Giggia Cutinitto era una formidabile pranoterapeuta. Era una donna grande e robusta, tipo Ave Ninchi; abitava al portone successivo a casa mia, su via Vittorio Emanuele, ed era un'ottima vicina di casa; sua figlia, Liliana, una ragazza bruna molto elegante e raffinata, era grande amica di mia sorella maggiore, Isola. Anche il primogenito, Filippo, era molto affiatato con il nostro primogenito, Vito.
Chissà chi lo aveva dato, quel dono, a Giggia: qualunque slogatura, qualunque distorsione, qualunque strappo, sottoposto alla magica cura delle sue mani, dopo alcuni minuti di attenta ricerca muscolare, si concludeva con un urlo bestiale. Ma più bestiale era l'urlo, più immediata era la guarigione.
Medici, al mio paese, ce n'erano pochi. Il medico condotto, dottor Vellucci, era bravo e popolare, ma non aveva certo le mani taumaturgiche di Giggia, alla quale il campo dell'infotunistica spicciola veniva lasciato completamente libero.
Una volta capitò a mio fratello Silvestro, uno scavezzacollo di primissima qualità: caduto da un albero, si era infortunato in modo serio alla caviglia destra, e non riusciva più a camminare.
Lo portarono,sul dorso di un asino, direttamente da Giggia, anche perché le scale di casa nostra erano talmente ripide che certamente non sarebbe riuscito a salirle. Invece Giggia, proprio lì accanto a noi, era a pian terreno, e subito si mise all'opera, insensibile agli urli di dolore di Silvestro. Comunque, con la prodigiosa ricerca delle sue mani, lei riuscì subito a individuare il nervo che era andato fuori posto, e cominciò a massaggiarlo dolcemente per qualche minuto, inducendo alla calma e alla fiducia il paziente.
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