza che ho avuto quando avevo quattro anni  abbia contribuito a creare in me questa specie di allergia.
A pensarci bene, mi piacciono solo quegli animali che, a un segno di pericolo, fuggono via rapidamente come fa uno scoiattolo, come un uccello o  una rondine riescano ad allontanarsi da ogni contatto volando via, o come una lucciola o una farfalla che non sono agevoli da afferrare, e sembrano rifuggire dal contatto umano.
Anche per questo, sono sostanzialmente un vegetariano e non mangio volentieri carne di animali, tranne proprio quando non ne posso fare a meno.

domenica 17 marzo 2013

143. Io e gli animali

Il mio rapporto con gli animali non è mai stato troppo amichevole, neppure con quelli domnestici. Diffido dei cani, i gatti mi danno fastidio, così pure le galline, i pappagalli, i conigli le pecore sono mansuete, ma emanano un cattivo odore, figuriamoci poi le capre.  Il safari non è la mia avventura preferita.
Al massimo mi sta simpatico lo scoiattolo con la sua coda così divertente, e quando mi capita di vederne uno mi sorprendo a seguire la sua strepitosa fuga sui rami degli alberi più alti.
Mi erano simpatiche le lucciole, ma per lunghissimi anni non si so no più viste, e rivederne qualcuna, ora, non può farmi che piacere. Così come risentire lo stridio di una cicala a tanti decenni di distanza: forse stiamo tornando ad aver cura della natura, e gli animali se ne accorgono.
Dopo molti decenni, ugualmente, qualche rondine torna a fare il suo nido sotto i nostri tetti. Ecco, anche la rondine è uno dei pochi animali per i quali nutro simpatia.
Mi sorprende, perciò, ricordare che all'età di tre o  quattro anni mi ero affezionato a un microscopico gattino, capitato non si sa come a casa mia. Giocava volentieri con me, mi correva dietro: una mattina presto, che ero sceso in cucina a piedi nudi,vidi all'improvviso il gattino sbucare da sotto la madia, rincorrere i miei piedi e mettersi a giocare con essi come se fossero un giocattolo, e questo me lo rese ancora più simpatico.
Purtroppo, correndo dietro a questo animaletto, un giorno capitò che la porta-finestra, che dalla cucina si apriva sul balcone, venne chiusa bruscamente, e una zampetta del gatto rimase intrappolata e si spezzò.

venerdì 15 marzo 2013

142. Salvato due volte dal lago

Io e un mio amico, Mario, un ragazzo di Frosinone lungo come una pertica, che aveva parenti ad Acuto e si era aggregato al nostro gruppo, eravamo andati in gita al lago, quando vedemmo una barca ormeggiata non lontano dalla riva, su un canaletto che portava verso il centro del lago stesso. Decidemmmo di salirci, ma era tutt'altro che facile. Mario, che era più alto e slanciato di me, finalmente riuscì a salire sulla barca, ma io rimasi impantanato nel canale, anch'esso viscoso e pieno di piante acquatiche nelle quali le gambe rimanevano avvinghiate. L'acqua era alta più di due metri, ed io in un primo tempo vi rimasi sommerso. Mario mi vide in difficoltà, e afferrandomi per i capelli mi fece riemergere e mi aiutò ad aggrapparmi alla barca e a salirvi sopra.
Quando si trattò si riguadagnare la riva, mi rituffai un'altra volta , e ancora una volta rischiai di rimanere  avvinghiato dalla vegetazione e dal fango,  ma per fortuna riuscii a districarmi, sempre con l'aiuto di Mario.
A casa non raccontai nulla. Quando, pochi anni dopo,  accadde la tremenda  tragedia, meglio di ogni altro capii quale era stato l'orrore della fine di quei ragazzi. Il  religioso che li guidava e che per loro sacrificò inutilmente la sua vita, padre Dante, era fratello di Antonio, mio vicino di banco alle elementari, che diventò egli pure sacerdote, e fu per lunghi anni parroco di San Pietro in Acuto, a pochi metri dalla sua casa natale.

mercoledì 13 marzo 2013

141. I pericoli del lago

Il lago di Canterno è tanto bello per la natura che lo circonda quanto pericoloso per le sue rive melmose e scivolose.
Purtroppo, il lago fu teatro, negli annni '50, di una tragedia di grandi dimensioni. Un gruppo di collegiali, guidati da un religioso di Acuto, padre Dante, appena arrivati per una giornata di vacanza, accaldati e sudati, si gettorono nelle acque apparentemente invitanti del laghetto. Quando si accorsero che il fondo era instabile e sdrucciolevole, era ormai troppo tardi: si ritrovarono sul fondo, a non più di due o tre metri di profondità, e anche chi sapeva nuotare non riuscì a sottrarsi all'abbraccio del fango, che li avvinghiò e inghiottì uno dopo l'altro.
Padre Dante, disperato, si gettò anche lui nell'acqua limacciosa, cercando di salvare qualcuno dei suoi collegiali, ma morì affogato anche lui. Una tragedia incredibile, nella quale rimasero vittime tre ragazzi e il loro superiore.
Chiunque si accosti al lago di Canterno, tenga ben presenti queste caratteristiche: è assolutamente vietato bagnarsi nelle insidiose acque di questo laghetto, anche vicinissimo alla riva, che è proprio la più insidiosa, e una volta scivolati sul fango viscido non c'è speranza di fermarsi. 
Nelle acque di Canterno, da puro incosciente, ho rischiato di annegare anch'io. Accadde cinque o sei anni prima di quella grande tragedia, di cui tutti i giornali scrissero con titoli a nove colonne, ma oggi tutti si sono dimenticati, e neppure nei motori di ricerca di Internet se ne trova traccia.

lunedì 11 marzo 2013

140. Un panorama di vaste dimensioni

Dalla mia abitazione di Cave, dove vivo da quarant'anni con mia moglie Maria Stella e i miei tre figli Anna, Francesca e Luca al quinto piano di un bel palazzo in  mattoni rossi, godo di un magnifico panorama verso la vallata del Sacco, compresi i monti Lepini e le città di Anagni e Ferentino, mentre sul lato opposto vedo i monti Ernici con lo Scalambra e i paesi di Serrone, Paliano, Piglio e Acuto. Ebbene, a metà strada fra Piglio e Acuto riconosco benissimo la spianata del laghetto circondata da conifere, proprio quel piccolo paradiso di settanta anni fa.
Proseguendo con lo sguardo, riconosco il cimitero di Acuto, e lì sotto la parte più antica del paese, quella che va dall'estrema punta di San Pietro al massiccio Collegio e alla piazza Margherita, includendo una parte del Castello e di Santa Maria.
Una volta io questo paese lo amavo intensamente, e credevo che la vita me lo avesse fatto dimenticare. Invece, rivedendolo ogni giorno da lontano, all'orizzonte, non posso fare a meno di constatare che è ancora dentro al mio cuore, e piano piano mi ha ispirato questi ricordi che vado ricostruendo.
Nel far così, il mio cuore si addolcisce, e mi riporta piano piano alla mia infanzia, dolorosa e felice.
Un giorno, scendendo da quella montagna, incontrai un pastore, grande amico di mio padre, che si avvicendava con il figlio alla guida del suo gregge, e scendemmo insieme le ultime rampe raccontando le nostre impressioni. Mi confermò che con le sue pecore raggiungeva ogni tanto il laghetto a forma di cuore, e che anche per loro quello era un punto di meraviglia e serenità, con il gregge che si abbeverava felice.

sabato 9 marzo 2013

139. Il laghetto a forma di cuore

Quando gli amici non avevano voglia di giocare a pallone, o quando non trovavo nessuno disposto a seguirmi, me ne andavo tutto solo su per la montagna che sovrasta il mio paese, Acuto, un costone roccioso tutto pelato, assai divertente da scalare senza eccessiva difficoltà. In paese lo chiamano il Serrone ( Sierra, in spagnolo, vuol dire montagna), mentre sulla cartina topografica è citato come Colle Madama.
Una volta, mi ricordo, per essermi fermato a sedere su una roccia per un quarto d'ora sotto il sole, a capo scoperto, mi presi una forte insolazione, con la febbre che mi tenne immobilizzato per un paio di gironi.
Un'altra volta decisi di camminare ad oltranza, in direzione Piglio (nord-ovest), finchè non avessi incontrato qualcosa di notevole.
E infatti, lo trovai. La montagna, ad un tratto, si abbassò in una piccola conca pianeggiante, circondata di conifere: un perfetto paesaggio alpino, circa all'altezza di mille metri. La cosa più stupefacente e inaspettata, era che al centro della conmca scintillava un bellissimo laghetto a forma di cuore, circondato di erbe e giunchiglie odorose un vero piccolo paradiso , al quale probabilmente accedeva di tanto in tanto qualche pastore con il suo gregge.
Sono passati quasi settant'anni, da quel giorno, e so con certezza che quel piccolo paradiso esiste ancora. Di solito, infatti, quei laghetti sono destinati a riassorbirsi, come il laghetto di Casanova, sotto la vecchia stazione della ferrovia Roma-Fiuggi, dove fino agli anni '40 si specchiava il bel panorama di Acuto, ed ora è diventata una spianata sulla quale sono sorte le costruzioni di un quartiere nuovo.

giovedì 7 marzo 2013

138. La propaganda nazista

A farla breve, sotto l'accattivante forma di libro per ragazzi, altro non era che un libro di propaganda nazista, e introduceva al problema del ricongiungimento di Danzica al territorio tedesco, che fu proprio all'origine dell'invasione della Polonia e dello scoppio della seconda guerra mondiale.
Quella bambina, Bibi, e quella città, Danzica, rimasero a ronzare nella mia mente, finché non mi resi conto, alla luce di ciò che avvenne poi, che c'era qualcosa di strano e di strumentale. Si servivano dei bambini per inoculare idee di guerra, per propagandare ideologie di conquista. 
La casa editrice italiana se ne rendeva benissimo conto, e sia pure soltanto traducendo un romanzo per ragazzi, utilizzava anch'essa quello strumento di odio e di propaganda. 
Dopo il fallimento della campagna di Russia, anche in Italia si  cominciarono ad aprire gli occhi. Libri di quel genere non vennero più pubblicati. L'asservimento alla Germania cominciò ad allentarsi, e per fortuna ne venimmo fuori, sia pure in mezzo a tante sciagure e pagando care le nostre responsabilità. 
Ma quella figura di bambina tedesca, Bibi, e quella strana città, Danzica, mi sono rimaste stampate nella mente, fra le tante centinaia e centinaia di libri che ho letto nella mia vita.
Mia cugina, in realtà, non aveva molto in simpatia né Alfredino né i suoi libri, e così anche quella piccola storia finì presto, sommersa in una storia molto più grande.

martedì 5 marzo 2013

137. La bambina di Danzica

Era proprio il pieno della guerra. La Germania stava ancora andando alla grande, e noi, senza magari ce ne accorgessimo in pieno, eravamo asserviti alla sua grande potenza. Mussolini capiva che bisognava solo assecondarla, per poi sfruttare l'alleanza sul tavolo della vittoria.
Era il 1942, ma il sogno non durò di più. La campagna di Russia, e l'inesorabile sconfitta, servirono a spezzare l'incantesimo.
Ma che, fino ad allora, l'Italia fosse asservita alla Germania (quel nome lì, non voglio nemmeno nominarlo...) io lo intuivo, e avevo solo 8 anni, da certe sfumature.
Sul vicolo che da San Nicola portava su alla piazza della Corte, abitava un ragazzo di venti anni, Alfredino, che lavorava a Roma per una casa editrice.
Alfredino si era invaghito di una mia giovane cugina, e la corteggiava come poteva. Le portava, così, ogni tanto, qualche bel libro fresco di stampa, e una volta portò un libro per ragazzi che io e una cugina più piccola, mia coetanea, leggevamo insieme.
Era un libro grande, pieno di figure, e parlava di una bambina, Bibi, che viveva in una città della Germania, Danzica. Una strana città, che si trovava in territorio polacco, ma era tedesca di popolazione e di aspirazione.

domenica 3 marzo 2013

136. Le fettuccine di Gertrude

Gli zii erano sempre molto  affettuosi, e ci accoglievano festosamente prendendoci  in braccio e baciandoci come se non ci vedessero da tanti anni. In realtà avevamo contatti frequenti, perché anche mio padre, Memmuccio, andava alle fiere col suo bancone scambiandosi le cortesie, per tutti i paesi del vicinato: Acuto, Piglio, Genazzano, Paliano, Serrone, Trevi nel Lazio, Filettino, Vallepietra. Avevano amici dappertutto, e quando arrivavano era sempre doppia festa. Mezzo napoletani com'erano, originari di Maddaloni presso Caserta, si distinguevano per allegria e cordialità
Mia madre Gertrude, in queste occasioni, aveva un superlavoro. Era impegnata tutta la settimana per le sue famose fettuccine fatte in casa. Quando erano pronte, una donna si caricava sulla testa una bella "scifa" piena piena di fettuccine, condite con un sugo di carne il cui profumo portava festa per tutto il paese, un percorso di trecento metri fra le strette stradine antiche.
Giù a bottega di Memmuccio, davanti alla quale erano sistemate le bancarelle dei quattro fratelli, le fettuccine, verso le tredici, venivano acolte con grida di allegria e condite con bei bicchieri di rosso cesanese che gli zii portavano dal Piglio, dove sia zia Paolina che zia Memma erano produttrici di vini tra i migliori del paese.
 Allegria. Contenuta, perché poi, verso le sedici, la fiera riprendeva, e bisognava essere responsabili, così come nei due giorni successivi.
Ricordo sempre che gli zii si lamentavano perché ad Acuto non  si facevano grossi affari: il paese era povero rispetto a Piglio, Paliano, Genazzano, paesi più grossi e prosperosi. Ma forse lamentarsi faceva parte del mestiere, e l'oggi è sempre più povero di ieri e di domani.

venerdì 1 marzo 2013

135. I giorni di fiera

Che belli i giorni di fiera, ad Acuto! Il borgo, la grande via dritta che dall'Arco della Porta conduce fino in fondo al paese, di fronte al grande edificio scolastico, si riempiva di bancarelle festose sull'uno e sull'altro lato, per circa duecento metri.
Poi, nel viale di San Sebastiano, un po' fuori dell'abitato, c'era anche la fiera del bestiame: buoi, pecore, capre, pollame, maiali, oche, conigli, tacchini, anatre ed altri ancora: roba per grandi, a noi bastava un'occhiata, tanto per curiosare.
La fiera durava tre giorni, dal 21 al 23 settembre, in occasione della festività del patrono San Maurizio che era, ed è, il  22. Poteva prolungarsi di un giorno, il 24, se capitava di domenica, festa della Madonna del Salvatore. Poi la festa venne raddoppiata anche il il Ferragosto, giorno dell'Assunta, l'altra patrona del paese.
Per me era una festa particolare, perché per l'occasione venivano i miei zii commercianti, dal Piglio zio Pasquale e zio Angelino, poi, qualche anno più tardi, anche zio Pierino da Genazzano. Avevano dei banconi lunghissimi e coloratissimi, quasi tutti riservati ai gocattoli, perché era tradizione fare la "fiera" ai bambini piccoli, figli, nipoti e comparelli che fossero: guai a non ricordarsi di tutti!
I banconi degli zii comprendevano anche altro, abbigliamento, oggetti da cucina e chincaglierie varie. Naturalmente noi accorrevamo per avere la nostra "fiera", che doveva essere particolarmente bella e pregiata: un cavalluccio di legno, una macchinetta dei pompieri, una trombetta di metallo, una piccola armonica a bocca, che era la più ambita...