venerdì 21 giugno 2013

182. La caduta dal muretto

Mio cugino Pacifico studiava a Roma, presso la generosa zia Amalia, proprio durante gli anni della guerra dal 1940 al 1945, dagli undici fino ai sedici anni. Perciò non lo vedevamo spesso, se non nei brevi periodi di vacanza.
Era un po' più grande di me e di mio fratello Silvestro, ma non tanto da non giocare più di una volta al pallone con noi. Aveva i capelli nerissimi come tutti i figli di zia Maria, e un fisico robusto.
Davanti alla casa di zia Maria si apriva il vicolo di San Nicola, con un muretto alto quasi un metro, al di sotto del quale sporgevano delle rocce piuttosto acuminate. Un giorno Pacifico - poteva avere sui quattordici anni - forse in attesa dell'ora di pranzo, si addormentò su quell'invitante muretto riscaldato da un sole primaverile, e rigirandosi nel sonno si ritrovò due metri più in basso, proprio su quelle rocce appuntite.
Al suo urlo, le sorelle più grandi accorsero, e lo ritrovarono a terra, con il cranio vistosamente sanguinante da tre o quattro punti. Per fortuna le ferite non erano né vaste né  troppo profonde, e se la cavò con una grandissima paura e con tante di quelle cicatrici che nei primi tempi facevano somigliare la sua testa a un orticello di guerra. Poi la folta capigliatura nera prese il sopravvento su tutte le cicatrici, e non rimase che un piccolo dubbio: non vi sarebbero state conseguenze di tipo psicologico per tutte quelle dolorose ferite al cranio?

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