giovedì 13 giugno 2013

178. La bottega di zia Maria

La bottega di zia Maria, quindici metri più in là di piazza San Nicola, era l'ultima risorsa del paese verso la parte più antica, quel quartiere di San Pietro che era un dedalo di vicoli e di case antichissime, senza alcuna concessione alla modernità.
Era una bottega piccola e ben tenuta, quattro metri di lunghezza per sei di larghezza, una finestra ad altezza di persona, due banconi ad angolo, una parete coperta di scaffali, una bella bilancia a due piatti.
C'era una povertà estrema, in quegli anni di guerra, e se ne avevano prove continue. Zia Maria riusciva a venire incontro anche alle richieste più esigue: mezz'etto di marmellata, due etti di spaghetti, due alici. Moneta ne circolava pochissima, e la povera gente, prima di staccarsi anche da un soldino, se lo girava per le mani più di una volta. 
Del resto, i viveri cominciavano a scarseggiare, c'era il tesseramento, i rifornimenti diventavano ogni giorno più difficili. 
Ricordo che l'emergenza del sale fu la più dolorosa. Fummo costretti a mangiare cibi sempre più insipidi e di peggiore qualità. L'ultima riserva di sale, per zia Maria, fu quella delle aringhe, che vennero dissalate accuratamente, e il resto, raccolto in una specie di botticella, venne rivenduto in piccole quantità, come se si trattasse di un genere di lusso.
Proprio alici e aringhe furono tra le ultime risorse della bottega, e noi bambini le consideravamo delle squisitezze, e ce le contendevamo per le nostre ultime merende.
Passò il turbine della guerra, il negozio di zia Maria rimase chiuso per alcuni mesi, e fu proprio quello il periodo più terribile.

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