venerdì 14 giugno 2013

179. Le ultime patate

La gente non sapeva più che cosa mettere in tavola, erano scomparse anche la farina e l'olio, ci si accontentava delle ultime patate, e fortunati quei contadini che le potevano ancora produrre e ne avevano potuto fare una piccola riserva.
Poi gli alleati ci aiutarono con il loro scatolame, e in qualche modo riuscimmo a sopravvivere con gli aiuti del Piano Marshall che venivano dall'America. Wurstel e minestre di piselli in polvere divennero il nostro pasto quotidiano.
Quando riaprì il negozio di zia Maria, fu una felicità per tutto il  vecchio quartiere di San Pietro. La moneta di scambio fu costituita dalle Am-lire, carte di piccolo taglio; poi ricomparvero le vecchie monete in centesimi e le mezze lire, e piano piano si tornò alla normalità. Ma da zia Maria le richieste base rimasero il mezz'etto di marmellata e i due etti di spaghetti, che venivano avvolti in una grezza carta gialla di paglia.
Io entravo spesso nel negozio di zia Maria. Facevo compagnia alle mie due cugine Maria Luigia e Maria Pia che davano spesso una mano alla madre.
Ricordo i barattoli di cetrato e quelli delle caramelle vendute liberamente, delle drops per lo più senza carta, o delle liquirizie, piccole ghiottonerie, e quella alice che, divisa in due per lunghezza, costituiva la nostra spartana merenda con una fetta di pane condita con un po' di olio di oliva.
Ma già si tornava a respirare, dopo quegli orribili quattro anni di guerra. Il negozio di zia Maria si riprese e tornò a fiorire, qualche moneta in più cominciava a rivedersi anche nel poverissimo  quartiere di San Pietro, e la gente tornava a vivere e a sorridere come se niente di brutto e di cattivo fosse mai accaduto.

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