Ricordo che una grande giornalista inglese lo definì il nuovo Lorenzo il Magnifico del Duemila, e la sua immagine aveva spesso l'onore delle prime pagine e delle copertine dei grandi periodici.
Purtroppo per Lorenzino ci fu un brutto epilogo, coinvolto nello scandalo di "Mani pulite" di cui finì per scontare più ingiustamente e più duramente di tutti le responsabilità, forse per la sua posizione politicamente defilata, né di destra né di sinistra.
La riabilitazione di Lorenzino è venuta purtroppo solo dopo la morte, avvenuta tragicamente ed anche un po' misteriosamente mentre percorreva in bicicletta il viale di una cittadina pugliese dove era in vacanza. Solo allora sono state spese altre pagine di celebrazione e di rimpianto per un personaggio tanto quotato a livello europeo e mondiale.
Per un anno, quel 1950, io e Lorenzino viaggiammo insieme su quel vecchio trenino. Un po' eravamo amici e un po' anche parenti, perché le nostre rispettive madri erano cugine e mantenevano rapporti di buon vicinato anche a Roma, dove abitavano nei pressi di Piazza Bologna.
Lorenzino era senza dubbio già allora, da ragazzino, al centro dell'attenzione per la sua intelligenza vivissima e per i suoi modi affabili, che sempre lo distinsero e ne favorirono l'ascesa, con una fantastica carriera politica ed economica, purtroppo conclusa in modo così doloroso e prematuro, quando era appena sessantenne e avrebbe potuto dare ancora molto alle nostre grandi opere pubbliche, come la TAV, il treno veloce europeo di cui fu l'ideatore e il primo realizzatore.
Eh, già! Dal trenino lumaca di Fiuggi alla TAV nel giro di venti anni!
domenica 30 giugno 2013
sabato 29 giugno 2013
186. In viaggio con Lorenzino
Per un anno, fra i tanti anni di collegio, potei tornare ad Acuto. Era il 1950, e fu un Anno Santo in tutti i sensi.
Quell'anno viaggiai tutti i giorni con il trenino Roma-Fiuggi-Alatri, e frequentai il ginnasio al Conti Gentili di Alatri, uno dei licei più seri e impegnativi della Ciociaria.
Il trenino aveva ripreso servizio da un paio d'anni, ed era lento e preciso come un cronometro. Eravamo una cinquantina di studenti di Acuto, ce n'erano molti anche nelle professionali. A questi si aggiungevano altri, di Fiuggi e dei paesi successivi fino ad Alatri.
A risalire la strada verso la cittadina ciociara, importante centro di studi, eravamo circa duecento. Eravamo tutti amici, e c'erano anche parecchie ragazze, specialmente di Fiuggi.
Colui che spiccava, sia per il suo fisico, occhi azzurri, capelli biondi, sa per le sue notevoli attitudini agli studi matematici, era Lorenzino Necci, i cui genitori erano entrambi di Acuto, ma risiedevano ormai da decenni nella cittadina termale, dove Lorenzino era nato. Con lui, che aveva solo quindici anni ed era un esordiente al ginnasio, viaggiava la sorella maggiore Albarosa, che di anni ne aveva diciotto ed era in classe con me, e che finì per sposare il suo compagno di banco Angelo Mosetti, divenuto poi medico primario al San Giovanni.
Ma il vero volo lo spiccò Lorenzino Necci, destinato a diventare un grande economista e un uomo di rilievo anche nel mondo politico, nelle file del partito repubblicano. Negli anni '70-'80 Necci ebbe importanti incarichi all'Eni e alle Ferrovie dello Stato, e fu molto stimato nell'ambito della Comunità Economica Europea.
Quell'anno viaggiai tutti i giorni con il trenino Roma-Fiuggi-Alatri, e frequentai il ginnasio al Conti Gentili di Alatri, uno dei licei più seri e impegnativi della Ciociaria.
Il trenino aveva ripreso servizio da un paio d'anni, ed era lento e preciso come un cronometro. Eravamo una cinquantina di studenti di Acuto, ce n'erano molti anche nelle professionali. A questi si aggiungevano altri, di Fiuggi e dei paesi successivi fino ad Alatri.
A risalire la strada verso la cittadina ciociara, importante centro di studi, eravamo circa duecento. Eravamo tutti amici, e c'erano anche parecchie ragazze, specialmente di Fiuggi.
Colui che spiccava, sia per il suo fisico, occhi azzurri, capelli biondi, sa per le sue notevoli attitudini agli studi matematici, era Lorenzino Necci, i cui genitori erano entrambi di Acuto, ma risiedevano ormai da decenni nella cittadina termale, dove Lorenzino era nato. Con lui, che aveva solo quindici anni ed era un esordiente al ginnasio, viaggiava la sorella maggiore Albarosa, che di anni ne aveva diciotto ed era in classe con me, e che finì per sposare il suo compagno di banco Angelo Mosetti, divenuto poi medico primario al San Giovanni.
Ma il vero volo lo spiccò Lorenzino Necci, destinato a diventare un grande economista e un uomo di rilievo anche nel mondo politico, nelle file del partito repubblicano. Negli anni '70-'80 Necci ebbe importanti incarichi all'Eni e alle Ferrovie dello Stato, e fu molto stimato nell'ambito della Comunità Economica Europea.
giovedì 27 giugno 2013
185. Tonino, vacanze finite
Tonino aveva un coraggio incredibile, e non si abbatté per la brutta disavventura. Con la mano così ridotta, avendo una buona prensilità tra pollice e mignolo, riuscì praticamente a far tutto, e bene, perfino a scrivere, appoggiando la penna nell'incavo del pollice, per tutti e cinque gli anni della scuola elementare e anche per il futuro.
Tonino Bersaglia, a maggior ragione, continuò a meritare il suo soprannome di Bersagliere, sempre primo per ogni avventura, coraggioso e qualche volta irresponsabile.
Aveva un fisico robusto e nello stesso tempo agile, riusciva a infilarsi anche nei luoghi più inaccessibili, e fungeva da avanguardia in tutti i nostri giochi più avventurosi. Quel tremendo infortunio, ultimo residuo della durissima guerra, non lo aveva minimamente scalfito.
Giocava a pallone con vera abilità, era un mediano ricco d'inventiva, e avrebbe forse potuto anche riuscire, ma il padre, Angelino, che era l'elettricista del Comune, riuscì a trovargli subito un posto di lavoro, e così Tonino, piano piano, si ritirò un po' dalla nostra banda, e soltanto l'estate, per le vacanze, tornava a inserirsi nel gruppo e a far capire che, se se ne era staccato, era stato soltanto per necessità familiari. Il padre, in paese, era noto per la sua severità, e così pure la moglie e tutto il notevole plotone dei figli, maschi e femmine, che da soli riuscivano ad animare l'intera Piazza della Corte.
Tonino Bersaglia, comunque, con tutto il suo handicap, riuscì sempre ad emergere per dinamismo e intraprendenza sull'intero gruppo familiare degli Attura.
Tonino Bersaglia, a maggior ragione, continuò a meritare il suo soprannome di Bersagliere, sempre primo per ogni avventura, coraggioso e qualche volta irresponsabile.
Aveva un fisico robusto e nello stesso tempo agile, riusciva a infilarsi anche nei luoghi più inaccessibili, e fungeva da avanguardia in tutti i nostri giochi più avventurosi. Quel tremendo infortunio, ultimo residuo della durissima guerra, non lo aveva minimamente scalfito.
Giocava a pallone con vera abilità, era un mediano ricco d'inventiva, e avrebbe forse potuto anche riuscire, ma il padre, Angelino, che era l'elettricista del Comune, riuscì a trovargli subito un posto di lavoro, e così Tonino, piano piano, si ritirò un po' dalla nostra banda, e soltanto l'estate, per le vacanze, tornava a inserirsi nel gruppo e a far capire che, se se ne era staccato, era stato soltanto per necessità familiari. Il padre, in paese, era noto per la sua severità, e così pure la moglie e tutto il notevole plotone dei figli, maschi e femmine, che da soli riuscivano ad animare l'intera Piazza della Corte.
Tonino Bersaglia, comunque, con tutto il suo handicap, riuscì sempre ad emergere per dinamismo e intraprendenza sull'intero gruppo familiare degli Attura.
martedì 25 giugno 2013
184. Le tre dita di Bersaglia
Tonino, tra i nostri amici, era un tipo molto intraprendente: questo spiega il suo soprannome di Bersaglia, il bersagliere.
Se c'era un'avventura da inventare, una situazione critica a cui far fronte, un compito particolarmente difficile da assolvere, puoi star sicuro che lo trovavi in prima fila.
Tonino era più giovane di due o tre anni rispetto all'età media del gruppo, ma assolutamente questo non era uno svantaggio per lui, che trovava sempre il modo di farsi notare.
Eppure il povero Bersaglia aveva esordito in modo drammatico nell'attività di gioco. Avrà avuto al massimo sei anni quando, rovistando fra i sassi nei dintorni del paese, aveva rinvenuto una specie di penna stilografica: la guerra era appena finita. Ritrovamenti di questo genere erano consueti, ma sapevamo che erano pericolosi, piccoli ordigni esplosivi per intimorire la popolazione.
Ma Tonino era ancora troppo piccolo per conoscere questa dura regola, e volle provare a manovrare la penna. Ci fu un'esplosione potente, che gli annebbiò la vista e lo fece svenire. Al risveglio, si accorse di essere ferito alla mano, che sanguinava orrendamente, e che tre dita, indice, medio e anulare, erano partite irrimediabilmente.
Se c'era un'avventura da inventare, una situazione critica a cui far fronte, un compito particolarmente difficile da assolvere, puoi star sicuro che lo trovavi in prima fila.
Tonino era più giovane di due o tre anni rispetto all'età media del gruppo, ma assolutamente questo non era uno svantaggio per lui, che trovava sempre il modo di farsi notare.
Eppure il povero Bersaglia aveva esordito in modo drammatico nell'attività di gioco. Avrà avuto al massimo sei anni quando, rovistando fra i sassi nei dintorni del paese, aveva rinvenuto una specie di penna stilografica: la guerra era appena finita. Ritrovamenti di questo genere erano consueti, ma sapevamo che erano pericolosi, piccoli ordigni esplosivi per intimorire la popolazione.
Ma Tonino era ancora troppo piccolo per conoscere questa dura regola, e volle provare a manovrare la penna. Ci fu un'esplosione potente, che gli annebbiò la vista e lo fece svenire. Al risveglio, si accorse di essere ferito alla mano, che sanguinava orrendamente, e che tre dita, indice, medio e anulare, erano partite irrimediabilmente.
domenica 23 giugno 2013
183. La bella storia di un ragazzo di paese
Il dubbio fu presto risolto. Pacifico, proseguendo i suoi studi a Roma, superò senza problemi prima il ginnasio e poi il liceo, e finalmente si iscrisse all'Univerità della Sapienza, proprio alla facoltà di medicina, quasi a volersi assicurare delle sue piene capacità mentali e delle sue risorse psico-fisiche.
Un'ottima riuscita, la sua: Pacifico fu uno studente modello, e non pesò neanche troppo sulla sua famiglia, poiché studiò sempre nelle biblioteche dell'Università con i testi più impegnativi, e superò tutti gli esami con eccellenti risultati.
Pacifico studiò in modo approfondito medicina generale, e cominciò ad esercitare come medico di base fin dai trent'anni, cioè dal 1957 in poi, per circa cinquant'anni, nella popolare borgata Ottavia a Roma, prima ospite della sorella Elda che abitava sotto le mura vaticane, e poi sposo e padre felice , con i due figli che ne hanno seguito le orme in campo medico.
Una bella storia, la sua, emblematica per un ragazzo di paese di condizioni ecnomiche non elevate, che un giorno rimase ferito seriamente al capo, e volle dimostrare a tutti che con la buona volontà si può vincere ogni difficoltà, superare ogni ostacolo, essere vincitore in ogni campo, sposare una brava e affezionata collega ed avere due figli, un maschio e una femmina, eccellenti medici anche loro.
Forse a quella brutta ferita sulle rocce Pacifico non pensò più per tutta la sua vita, protrattasi fino alla soglia degli ottanta anni, amatissimo dai suoi pazienti della borgata Ottavia. Ma a noi, che eravamo bambini, rimase sempre presente nel nostro ricordo, completando la nostra ammirazione per questo cugino così bravo.
Un'ottima riuscita, la sua: Pacifico fu uno studente modello, e non pesò neanche troppo sulla sua famiglia, poiché studiò sempre nelle biblioteche dell'Università con i testi più impegnativi, e superò tutti gli esami con eccellenti risultati.
Pacifico studiò in modo approfondito medicina generale, e cominciò ad esercitare come medico di base fin dai trent'anni, cioè dal 1957 in poi, per circa cinquant'anni, nella popolare borgata Ottavia a Roma, prima ospite della sorella Elda che abitava sotto le mura vaticane, e poi sposo e padre felice , con i due figli che ne hanno seguito le orme in campo medico.
Una bella storia, la sua, emblematica per un ragazzo di paese di condizioni ecnomiche non elevate, che un giorno rimase ferito seriamente al capo, e volle dimostrare a tutti che con la buona volontà si può vincere ogni difficoltà, superare ogni ostacolo, essere vincitore in ogni campo, sposare una brava e affezionata collega ed avere due figli, un maschio e una femmina, eccellenti medici anche loro.
Forse a quella brutta ferita sulle rocce Pacifico non pensò più per tutta la sua vita, protrattasi fino alla soglia degli ottanta anni, amatissimo dai suoi pazienti della borgata Ottavia. Ma a noi, che eravamo bambini, rimase sempre presente nel nostro ricordo, completando la nostra ammirazione per questo cugino così bravo.
venerdì 21 giugno 2013
182. La caduta dal muretto
Mio cugino Pacifico studiava a Roma, presso la generosa zia Amalia, proprio durante gli anni della guerra dal 1940 al 1945, dagli undici fino ai sedici anni. Perciò non lo vedevamo spesso, se non nei brevi periodi di vacanza.
Era un po' più grande di me e di mio fratello Silvestro, ma non tanto da non giocare più di una volta al pallone con noi. Aveva i capelli nerissimi come tutti i figli di zia Maria, e un fisico robusto.
Davanti alla casa di zia Maria si apriva il vicolo di San Nicola, con un muretto alto quasi un metro, al di sotto del quale sporgevano delle rocce piuttosto acuminate. Un giorno Pacifico - poteva avere sui quattordici anni - forse in attesa dell'ora di pranzo, si addormentò su quell'invitante muretto riscaldato da un sole primaverile, e rigirandosi nel sonno si ritrovò due metri più in basso, proprio su quelle rocce appuntite.
Al suo urlo, le sorelle più grandi accorsero, e lo ritrovarono a terra, con il cranio vistosamente sanguinante da tre o quattro punti. Per fortuna le ferite non erano né vaste né troppo profonde, e se la cavò con una grandissima paura e con tante di quelle cicatrici che nei primi tempi facevano somigliare la sua testa a un orticello di guerra. Poi la folta capigliatura nera prese il sopravvento su tutte le cicatrici, e non rimase che un piccolo dubbio: non vi sarebbero state conseguenze di tipo psicologico per tutte quelle dolorose ferite al cranio?
Era un po' più grande di me e di mio fratello Silvestro, ma non tanto da non giocare più di una volta al pallone con noi. Aveva i capelli nerissimi come tutti i figli di zia Maria, e un fisico robusto.
Davanti alla casa di zia Maria si apriva il vicolo di San Nicola, con un muretto alto quasi un metro, al di sotto del quale sporgevano delle rocce piuttosto acuminate. Un giorno Pacifico - poteva avere sui quattordici anni - forse in attesa dell'ora di pranzo, si addormentò su quell'invitante muretto riscaldato da un sole primaverile, e rigirandosi nel sonno si ritrovò due metri più in basso, proprio su quelle rocce appuntite.
Al suo urlo, le sorelle più grandi accorsero, e lo ritrovarono a terra, con il cranio vistosamente sanguinante da tre o quattro punti. Per fortuna le ferite non erano né vaste né troppo profonde, e se la cavò con una grandissima paura e con tante di quelle cicatrici che nei primi tempi facevano somigliare la sua testa a un orticello di guerra. Poi la folta capigliatura nera prese il sopravvento su tutte le cicatrici, e non rimase che un piccolo dubbio: non vi sarebbero state conseguenze di tipo psicologico per tutte quelle dolorose ferite al cranio?
mercoledì 19 giugno 2013
181. Il Cristo nudo
Allora Silver Scialla, prima di arrendersi, ebbe l'audacia di organizzare un autentico spettacolo sulla Passione di Cristo, in costumi d'epoca, e soprattutto col nudo quasi integrale della figura del Salvatore, con la flagellazione, l'orto del Getsemani, il tradimento di Giuda e la Crocifissione. Silver Scialla era ancora giovane, e il suo fisico statuario, messo in evidenza dai tormenti della Croce, finì per impressionare il pubblico, che si commosse e l'applaudì ripetutamente, non senza turbamento per gli adulti del tutto impreparati a una scena così dissacrante.I commenti oscillarono fra lo scandalo e l'ammirazione. I bambini invece accettarono il nudo come un fatto naturale.
Silver Scialla rappresentò l'audacia del nudo quasi integrale in un piccolo teatro di provincia, e quasi quasi precorse i tempi di altre audacie da palcoscenico.
Quando il capocomico andò via dal paese, poiché ormai aveva dato tutto e non aveva più nulla nel suo repertorio, la gente si dispiacque e volle salutarlo con grande affetto. Un saluto quasi commovente. E il nome di Silver Scialla rimase vivo tra la gente almeno per un decennio.
Poi il cinema-teatro chiuse per sempre, si trasformò pian piano in una villa con giardino, nella cui solitudine il prof. Martucci visse gli ultimi anni della sua vita dedicata alla cultura quasi con misticismo. Era infatti sostenitore della filosofia teosofica, alla quale aveva aderito con la fede di un vero apostolo che cercava anche altri sostenitori della sua teoria.
Ma anche alla gente più semplice aveva voluto lasciare il ricordo di serate dedicate al cinema e a spettacoli come quelli dell'indimenticabile Silver Scialla.
Silver Scialla rappresentò l'audacia del nudo quasi integrale in un piccolo teatro di provincia, e quasi quasi precorse i tempi di altre audacie da palcoscenico.
Quando il capocomico andò via dal paese, poiché ormai aveva dato tutto e non aveva più nulla nel suo repertorio, la gente si dispiacque e volle salutarlo con grande affetto. Un saluto quasi commovente. E il nome di Silver Scialla rimase vivo tra la gente almeno per un decennio.
Poi il cinema-teatro chiuse per sempre, si trasformò pian piano in una villa con giardino, nella cui solitudine il prof. Martucci visse gli ultimi anni della sua vita dedicata alla cultura quasi con misticismo. Era infatti sostenitore della filosofia teosofica, alla quale aveva aderito con la fede di un vero apostolo che cercava anche altri sostenitori della sua teoria.
Ma anche alla gente più semplice aveva voluto lasciare il ricordo di serate dedicate al cinema e a spettacoli come quelli dell'indimenticabile Silver Scialla.
lunedì 17 giugno 2013
180. La compagnia di Silver Scialla
Prima di chiudere definitivamente il cinema che aveva aperto con tante speranze e tanto dispendio economico, il professor Martucci, figura caratteristica della cultura ad Acuto negli anni dell'immediato dopoguerra, volle cimentarsi anche con il teatro.
Era ovviamente un tentativo senza speranze, perché la popolazione del paese si era ridotta da tremila a millecinquecento abitanti, e con tutto l'amore per il teatro che indubbiamente c'era, uno spettacolo di prosa non avrebbe potuto tenere per più di una settimana.
Infatti, fu così. In paese era arrivata una compagnia teatrale, una specie di carro di Tespi, con un pullmino malridotto e una vistosa insegna: "La compagnia di Silver Scialla".
Si accamparono nel giardino retrostante il locale del cinema, e anzi il professore concesse loro l'uso di parte dell'abitazione personale, che costituiva tutto l'investimento dei risparmi delle sue lezioni private d'italiano e di filosofia durante per almeno venti anni.
La compagnia era guidata da un capocomico pieno di entusiasmo e d'idee: Silver Scialla, appunto, arrivato da qualche provincia del Sud col suo codazzo di attori e attrici di ogni età e condizione civile. Le prime uscite ricalcarono i consueti spettacoli del varietà, con situazioni e battute un po' logore, che comunque furono accolte con simpatia. Il pubblico, dati anche i prezzi molto popolari, accorreva ogni sera con discreto interesse.
Anche gli spettatori erano di tutte le età, dai bambini più piccoli agli anziani più attempati e impensati. Ma dopo due o tre serate, il pubblico cominciò a diradarsi.
Era ovviamente un tentativo senza speranze, perché la popolazione del paese si era ridotta da tremila a millecinquecento abitanti, e con tutto l'amore per il teatro che indubbiamente c'era, uno spettacolo di prosa non avrebbe potuto tenere per più di una settimana.
Infatti, fu così. In paese era arrivata una compagnia teatrale, una specie di carro di Tespi, con un pullmino malridotto e una vistosa insegna: "La compagnia di Silver Scialla".
Si accamparono nel giardino retrostante il locale del cinema, e anzi il professore concesse loro l'uso di parte dell'abitazione personale, che costituiva tutto l'investimento dei risparmi delle sue lezioni private d'italiano e di filosofia durante per almeno venti anni.
La compagnia era guidata da un capocomico pieno di entusiasmo e d'idee: Silver Scialla, appunto, arrivato da qualche provincia del Sud col suo codazzo di attori e attrici di ogni età e condizione civile. Le prime uscite ricalcarono i consueti spettacoli del varietà, con situazioni e battute un po' logore, che comunque furono accolte con simpatia. Il pubblico, dati anche i prezzi molto popolari, accorreva ogni sera con discreto interesse.
Anche gli spettatori erano di tutte le età, dai bambini più piccoli agli anziani più attempati e impensati. Ma dopo due o tre serate, il pubblico cominciò a diradarsi.
venerdì 14 giugno 2013
179. Le ultime patate
La gente non sapeva più che cosa mettere in tavola, erano scomparse anche la farina e l'olio, ci si accontentava delle ultime patate, e fortunati quei contadini che le potevano ancora produrre e ne avevano potuto fare una piccola riserva.
Poi gli alleati ci aiutarono con il loro scatolame, e in qualche modo riuscimmo a sopravvivere con gli aiuti del Piano Marshall che venivano dall'America. Wurstel e minestre di piselli in polvere divennero il nostro pasto quotidiano.
Quando riaprì il negozio di zia Maria, fu una felicità per tutto il vecchio quartiere di San Pietro. La moneta di scambio fu costituita dalle Am-lire, carte di piccolo taglio; poi ricomparvero le vecchie monete in centesimi e le mezze lire, e piano piano si tornò alla normalità. Ma da zia Maria le richieste base rimasero il mezz'etto di marmellata e i due etti di spaghetti, che venivano avvolti in una grezza carta gialla di paglia.
Io entravo spesso nel negozio di zia Maria. Facevo compagnia alle mie due cugine Maria Luigia e Maria Pia che davano spesso una mano alla madre.
Ricordo i barattoli di cetrato e quelli delle caramelle vendute liberamente, delle drops per lo più senza carta, o delle liquirizie, piccole ghiottonerie, e quella alice che, divisa in due per lunghezza, costituiva la nostra spartana merenda con una fetta di pane condita con un po' di olio di oliva.
Ma già si tornava a respirare, dopo quegli orribili quattro anni di guerra. Il negozio di zia Maria si riprese e tornò a fiorire, qualche moneta in più cominciava a rivedersi anche nel poverissimo quartiere di San Pietro, e la gente tornava a vivere e a sorridere come se niente di brutto e di cattivo fosse mai accaduto.
Poi gli alleati ci aiutarono con il loro scatolame, e in qualche modo riuscimmo a sopravvivere con gli aiuti del Piano Marshall che venivano dall'America. Wurstel e minestre di piselli in polvere divennero il nostro pasto quotidiano.
Quando riaprì il negozio di zia Maria, fu una felicità per tutto il vecchio quartiere di San Pietro. La moneta di scambio fu costituita dalle Am-lire, carte di piccolo taglio; poi ricomparvero le vecchie monete in centesimi e le mezze lire, e piano piano si tornò alla normalità. Ma da zia Maria le richieste base rimasero il mezz'etto di marmellata e i due etti di spaghetti, che venivano avvolti in una grezza carta gialla di paglia.
Io entravo spesso nel negozio di zia Maria. Facevo compagnia alle mie due cugine Maria Luigia e Maria Pia che davano spesso una mano alla madre.
Ricordo i barattoli di cetrato e quelli delle caramelle vendute liberamente, delle drops per lo più senza carta, o delle liquirizie, piccole ghiottonerie, e quella alice che, divisa in due per lunghezza, costituiva la nostra spartana merenda con una fetta di pane condita con un po' di olio di oliva.
Ma già si tornava a respirare, dopo quegli orribili quattro anni di guerra. Il negozio di zia Maria si riprese e tornò a fiorire, qualche moneta in più cominciava a rivedersi anche nel poverissimo quartiere di San Pietro, e la gente tornava a vivere e a sorridere come se niente di brutto e di cattivo fosse mai accaduto.
giovedì 13 giugno 2013
178. La bottega di zia Maria
La bottega di zia Maria, quindici metri più in là di piazza San Nicola, era l'ultima risorsa del paese verso la parte più antica, quel quartiere di San Pietro che era un dedalo di vicoli e di case antichissime, senza alcuna concessione alla modernità.
Era una bottega piccola e ben tenuta, quattro metri di lunghezza per sei di larghezza, una finestra ad altezza di persona, due banconi ad angolo, una parete coperta di scaffali, una bella bilancia a due piatti.
C'era una povertà estrema, in quegli anni di guerra, e se ne avevano prove continue. Zia Maria riusciva a venire incontro anche alle richieste più esigue: mezz'etto di marmellata, due etti di spaghetti, due alici. Moneta ne circolava pochissima, e la povera gente, prima di staccarsi anche da un soldino, se lo girava per le mani più di una volta.
Del resto, i viveri cominciavano a scarseggiare, c'era il tesseramento, i rifornimenti diventavano ogni giorno più difficili.
Ricordo che l'emergenza del sale fu la più dolorosa. Fummo costretti a mangiare cibi sempre più insipidi e di peggiore qualità. L'ultima riserva di sale, per zia Maria, fu quella delle aringhe, che vennero dissalate accuratamente, e il resto, raccolto in una specie di botticella, venne rivenduto in piccole quantità, come se si trattasse di un genere di lusso.
Proprio alici e aringhe furono tra le ultime risorse della bottega, e noi bambini le consideravamo delle squisitezze, e ce le contendevamo per le nostre ultime merende.
Passò il turbine della guerra, il negozio di zia Maria rimase chiuso per alcuni mesi, e fu proprio quello il periodo più terribile.
Era una bottega piccola e ben tenuta, quattro metri di lunghezza per sei di larghezza, una finestra ad altezza di persona, due banconi ad angolo, una parete coperta di scaffali, una bella bilancia a due piatti.
C'era una povertà estrema, in quegli anni di guerra, e se ne avevano prove continue. Zia Maria riusciva a venire incontro anche alle richieste più esigue: mezz'etto di marmellata, due etti di spaghetti, due alici. Moneta ne circolava pochissima, e la povera gente, prima di staccarsi anche da un soldino, se lo girava per le mani più di una volta.
Del resto, i viveri cominciavano a scarseggiare, c'era il tesseramento, i rifornimenti diventavano ogni giorno più difficili.
Ricordo che l'emergenza del sale fu la più dolorosa. Fummo costretti a mangiare cibi sempre più insipidi e di peggiore qualità. L'ultima riserva di sale, per zia Maria, fu quella delle aringhe, che vennero dissalate accuratamente, e il resto, raccolto in una specie di botticella, venne rivenduto in piccole quantità, come se si trattasse di un genere di lusso.
Proprio alici e aringhe furono tra le ultime risorse della bottega, e noi bambini le consideravamo delle squisitezze, e ce le contendevamo per le nostre ultime merende.
Passò il turbine della guerra, il negozio di zia Maria rimase chiuso per alcuni mesi, e fu proprio quello il periodo più terribile.
martedì 11 giugno 2013
177. Un intenso urlo di dolore
Poi, quando ritenne giunto il momento opportuno, Giggia riuscì a distrarre mio fratello, e, con un tocco secco e rapido, seguito dall'atteso, intenso urlo di dolore, riuscì a rimettere il nervo a posto.
- Ora riposati un poco - gli disse - e poi potrai ritornare a fare il diavolo a quatro come piace a te -
Mio fratello non credeva ai suoi occhi, ma era davvero guarito. Poteva poggiare bene la caviglia a terra e avvertiva appena appena un piccolo fastidio, del tutto sopportabile.
Il bello di Giggia era che non voleva nulla in cambio del suo intervento liberatore, le bastava la sola gloria del successo e l'ampliamento della sua fama di manipolatrice infallibile.
In qualche modo si trovava sempre l'opportunità di farle un pensierino di ringraziamento: ma questa è una prassi normale di buon vicinato, e chi ha qualche cosa di personale da offrire non sta lì a guardare, se è un cesto di fichi freschi o una ricotta di giornata, come capitava allora in paese, ed oggi è un po' più difficile anche nei piccoli centri, dove sono arrivati i grandi magazzini ed è praticamente scomparsa la produzione agricola familiare.
E poi, diciamo la verità: chi si affiderebbe più a una vicina di casa per guarire da un infortunio, con tutte le cure mediche oggi facilmente raggiungibili?
Eppure, era talmente brava Giggia Cutinitto a farti guarire in cinque minuti, da indurti a pensare a un dono personale prodigioso, alla cui efficacia non si poteva resistere.
- Ora riposati un poco - gli disse - e poi potrai ritornare a fare il diavolo a quatro come piace a te -
Mio fratello non credeva ai suoi occhi, ma era davvero guarito. Poteva poggiare bene la caviglia a terra e avvertiva appena appena un piccolo fastidio, del tutto sopportabile.
Il bello di Giggia era che non voleva nulla in cambio del suo intervento liberatore, le bastava la sola gloria del successo e l'ampliamento della sua fama di manipolatrice infallibile.
In qualche modo si trovava sempre l'opportunità di farle un pensierino di ringraziamento: ma questa è una prassi normale di buon vicinato, e chi ha qualche cosa di personale da offrire non sta lì a guardare, se è un cesto di fichi freschi o una ricotta di giornata, come capitava allora in paese, ed oggi è un po' più difficile anche nei piccoli centri, dove sono arrivati i grandi magazzini ed è praticamente scomparsa la produzione agricola familiare.
E poi, diciamo la verità: chi si affiderebbe più a una vicina di casa per guarire da un infortunio, con tutte le cure mediche oggi facilmente raggiungibili?
Eppure, era talmente brava Giggia Cutinitto a farti guarire in cinque minuti, da indurti a pensare a un dono personale prodigioso, alla cui efficacia non si poteva resistere.
domenica 9 giugno 2013
176. La pranoterapeuta
Giggia Cutinitto era una formidabile pranoterapeuta. Era una donna grande e robusta, tipo Ave Ninchi; abitava al portone successivo a casa mia, su via Vittorio Emanuele, ed era un'ottima vicina di casa; sua figlia, Liliana, una ragazza bruna molto elegante e raffinata, era grande amica di mia sorella maggiore, Isola. Anche il primogenito, Filippo, era molto affiatato con il nostro primogenito, Vito.
Chissà chi lo aveva dato, quel dono, a Giggia: qualunque slogatura, qualunque distorsione, qualunque strappo, sottoposto alla magica cura delle sue mani, dopo alcuni minuti di attenta ricerca muscolare, si concludeva con un urlo bestiale. Ma più bestiale era l'urlo, più immediata era la guarigione.
Medici, al mio paese, ce n'erano pochi. Il medico condotto, dottor Vellucci, era bravo e popolare, ma non aveva certo le mani taumaturgiche di Giggia, alla quale il campo dell'infotunistica spicciola veniva lasciato completamente libero.
Una volta capitò a mio fratello Silvestro, uno scavezzacollo di primissima qualità: caduto da un albero, si era infortunato in modo serio alla caviglia destra, e non riusciva più a camminare.
Lo portarono,sul dorso di un asino, direttamente da Giggia, anche perché le scale di casa nostra erano talmente ripide che certamente non sarebbe riuscito a salirle. Invece Giggia, proprio lì accanto a noi, era a pian terreno, e subito si mise all'opera, insensibile agli urli di dolore di Silvestro. Comunque, con la prodigiosa ricerca delle sue mani, lei riuscì subito a individuare il nervo che era andato fuori posto, e cominciò a massaggiarlo dolcemente per qualche minuto, inducendo alla calma e alla fiducia il paziente.
Chissà chi lo aveva dato, quel dono, a Giggia: qualunque slogatura, qualunque distorsione, qualunque strappo, sottoposto alla magica cura delle sue mani, dopo alcuni minuti di attenta ricerca muscolare, si concludeva con un urlo bestiale. Ma più bestiale era l'urlo, più immediata era la guarigione.
Medici, al mio paese, ce n'erano pochi. Il medico condotto, dottor Vellucci, era bravo e popolare, ma non aveva certo le mani taumaturgiche di Giggia, alla quale il campo dell'infotunistica spicciola veniva lasciato completamente libero.
Una volta capitò a mio fratello Silvestro, uno scavezzacollo di primissima qualità: caduto da un albero, si era infortunato in modo serio alla caviglia destra, e non riusciva più a camminare.
Lo portarono,sul dorso di un asino, direttamente da Giggia, anche perché le scale di casa nostra erano talmente ripide che certamente non sarebbe riuscito a salirle. Invece Giggia, proprio lì accanto a noi, era a pian terreno, e subito si mise all'opera, insensibile agli urli di dolore di Silvestro. Comunque, con la prodigiosa ricerca delle sue mani, lei riuscì subito a individuare il nervo che era andato fuori posto, e cominciò a massaggiarlo dolcemente per qualche minuto, inducendo alla calma e alla fiducia il paziente.
venerdì 7 giugno 2013
175. La fraschetta al Vicolo Gaudente
Era un derby eno-gastronomico di tutto rilievo, quello tra Nannetta e Peppinella. Un derby dal clima casareccio, quando il paese era vivo e popoloso, quando alberghi e ristoranti avevano un ruolo del tutto marginale e lasciavano via libera a queste manifestazioni pagane di benessere e di allegria.
In paese, infatti, c'erano anche altri locali, compresi quelli improvvisati delle fraschette: un privato che aveva prodotto del vino in sovrabbondanza era autorizzato a rivenderlo aprendo un locale provvisorio all'insegna di una frasca, un verde ramo d'albero, e finché il vino durava si poteva ospitare anche avventori che giocavano a carte e bevevano il loro quartino, ed era ugualmente autorizzata la vendita spicciola alle famiglie. Si trattava sempre di ottimi vini, di produzione genuina.
Sotto casa mia ce n'erano due: una grande in Via Vittorio Emanuele, e una praticamente a due passi, all'inizio del Vicolo Gaudente. Ma raramente si assisteva a spettacoli di gente avvinazzata, perché si beveva sempre con moderazione, anche perché di moneta spicciola ne circolava poca. E poi quasi tutte le famiglie producevano vino in proprio, sicché in fraschetta o all'osteria ci si incontrava più che altro per farsi una partita a carte o per raccontarsi fatterelli allegri. L'alcoolismo, ad Acuto, praticamente non esisteva o era del tutto marginale.
Certo, allora automobile e patente l'avevano pochissimi, quasi nessuno, e proprio non garantisco che avrebbero superato indenni l'esame di gradazione etilica.
In paese, infatti, c'erano anche altri locali, compresi quelli improvvisati delle fraschette: un privato che aveva prodotto del vino in sovrabbondanza era autorizzato a rivenderlo aprendo un locale provvisorio all'insegna di una frasca, un verde ramo d'albero, e finché il vino durava si poteva ospitare anche avventori che giocavano a carte e bevevano il loro quartino, ed era ugualmente autorizzata la vendita spicciola alle famiglie. Si trattava sempre di ottimi vini, di produzione genuina.
Sotto casa mia ce n'erano due: una grande in Via Vittorio Emanuele, e una praticamente a due passi, all'inizio del Vicolo Gaudente. Ma raramente si assisteva a spettacoli di gente avvinazzata, perché si beveva sempre con moderazione, anche perché di moneta spicciola ne circolava poca. E poi quasi tutte le famiglie producevano vino in proprio, sicché in fraschetta o all'osteria ci si incontrava più che altro per farsi una partita a carte o per raccontarsi fatterelli allegri. L'alcoolismo, ad Acuto, praticamente non esisteva o era del tutto marginale.
Certo, allora automobile e patente l'avevano pochissimi, quasi nessuno, e proprio non garantisco che avrebbero superato indenni l'esame di gradazione etilica.
mercoledì 5 giugno 2013
174. Il derby delle osterie: Peppinella contro Nannetta
Nannetta contro Peppinella: questo era il gran derby delle osterie di Acuto.
Ma che osterie: materiale di lusso! Sempre piene come un uovo. Il vino, ad Acuto, è ottimo: quello bianco più di quello cesanese.Il vino bianco di Acuto, leggero e aromatico, batte il rosso cesanese di Piglio, è più adatto per le osterie, il cesanese è troppo pesante.
E poi i locali: freschi da non credere in estate, ben riparati in inverno. Nannetta si spalancava col suo grottino proprio ai piedi della gran Torre rotonda del castello, alle soglie di Piazza Margherita, dirimpetto a Santa Maria e nella bella visuale sull'Arco della Porta e sul lungo itinerario del Borgo. Posizione invidiabile, quasi nobiliare: del resto Nannetta era di ottima famiglia, i De Grandi, una delle migliori del paese. Una donna di mezza età, florida e gioviale, fatta apposta per attirare la clientela. E poi il suo magico grottino, con quelle enormi botti di vino bianco, che spesso spesso anche la famiglie andavano ad acquistare a fiaschi e boccioni.
A Nannetta rispondeva Peppinella Merluzzi, cinquanta metri più giù, quasi a metà borgo. Il locale era più ristretto, ma molto arieggiato, e con un terrazzo andava a sfociare sulla piazza oggi del mercato, allora invece un giardino odoroso di pini e di acacie.
Il vino dominante era sempre il bianco, anche questo di famiglia; ma Peppinella aveva una clientela più selezionata, faceva anche pensione, era famosa soprattutto per i suoi minestroni ricchi di verdure e di aromi. I forestieri la preferivano per questo, e anche mio padre, che aveva il suo negozio due o tre porte più giù, quando era molto impegnato o faceva tardi finiva per fare il pranzo da Peppinella, a cui era praticamente abbonato. Nannetta rispondeva anche lei con estemporanee spaghettate, fettuccine per le grandi occasioni.
Ma che osterie: materiale di lusso! Sempre piene come un uovo. Il vino, ad Acuto, è ottimo: quello bianco più di quello cesanese.Il vino bianco di Acuto, leggero e aromatico, batte il rosso cesanese di Piglio, è più adatto per le osterie, il cesanese è troppo pesante.
E poi i locali: freschi da non credere in estate, ben riparati in inverno. Nannetta si spalancava col suo grottino proprio ai piedi della gran Torre rotonda del castello, alle soglie di Piazza Margherita, dirimpetto a Santa Maria e nella bella visuale sull'Arco della Porta e sul lungo itinerario del Borgo. Posizione invidiabile, quasi nobiliare: del resto Nannetta era di ottima famiglia, i De Grandi, una delle migliori del paese. Una donna di mezza età, florida e gioviale, fatta apposta per attirare la clientela. E poi il suo magico grottino, con quelle enormi botti di vino bianco, che spesso spesso anche la famiglie andavano ad acquistare a fiaschi e boccioni.
A Nannetta rispondeva Peppinella Merluzzi, cinquanta metri più giù, quasi a metà borgo. Il locale era più ristretto, ma molto arieggiato, e con un terrazzo andava a sfociare sulla piazza oggi del mercato, allora invece un giardino odoroso di pini e di acacie.
Il vino dominante era sempre il bianco, anche questo di famiglia; ma Peppinella aveva una clientela più selezionata, faceva anche pensione, era famosa soprattutto per i suoi minestroni ricchi di verdure e di aromi. I forestieri la preferivano per questo, e anche mio padre, che aveva il suo negozio due o tre porte più giù, quando era molto impegnato o faceva tardi finiva per fare il pranzo da Peppinella, a cui era praticamente abbonato. Nannetta rispondeva anche lei con estemporanee spaghettate, fettuccine per le grandi occasioni.
lunedì 3 giugno 2013
173. Le colline ciociare
Lì sorse anche la prima fucina del famoso ristorante "Le colline ciociare" di Salvatore Tassa, spostatosi negli anni successivi sulla statale 155 di Fiuggi.
Insomma, era stata una scelta felice. D'altra parte zia Maria aveva lasciato quella antica casa di San Nicola dove soltanto la sua grande duttilità e umiltà le avevano consentito di vivere, senza riscaldamenti e in pratica senza impianti idrici e igienici. Ora sì che potevano vivere a bell'agio, con due piani di costruzione, due appartamenti per i figli, terrazzi, balconi, garage, pergolato e giardino.
Questo voleva dire vivere bene in paese, in ambiente moderno e confortevole, in posizione panoramica. Centinaia di famiglie, negli anni, avrebbero fatto la stessa scelta.
Ma...addio San Nicola, addio vecchia cara piazzetta dei giochi, dei parenti e degli amici vicini, dei ricordi più belli dell'infanzia. Che coraggio barbaro è necessario, talvolta, nella vita, per abbandonare tutte le cose amate, per una scelta necessara e imprescindibile. Così partivano i pionieri per il Far West, pieni di coraggio infinito e sicuri di aver fatto la scelta giusta, la via dell'avvenire.
Per un po' mia cugina Pina, sposatasi con il bravissimo Raffaele, tenne ancora la vecchia casa e anche il negozio, e poi anche lei si trasferì in un palazzo moderno ancora più lontano, di fronte alla chiesa di San Sebastiano e alla grande colonia della Maternità e Infanzia. Ormai il paese vecchio si stava sfrangiando, e di esso rimaneva soltanto una specie di museo vivente. Anche la nostra famiglia se n'era andata ormai via, trasferita definitivamente nella Capitale.
Almeno zia Maria e quattro dei suoi figli erano rimasti legati per sempre al nostro caro paese.
Insomma, era stata una scelta felice. D'altra parte zia Maria aveva lasciato quella antica casa di San Nicola dove soltanto la sua grande duttilità e umiltà le avevano consentito di vivere, senza riscaldamenti e in pratica senza impianti idrici e igienici. Ora sì che potevano vivere a bell'agio, con due piani di costruzione, due appartamenti per i figli, terrazzi, balconi, garage, pergolato e giardino.
Questo voleva dire vivere bene in paese, in ambiente moderno e confortevole, in posizione panoramica. Centinaia di famiglie, negli anni, avrebbero fatto la stessa scelta.
Ma...addio San Nicola, addio vecchia cara piazzetta dei giochi, dei parenti e degli amici vicini, dei ricordi più belli dell'infanzia. Che coraggio barbaro è necessario, talvolta, nella vita, per abbandonare tutte le cose amate, per una scelta necessara e imprescindibile. Così partivano i pionieri per il Far West, pieni di coraggio infinito e sicuri di aver fatto la scelta giusta, la via dell'avvenire.
Per un po' mia cugina Pina, sposatasi con il bravissimo Raffaele, tenne ancora la vecchia casa e anche il negozio, e poi anche lei si trasferì in un palazzo moderno ancora più lontano, di fronte alla chiesa di San Sebastiano e alla grande colonia della Maternità e Infanzia. Ormai il paese vecchio si stava sfrangiando, e di esso rimaneva soltanto una specie di museo vivente. Anche la nostra famiglia se n'era andata ormai via, trasferita definitivamente nella Capitale.
Almeno zia Maria e quattro dei suoi figli erano rimasti legati per sempre al nostro caro paese.
sabato 1 giugno 2013
172. Il popolamento delle Cianfrusche
Quando la famiglia di zia Maria lasciò la vecchia casa di San Nicola per andare ad abitare nella nuovissima costruzione di via delle Cianfrusche, fu un vero trauma per me. Ero abituato a quella casa quasi fosse casa mia, i miei cugini Fausto, Elda, Pina, Pacifico, Maria Luigia e Maria Pia erano per me come fratelli, e zia Maria mi voleva bene come a un figlio. No, non potevano tradirmi andando ad abitare così lontano.
Ma come? Loro amavano così tanto San Nicola! Ne erano quasi la bandiera. Senza di loro San Nicola non esisteva più. E poi zia Maria aveva lì quel suo piccolo negozio di alimentari che era una risorsa per tutta la parte antica del paese, da San Pietro fino alla Piazza della Corte. Ci sarebbe voluto un bel coraggio a lasciare quel negozio...
In realtà, la famiglia di zia Maria era ancora una volta la pioniera: stavolta di una specie di emigrazione da Far West, nella lontana periferia oltre il Borgo, oltre l'Aia del Muro, oltre l'edificio scolastico, su per le prime balze del monte Serrone: le chiamavamo le Caciafrucche, in italiano Cianfrusche, forse voleva dire soltanto cespugli spinosi, roveti.
Eppure, di lì a poco, quella fu la zona eletta per le nuove costruzioni di Acuto. Lì sorse l'albergo La Panoramica, lì alcune villette isolate, poi costruzioni più massicce, veri palazzetti dove andò ad abitare in estate anche mio fratello Vito con la moglie Angela e i figli Federico e Ilaria, loro che venivano dalle zone aristocratiche di Roma.
Ma come? Loro amavano così tanto San Nicola! Ne erano quasi la bandiera. Senza di loro San Nicola non esisteva più. E poi zia Maria aveva lì quel suo piccolo negozio di alimentari che era una risorsa per tutta la parte antica del paese, da San Pietro fino alla Piazza della Corte. Ci sarebbe voluto un bel coraggio a lasciare quel negozio...
In realtà, la famiglia di zia Maria era ancora una volta la pioniera: stavolta di una specie di emigrazione da Far West, nella lontana periferia oltre il Borgo, oltre l'Aia del Muro, oltre l'edificio scolastico, su per le prime balze del monte Serrone: le chiamavamo le Caciafrucche, in italiano Cianfrusche, forse voleva dire soltanto cespugli spinosi, roveti.
Eppure, di lì a poco, quella fu la zona eletta per le nuove costruzioni di Acuto. Lì sorse l'albergo La Panoramica, lì alcune villette isolate, poi costruzioni più massicce, veri palazzetti dove andò ad abitare in estate anche mio fratello Vito con la moglie Angela e i figli Federico e Ilaria, loro che venivano dalle zone aristocratiche di Roma.
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