mercoledì 31 ottobre 2012

47. Una rivolta andata a vuoto

Una volta, a noi più piccoli, nipotini del paese (al contrario dei nipotini di città), era toccato in sorte di consumare il pranzo in cucina, dove non sempre c'era la luminosità e l'allegria della sala. A queste condizioni di rincalzo, un po' umilianti, io non ci stavo. Così, un giorno, poichè l'arrrivo della prima portata tardava un po' troppo, decisi di andare a prepararmi il pranzo da solo a casa mia. Con me venne anche il fratellino minore, Luciano. 
La famosa zia autoritaria aveva organizzato un pasto a base di polenta e salsicce, che per i romani rappresentava una delizia eccezionale, mentre per noi paesani era soltanto una quotidianità forzata dalla povertà spartana della guerra. Avevo circa otto anni, e nella cucina di casa mia attrezzai un pentolino pensai di potervi realizzare una piccola polenta per due. Senza salsicce e anche senza sugo. Il risultato fu talmente magro e deludente che decidemmo di tornare a Canossa, risalendo il vicolo del Fiore con tanto di coda fra le gambe.
Quando rientrammo a casa della nonna, nessuno sembrò aver fatto caso alla nostra fuga. I preparativi del pranzo erano andati con tanta forzata lentezza che toccò anche a noi la nostra bella razione di vera e gustosa polenta.Nessuno ci punì per il nostro colpo di testa. Forse nessuno se ne accorse. E noi due, che avevamo creduto di realizzare non so quale sconvolgente rivolta!

martedì 30 ottobre 2012

46. I ventiquattro nipoti

I nostri Natali erano sempre rumorosi e movimentati. Quasi sempre venivano da Roma tutti gli zii, le zie e i nipoti, e facevamo festa da Nonna Liva. Era una vera tribù: la nonna, nove tra figlie e generi, e ben ventiquattro nipoti.La sala da pranzo era piuttosto grande, ed enorme era il tavolo al centro, ma non bastava per quelle trentaquattro persone: una parte veniva dirottata verso l'adiacente cucina, dalla quale, del resto, partivano le vivande e quindi era già movimentata per suo conto.
I nipoti andavano dai venti anni di Fausto, Marcello e Vito, che erano i più grandi, fino ai tre-quattro anni di Luciano e di Augusto, e i pochi mesi di Maria Vittoria, che era la più piccola e perciò meno partecipò alle nostre vivacissime e interminabili riunioni: per i pranzi, i cenoni di Natale e di Capodanno, e le lunghe serate trascorse giocando a tombola, sette e mezzo e mercante in fiera.
Qualche ragazzo, che doveva alimentare vizi come il fumo o una sporadica bisboccia con gli amici, più di qualche volta bleffava al gioco; ma non sempre gli andava liscia, perché ogni tanto c'era  qualcuno che pretendeva di controllare la cartella.
Poi veniva il momento del dolce. La zia più autoritaria, probabilmente anche la più benestante, entrava sulla scena reggendo una enorme torta, e poi la andava tagliando in sottili striscioline per accontentare tutta la tribù. Lasciava solo un grosso cerchio al centro, e noi, che avevamo pochi anni e tanta fame di dolce, non potevamo pensare altro che volesse lasciarlo per se stessa (che del resto era la legittima proprietaria della torta). Aspettavamo il nostro turno con impazienza, e poi bruciavamo in rapidi bocconi la nostra parte. Ai grandi toccava anche un dito di spumante, e ai piccoli, se andava bene, un po' di aranciata.

lunedì 29 ottobre 2012

45. Il povero bambino Gesù

In paese si raccontava - ma doveva essere vero, data la dovizia di particolari e l'identificazione del protagonista - che un ragazzo un po' sempliciotto, ma dall'animo profondamente buono, divenuto aiutante sagrestano di Santa Maria, un anno di Natale prese il Bambinello del presepe, prima della chiusura serale della chiesa, se lo nascose sotto la giacca e lo portò a casa, dove lo fece riscaldare al fuoco e cercò perfino di fargli mangiare le lasagne. La povertà del Bambino, sottolineata anche dall'inno sacro "Tu scendi dalle stelle", aveva colpito il cuore del ragazzo, certamente anche lui povero e buono, il cui nome, guarda caso, era Salvatore. 
In un'altra chiesa del paese, la Chiesolina delle suore, un anno era scoppiato un piccolo incendio che aveva completamente distrutto il presepio. Probabilmente l'incidente fu dovuto all'imprudenza di un bambino troppo interessato alle lucine elettriche e ai congegni che animavano la scena: ad ogni modo la famiglia, piuttosto benestante, volle risarcire il danno, e dotò la chiesetta di un presepe costuituito da personaggi di grosse dimensioni, tra cui spiccava un San Giuseppe inginiocchiato sulla gamba destra, che aveva le dita dell'altro piede in argento, ad uso e consumo dei visitatori che non potevano fare a meno di toccarle mormorando una preghiera.

domenica 28 ottobre 2012

44. I Re Magi decapitati

Ricordo l'atmosfera di Natale, nel piccolo paese di Acuto. Bastava, allora, il profumo penetrante e nello stesso tempo delicato di un mandarino sbucciato, per sentirsi in qualche modo felici, sentire la vita sorriderti quasi per un nonnulla. Avevamo un piccolo presepe di cartapesta: una rudimentale capannuccia di cartone, e una ventina di personaggi dei quali, per il lungo uso, solo qualcuno ancora miracolosamente intatto. Un angelo di materiale più pregiato, ed anche qualche pastore, il Bambinello, la Madonna e San Giuseppe, il bue e l'asinello. 
Ma ai Re Magi, ad esempio, la testa veniva rabberciata ogni anno, perché si era rotta in qualche caduta collettiva, e così ad altre figurine, di solito proprio alle più belle. Ma poi tutto si aggiustava: il muschio, le montagne di carta, il brecciolino fine per le stradine e i sentieri, le casette di cartone, il laghetto con le oche e le pecore, perfino due lumicini che miracolosamente ancora si accendevano e che avevamo sistemato dietro la finestrella della capanna e sulla cometa di cartone argentato. L'albero di Natale arriverà più tardi, con la gomma americana e con i wurstel.

sabato 27 ottobre 2012

43. L'assalto alla casa del fascio

Lisetta una giovane vicina di casa, dalla sua finestra mi lanciò in tono agrodolce un invito piuttosto deciso: -Ma risparmiatelo, quel carbone! -  
La sua famiglia, lo sapevamo tutti, pendeva decisamente da quella parte. Incoscientemente - eravamo per la maggior parte dei bambini  - andammo all'assalto della casa del Fascio, portandone via chi un cestino, chi un tavolo, chi una sedia, chi un libro, chi una lampada elettrica, chi uno strofinaccio, chi una sedia, chi, più audace, un intero scaffale. Così, tanto per ricordo.
Il segretario, Alfonso, un ometto rotondo di cinquant'anni, si scalmanava per salvare qualcosa, ma nessuno gli dava retta. Ma la restaurazione non si fece attendere: qualche giorno dopo l'uscio fu chiuso ermeticamente, una piccola insegna di legno sottolineava la nascita di un fascismo nuovo, forse già quello di Salò, avallato dalla presenza del tutto paralizzante di due camicie grige delle SS.
E furono i giorni di Cassino. L'inverno più crudo e avventuroso della nostra vita. Giungevano sfollati da ogni parte. C'erano fame e paura per tutti. Un ragazzino di Ausonia ci raccontò quello che accadeva nei paesi ciociari attraversati dai marocchini dell'esercito francese, delle violenze inaudite alle donne, e noi ascoltavamo interdetti: era questa la liberazione che stavano per portarci gli alleati? Li avevamo attesi tanto...

venerdì 26 ottobre 2012

42. La radio di Cherubina

Tante cose ancora ho da raccontare della mia fanciullezza in Acuto, sicuramente i dieci anni più belli della mia vita, anche se in un clima di guerra. 
Nel 1942 la radio di Cherubina, aperta a tutta mandata sul Vicolo Gaudente per raccontare le vicende belliche, fino ad allora favorevoli all 'Asse Roma-Berlino, cominciò ad abbassare gradualmente il suo volume. Le cose ormai non andavano più bene. Io avevo otto anni, non capivo tutto, ma cominciavo a farmene una certa idea.
Le gagliarde canzoni di guerra della maestra Mirella non ci piacevano più tanto.  "Taciti ed invisibili / partono i sommergibili.../ridendo in faccia a Monna Morte ed al destino.../ partir e seppellir / ogni nemico che s'incontra sul cammino..."
Oppure:a "Malvagia Inghilterra / tu perdi la guerra / la nostra vittoria sul tuo capo fiera sta...
E ad un tratto cominciarono i bombardamenti. Pochi, da noi in montagna, ma sufficienti a far chiudere le scuole a metà anno.
Il 1943 fu un anno cruciale. Prima venne il 25 luglio, la caduta del fascismo. Si poteva solo capire, alla mia età, che Mussolini se n'era andato, lo avevano buttato fuori nel Gran Consiglio, e al suo posto arrivava Badoglio. 
Col carbone che tenevamo in un cassone in soffitta io avevo sporcato tutti i muri del terrazzo: Viva Badoglio! Ma che ne sapevo?

giovedì 25 ottobre 2012

41. Le scarpe di coppale

Il mio terrore era quello di non farmi notare da mio padre, cosa impossibile, perché all'ora di cena ci saremmo trovati di fronte, attorno alla lunga tavola della cucina. Mio padre sedeva a capotavola, io quasi di fronte a lui, all'altro capo. Cercavo di coprirmi col ciuffo dei capelli, e devo esserci riuscito, perchè mio padre, che di solito si arrabbiava a morte per i nostri infortuni,  non disse nulla, e per quella volta mi risparmiai l'inevitabile supplemento di rimproveri talora accompagnati anche da un memorabile scapaccione.
Da piccolo,  credo di essere stato, a casa, un tipo piuttosto lagnoso; contavo forse sul fatto che qualche lamento mi avrebbe aiutato ad ottenere quello che cercavo. Una volta pretesi di indossare, al negozio, un paio di scarpe nuove di coppale, e non ci fu verso di togliermele: le volli mettere anche a letto, contando sul fatto che avevano le suole lucide e pulite. La mattina dopo non me le ritrovai ai piedi, ma la grande passione doveva essere già finita perché mi pare che non facessi più storie di nessun tipo.
Un'altra volta, invece, non ricordo proprio per quale insistente richiesta, mi sedetti su uno scalino dietro la porta della cucina, e cominciai una lamentazione talmente insopportabile che mio padre prese una frasca dal camino e mi corse dietro, su su fino alla soffitta dove conservavamo il carbone per i fornelli. Però il tetto a grondaia era così basso che non poté venirmi dietro fino in fondo, e fece finta di non potermi raggiungere con quella frasca di cui conservo viva la memoria. 
Fu quella la volta in cui mio padre si arrabbiò di più, per cui io cercai di farmi perdonare e di essergli sempre amico e confidente.

mercoledì 24 ottobre 2012

40. Ogni bel gioco

Ad Acuto, durante i miei anni d'infanzia, la vita scorreva facile e generosa, anche se le risorse erano poche. D'estate, durante le vacanze, ci bastava poco per inventare giochi divertenti. 
In fondo al paese, tra il viale di San Sebastiano e la stazioncina della Stefer, c'era un prato meraviglioso, degradante di almeno venti metri sulla lunghezza totale di un centinaio. Quasi al centro c'era una grande aia, e appena le scuole si chiudevano e cominciavano le vacanze, era sempre piena di una paglia coloro d'oro e quasi morbida.
 Il grando era stato trebbiato da poco.Dal cemento dell'aia, alta fino al bordo, quella paglia ci sembrava un mare, e sentivamo fortissimo l'impulso a tuffarci. Prendevamo la rincorsa, e giù...sprofondavamo al centro di quella grande massa di fieno odoroso.
Eravamo un bel gruppetto della nostra classe, inseparabili e sempre pronti a inventarne una: io, Santino, Luigino, Carlo, che era il figlio del podestà e proprietario di quell'aia fantastica. E poi Antonio, che veniva da un paese vicino e si era subito inserito nel gruppo. E ancora altri, che non ricordo con precisione; in molti giochi erano presenti anche le compagne di scuola, se non proprio di classe: Francesca, Anna Maria, Maria Pia, Elisabetta, Elena.
Non sempre questi bei giochi si  concludevano festosamente. Nel gioco dell'aia la peggio toccò proprio a me. Nell'impeto del salto, un ginocchio mi colpì sotto l'occhio destro. Lì per lì non avvertii quasi nulla, ma ben presto mi sbucò sopra lo zigomo un bellissimo livido.

martedì 23 ottobre 2012

39. Una fettina di salame

Ci voltammo tutti sbalorditi: la bambinetta aveva addentato una fettina di salame, e la sorella maggiore glielo stava estraendo dalla bocca con un gesto pieno di ribrezzo.
Noi non capivamo: che peccato era mangiare una fettina di salame? Avercelo anche noi...
Quel gesto rimase per noi un mistero: era pericoloso spiegare che gli ebrei non possono mangiare carne di maiale, è vietato dalla loro religione. E, con i soldati tedeschi che erano in giro per il pase, era assai pericoloso che si sospettasse la presenza di famiglie ebree.
Eravamo bambini ignari, ma qualcosa nell'aria ci consigliava di essere prudenti, di non riferire quel fatto neanche ai nostri genitori. Forse la bambina più grande ce lo chiese o ce lo fece capire. E per noi fu un gesto di amicizia e di amore mantenere quel segreto, sentirci complici e sensibili come veri amici.
Quelle famiglie ebraiche rimasero ad Acuto fino alla fine della guerra, e nessuno le tradì. Vi ho già raccontato che perfino un dirigente locale del fascio, sor Lello il farmacista, ospitò una di queste famiglie per mesi e mesi, rischiando la vita.

lunedì 22 ottobre 2012

38. I bambini ebrei

Nell'inquieto clima di attesa della liberazione, i bambini delle famiglie ebraiche si erano inseriti tranquillamente con noi: giocavamo insieme, andavamo insieme ai giardini pubblici, e anzi neanche sapevamo che fossero ebrei. Li confondevamo benissimo con gli altri bambini delle famiglie sfollate, comne era giusto che fosse.
Solo una volta ci accorgemmo che avevano qualcosa di diverso da noi, e non fu per la circoncisione, come vi verrà subito di pensare.
No: fu per la fame: quella sì che poteva darci un motivo per riflettere.
Stavamo appunto giocando sotto i pini del giardino pubblico di Acuto nella primavera del 1944. Le scuole erano chiuse, noi bambini non si faceva altro che giocare: che bella, quella vacanza prolungata.
Eravamo in circolo, seduti sull'erba che cresceva folta intorno alle piante di melograno selvatico. Tutti bambini e bambine dai cinque ai dodici anni. Qualcuno si era portato la merenda: due fette di pane con qualche magro companatico dentro.
A un tratto sentimmo un pianto dirotto. Una bambinetta di due o tre anni aveva scoperto una di quelle merende, e l'aveva addentata con evidente soddisfazione, frutto di un appetito a lungo represso.Ma la sua gioia durò poco: le arrivò un manrovescio improvviso da parte della sorella dodicenne, acompagnato da un grido di orrore.

domenica 21 ottobre 2012

37. Si ascoltava Radio Londra

Proprio in quel periodo era morto mio padre, e per noi quel dolore riuscì a coprire ogni altra sventura e disperazione.
Gli zii di Roma si erano tutti rifugiati in paese con le loro famiglie, nella grande casa di nonna Livia, riempiendo tutti i tre piani. La sera, con le luci spente e le finestre tappate, si ascoltava Radio Londra. Infatti uno zio aveva portato con sé una radiola molto efficiente; munito di una carta geografica della zona, andava segnando a matita tutti i paesi liberati dagli alleati intorno a Cassino e poi via via più avanti, quando il fronte finalmente fu spezzato, sulle strade verso Roma.
Anche le famiglie degli zii erano ospiti della cantina in cui vivemmo col cuore palpitante di paura e di speranza la notte lunghissima che precedette il 4 giugno del 1944. In quei mesi, infatti, la vita a Roma si era rarefatta, e la capitale si era in parte svuotata, anche se nel bombardamento di San Lorenzo alcuni nostri compaesani erano morti o avevano avuto le case distrutte, come un nostro amico di 14 anni, Armandino, che ancora portava negli occhi la disperazione e l'orrore. Per cancellarli, e neanche completamente, occorsero poi anni e anni di pace ritrovata e di ricostruzione fisica e morale.

sabato 20 ottobre 2012

36. Il falò

Ricordo le tessere del fascio portate in piazza e bruciate, sotto le finestre della casa dell'ex podestà. Un falò di notevoli dimensioni, perchè la tessera del partito era in pratica obbligatoria per tutti. 
Fra tutte quelle tessere in fiamme io cercavo di riconoscere la foto di mio padre, e ogni tanto mi sembrava di averla individuata. Mio padre era, sia di famiglia che di personale convinzione, piuttosto orientato verso il socialismo, ma per amore di pace e per non creare problemi alla numerosa famiglia aveva aderito al P.N.F.: Per Necessità Familiari, come si diceva allora sottovoce. 
Comunque i falò e le manifestazioni di gioia, ad Acuto, furono ben presto soffocate: il podestà e il segretario del partito tornarono al loro posto, la sede fu riaperta, la sigla della Repubblica Sociale di Salò sostituì quella fino ad allora in auge, i tedeschi diedero man forte ai fascisti, e tutto tornò come prima, anzi, peggio di prima, perché comparvero le prime SS. 
I mesi da ottobre al giugno successivo furono terribili. Mio fratello più grande, Vito, coi suoi ventun anni, si era dovuto dare alla macchia, ma l'avevano preso i tedeschi per le montagne di Cappadocia, in Abruzzo, e per puro miracolo era stato rilasciato, poiché uno zio paterno aveva potuto dimostrare che il ragazzo era estraneo a ogni organizzazione politica.

venerdì 19 ottobre 2012

35. Riccardo, il piccolo pittore

Riccardo era un ragazzo dai capelli nerissimi e dagli occhi molto vivaci, ma soprattutto un campione in disegno, un vero artista. La prima rivelazione la provai quando la maestra ci fece disegnare un presepe, e quello di Riccardo era davvero meraviglioso.
Intanto, in paese, la vita sociale si stava risvegliando. Si stavano formando i sindacati, si avevano le prime riunioni a sfondo politico. Ricordo che Lello il falegname, vecchio repubblicano storico vicino ai socialisti, insegnò a un gruppo di bambini, fra i quali ero anch' io, l'inno dell'Internazionale: "Su fratelli, su compagni, / su venite in fitta schiera. / Sulla libera bandiera/ splende il sol dell'avvenir..."
Riccardo fu incaricato di disegnare, su una bandiera rossa, una bella spiga di grano, e la bandiera, credo dell'associazione agricoltori, sfilò in uno dei primi cortei. Questo mi faceva ricordare, per contrasto, le riunioni del sabato fascista,e quella divisa di balilla nella quale mi sentivo a disagio, perché non brillavo certo per virtù atletiche e guerriere. E mi faceva ricordare anche l'assalto alla sede del fascio dopo il 25 luglio, quando la porta fu sfondata e tutti, bambini in testa, trafugarono qualcosa, un tavolino, una sedia, una lampada, un libro, uno scaffale, tra la disperazione di Alfonso, il segretario della sezione, che non credeva ai suoi occhi.

giovedì 18 ottobre 2012

34. La maestra Concetta

Quell'anno, forse per la prima volta ad Acuto, si realizzarono le classi miste, maschi e femmine insieme. La libertà, così, faceva il suo ingresso anche a scuola. 
Questo accadde quando la maestra, Concetta, molto aperta e generosa, mise insieme ragazzi di più classi per prepararli, gratuitamente, agli esami di ammissione alla scuola media. Era un corso a cui accedevano solo volontari, poiché il passaggio alla media non era obbligatorio, e alcuni genitori preferivano che i propri figli rimanessero disponibili per i lavori agricoli già a undici anni. 
Le bambine del corso si dimostrarono sveglie quanto, se non più, dei maschietti. Così, nell'estate del 1945, avendo regolarizzato la preparazione senza "salti" e senza lacune, potei sostenere l'esame sempre al Nazareno di Roma, facendo una gran bella figura e dimostrando che i ragazzi di paese non erano meno svegli e preparati di quelli di città.
Durante le lezioni normali, aperte a tutti, avevo come compagno di banco , in prima fila, un bambino sfollato da Roma, Riccardo, rimasto in paese anche dopo il passaggio degli alleati perché era originario di Acuto, ed era parente proprio della maestra Concetta.

mercoledì 17 ottobre 2012

33. Un abbecedario "ad usum delphini"

Avrei dovuto frequentare la quarta, ma il fronte di Cassino distava pochi chilometri, e i bombardamenti erano troppo frequenti perché la vita potesse svilupparsi in modo ordinato e funzionale. 
I libri scolastici, sempre più brutti ed oscuri perfino nella carta e nella stampa, quell'anno non furono neanche distribuiti. Il mio fratellino più piccolo, Luciano, avrebbe dovuto frequentare la prima elementare, ma l'esordio veniva costantemente rinviato.
Allora io presi un quaderno, e in   base ai ricordi degli anni scolastici precedenti ebbi la pretesa di vergare, con la matita e perfino con dei disegni, un personalissimo abbecedario "ad usum delphini", col quale avrei preteso di erudire mio fratello. 
L'insuccesso fu cocente, sia perché Luciano si rifiutava di accettare un testo del genere, sia perché mio padre, che di solito era generoso di consensi nei confronti del mio iter scolastico, espresse qualche riserva sulla bontà del prodotto, facendomi notare, ad esempio, che le U maiuscole erano troppo strette nella parte alta. 
Non ricordo bene come poi andò a finire, ma ad un certo punto, forse dopo le vacanze di Natale, le scuole in qualche nodo riaprirono, e sia mio fratello che io potemmo frequentare regolarmente le nostre lezioni. L'edificio scolastico, cannoneggiato sei mesi prima, era stato parzialmente recuperato, anche se da qualche tetto pioveva e si andava avanti con le bacinelle.

martedì 16 ottobre 2012

32. Memmuccio

Mio padre morì giovane, a soli 47 anni, e in modo del tutto inaspettato. Erano passati appena cinque mesi dall'arrivo degli alleati, la guerra si era spostata al nord, ma noi avevamo già riaperto le porte alla speranza, e piano piano la vita riprendeva. Con lo spirito d'intraprendenza che distingueva la sua famigia di commercianti, che nel giro di due generazioni si era diramata dall'originaria Caserta via via verso il Lazio, Memmuccio, come lo chiamavano tutti con un diminutivo affettuoso, nel 1940 aveva concepito l'idea, piuttosto audace, di spingersi fino a Roma con un suo negozio di tessuti. Vi era riuscito con un certo successo, e certamente puntava a trasferirvisi al completo con la famiglia una volta che la guerra fosse finita. 
Il negozio era in via Marmorata, nei pressi della Piramide Cestia, non lontano quindi dal popolare quartiere di Testaccio.
Il negozio di Acuto vivacchiava, bastava la gestione di mia madre a condurlo alla meglio, dati i tempi di magra e gli scaffali via via più vuoti. Mio padre tornava a casa ogni sera, e mi raccontava delle nuove amicizie che si stava facendo a Roma; in particolare mi parlava di un bambino mio coetaneo, cinque o sei anni, che avrebbe voluto conoscermi.
Ricordo bene qesti racconti vicino al fuoco, perché furono in pratica gli ultimi. Quell'anno le scuole non si erano riaperte, e per me era un grosso dispiacere, perché amavo molto leggere e scrivere, stare insieme alla maestra e ai miei compagni.

domenica 14 ottobre 2012

31. Un vecchietto allegro

Zì 'Ntonio era un parente alla lontana, cugino di mio nonno paterno, e prima di arrivare da noi era certamente passato da altri parenti più stretti, che portavano il suo stesso cognome e vivevano ad Alatri, una cittadina molto più vicina a Frosinone. Evidentemente non avevano potuto accoglierlo, ed aveva dovuto proseguire ancora per venti chilometri. 
Noi eravamo già in nove, i due genitori e sette figli (solo il più grande, venti anni, si era disperso al ritorno da Gorizia, dove effettuava il servizio militare, e l'armistizio ne aveva fatto un partigiano). In casa i letti scarseggiavano, e zì 'Ntonio dovette adattarsi sul duro sofà in camera da pranzo. Ma fu un grosso problema rimettere in sesto il povero vecchio: mio padre, aiutato da un paio di amici, lo infilò in una grossa bagnarola piena d'acqua quasi bollente, lo insaponò vigorosamente, bruciò i panni pieni all'inverosimile d' insetti, poi lo cosparse di zolfo a cominciare dalla testa, lo rivestì di panni puliti rimediati in qualche modo, e cercò insomma di renderlo "cristiano".
Tentativo parzialmente riuscito. Il vecchietto, vispo e allegro di carattere, non impiegò molto a riprendersi: vedovo da anni, e senza figli, era abituato alla solitudine e certo non si curava troppo, nella sua vecchia casa di Frosinone. Da noi trovò compagnia, vitto accettabile, pulizia, e tutte le sere l'immancabile quartino di vino all'osteria, dove tirava su il suo morale dimenticando tutte le pene. Con noi restò poi per alcuni anni, raggiungendo e superando il traguardo dei novanta.

sabato 13 ottobre 2012

30. Un parente inatteso

Dall'armistizio in poi si vissero momenti di panico e situazioni di grave disagio, come lo sfollamento delle popolazioni di Cassino e dintorni, per tutta l'invernata e la seguente primavera. 
Di sfollati, ad Acuto, ne giunsero tanti, a centinaia, portando notizie di morte e soprattutto di violenze fisiche, come quelle delle truppe marocchine sulle donne di Ausonia, di Esperia e di altri centri del Lazio meridionale. Fu proprio quest'ultima piaga ad essere la più dolorosa e la meno sopportabile.
Tutto fu perdonato, ma questo no. Su queste violenze tutti la pensavano allo stesso modo, si fosse dalla parte dei vinti o da quella dei vincitori: si accettavano le bombe, ma non le efferatezze dell'uomo.
Uno sfollato giunse anche a casa nostra. Una sera tardi, saranno state le nove, sentimmo bussare con forza al battente del portone, e un gruppetto di paesani chiamò mio padre: "C'è qui  giù un tuo parente..."
Il parente era un vecchio di oltre settant'anni, zì 'Ntonio; veniva da Frosinone, assai sporco e malridotto, appoggiandosi penosamente a un bastone nodoso. Aveva percoso a piedi, in due giorni, i trenta chilometri di strada, quasi tutta in salita, fra mille rischi e pericoli, alimentandosi come poteva.

venerdì 12 ottobre 2012

29. Una bufera di dieci mesi

Tranne quei quattro o cinque giorni di passaggio delle truppe alleate, quando anche per noi arrivarono le bombe, le cannonate e i mitragliamenti, la guerra ad Acuto si era avvertita più per i disagi nell'alimentazione e nei movimenti che per altro. 
Certo, le forze giovani erano state strappate e mandate al fronte, e le poche persone che lavoravano fuori dal paese avevano dovuto interrompere la loro attività: ma il piccolo centro abitato era dedito soprattutto all'agricoltura, alla pastorizia, a un modesto commercio ancora in qualche modo alimentabile, a minuscole botteghe artigianali e a un limitato numero d'impiegati comunali, cosicché la vita di tutti i giorni poteva sembrare quasi normale. 
La radio la possedevano in pochissimi, e i bollettini di duerra, dal 1940 al '42, non gettavano ancora allarme tra la popolazione. Tutto cambiò solo con la caduta di Mussolini il 25 luglio 1943, e con l'armistizio dell'8 settembre, sicché il dramma della guerra fu in pratica per noi una grossa bufera solo in quei dieci mesi.

giovedì 11 ottobre 2012

28. La strada per Fiuggi

Per un paio di tornanti andò tutto bene. Margherita provò sollievo alle sue bolle. Ma fu poco più di un momento, perchè l'anziana donna (a quei tempi, a sessant'anni, si era quasi decrepiti), vista la velocità con cui procedeva l'automezzo, assalita all'improvviso da un atroce dubbio, cominciò a urlare e a tempestare di pugni la parete della cabina, imponendo all'autista di fermarsi immediatamente e di farci scendere.
Il militare inglese, pazientemente, obbedì, facendosi un'idea di scarsa considerazione nei nostri confronti.
Le auto continuarono rapidamente la loro salita, e noi, a fatica, e fra i rinnovati lamenti della donna per i suoi poveri piedi, riprendemmo la strada sassosa.Dall'alto dei tornanti, gli autisti ci guardavano con disprezzo e forse pure con qualche gestaccio di scherno: non ne sono sicuro, ma posso dire che, nei loro panni, io non sarei riuscito a trattenerlo.
Ah, quella strada per Fiuggi! E per molti mesi dovemmo batterla ancora, poiché il comodo trenino, che impiegava dieci minuti a compiere il tratto, tornò a funzionare più di un anno dopo, tanti erano stati i danni subiti dai mitragliamenti e dai bombardamenti.

mercoledì 10 ottobre 2012

27. Un'altra avventura

L'accorciatoia per Fiuggi, una stradina sterrata costituita da cinque o sei tornanti non troppo ripidi,  fu ancora lo scenario di un'altra nostra avventura forse un mese più tardi, quando la guerra si era spostata decisamente a nord di Roma, tra Firenze e l'Appennino tosco-emiliano. Stavolta la camminata per Fiuggi avvenne in compagnia di mia sorella Amalia, coetanea di Giuseppina; c'era sempre qualcosa da fare nella cittadina termale, più attrezzata del mio paese e con negozi di ogni genere. 
Sulla strada del ritorno incontrammo due compaesane, una giovane di trent'anni e sua madre sessantenne, Margherita, e ci unimmo a loro. La donna anziana camminava a fatica perché aveva delle bolle sotto la pianta dei piedi. Passarono delle camionette militari inglesi, ciascuna con il solo pilota a bordo, e fummo costretti dalle lamentele della donna a chiedere un passaggio. Un giovane soldato si fermò alla nostra richiesta.
 "Noi salire qui!", urlava l'anziana signora vestita alla paesana, con una lunga e ampia gonnella nera. 
Il soldato, con un mezzo sorriso, ci fece salire nella parte posteriore, che era separata dalla cabina di guida e quasi completamente ricoperta da un tendone.

martedì 9 ottobre 2012

26. La mitragliata

Ma qui ci aspettava una brutta sorpresa. Sarà stato, presumo, il 6 o 7 giugno, cioè solo due o tre giorni dopo la liberazione del nostro paese, avvenuta il 4, lo stesso giorno in cui fu liberata Roma. Le truppe alleate stavano ancora risalendo dal fronte di Cassino, e di esse facevano parte anche i reparti francesi costituiti da marocchini, preceduti da una fama terribile di violenze perpetrate a spese delle donne ciociare.
Sentimmo da lontano un rUmore ritmato di tamburi, e vedemmo sbucare una schiera di soldati neri, con vistosi turbanti sulla testa, e l'istinto ci spinse ad acquattarci dietro le siepi di rovo che per fortuna abbondavano in quella zona. Vivemmo attimi di vero terrore, ma per fortuna il reparto sfilò in fretta davanti a noi, e solo quando lo vedemmo allontanarsi di un buon chilometro trovammo il coraggio di riprendere in fretta la via.
Quella strada, del resto, neppure un mese prima, e quasi al medesimo tratto, ci era costata un'altra grossa paura, sempre a me e alla stessa cugina Giuseppina. Stavolta eravamo andati, se ben ricordo, a raccogliere funghi nel boschetto ai piedi della collina, dove allora c'era un minuscolo laghetto, poco più di una grossa pozzanghera poi prosciugatasi. Sulla via del ritorno, quattro o cinque aerei americani sfrecciarono veloci, abbassandosi per mitragliare la strada: facemmo appena in tempo a gettarci tra i piccoli arbusti a ridosso della cunetta, e la buona sorte ci lasciò illesi.

lunedì 8 ottobre 2012

25. La vita riprende

Intanto, in qualche modo, la vita rriprendeva. Io, conclusa la quarta elementare, pensai di fare il "salto", e di sostenere, verso la fine del mese di giugno, gli esami di stato per l'ammissione alla scuola media presso il Collegio Nazareno a Roma. Un passo più lungo della mia gamba, come si sarebbe visto, poiché si trattava di un esame molto severo ed io avevo delle grosse lacune: non conoscevo, ad esempio, la coniugazione dei verbi se non in modo sommario, e in matematica c'era ua voragine non colmabile con una preparazione frettolosa da autodidatta.
Comunque, bisognava presentare i documenti e una carta bollata con foto per l'identità. Ad Acuto non c'era un fotografo, ed era necessario recarsi a Fiuggi a piedi: non aveva ancora ripreso a funzionare il trenino delle Vicinali, e macchine private non ce n'erano; comunque non c'era benzina.
Fiuggi, per fortuna, dista non più di quattro chilometri, se si utilizza una stradina all'altezza di Colle Borano. Una mia cugina di diciotto anni, Giuseppina, doveva fare anch'essa delle fotografie, e così ci recammo insieme giù a Fiuggi Terme, proprio all'inizio del vialone d'ingresso costeggiato da altissimi castagni.
Il fotografo Santesarti era bravo ed efficiente, e nel giro di due ore riuscì a consegnarci le foto-tessera. Io non avevo ancora dieci anni, ma ero un  buon camminatore, sicché in breve risalimmo la collina, e ci trovammo a Colle Borano, all'altezza del Fontanile.

domenica 7 ottobre 2012

24. L'ispezione

Gli alleati, all'ingresso in paese, avevano controllato tutte le case per assiscurarsi che non vi fossero nascosti dei tedeschi o qualche fascista non pentito. Mi ricordo che vennero anche a casa mia, portandosi dietro mio padre, e facendosi accompagnare per tutte le camere, rovistando ogni angolo. Giunti al balcone della nostra cameretta, videro una porta chiusa con un catenaccio scorrevole: era la soffitta, e mio padre non si era curato di aprirla per l'ispezione. 
Con una certa durezza, allora, un soldato, certamente un italo-americano, prese a gridare in modo concitato: - Memmo! Memmo! che cosa ci combini? - 
Allora mio padre, Domenico, che si era presentato col suo nomignolo, aprì la porta e fece salire la breve scaletta e il basso soffitto sotto tetto, dove erano a stento sistemati due cassoni per le nostre riserve di carbone. Rassicurato, il soldato batté la sua manona sulle spalle di mio padre: amici più di prima.
A proposito: mio padre venne nominato vice-sindaco del paese qualche giorno dopo, nella prima sistemazione democratica che fu data al paese. Ma restò in carica sì e no quattro mesi, perché morì, come ho già ricordato, l'8 dicembre di quello stesso anno. In suo ricordo, venne creato un piccolo "hot club" in quella che fu la prima sede comunale post-bellica, proprio nella stanza che aveva ospitato la Sala del Fascio.

sabato 6 ottobre 2012

23. I primi wurstel

I soldati inglesi contribuirono a dare a tutti i bambini una bella ripulita, curarono anche piccole ferite e sbucciature, disinfettarono e poi rimandarono a casa i bambini offrendo loro caramelle, cioccolate e qualche alimento in scatola.
La voce si sparse anche nelle case più lontane, e tutti i bambini accorrevano, ma quando arrivai anch'io forse le scorte erano già finite, forse ero un po' meno malridotto e sbucciature e ferite non ne avevo, fatto sta che rimasi a mani vuote, insieme a qualcun altro. 
La piccola delusione fu presto riassorbita, tali e tante erano le novità nell'aria. Conoscemmo i primi wurstel in scatola ("Sausage Vienne", era la scritta sui barattoli), molto chiari, forse carne di maiale, ma anche di pollo e di coniglio, con striature bianche probabilmente di patate. Comunque, erano abbastanza buoni, per noi anzi una manna. Molto meno buone erano le orribili polentine che si ricavavano dalle scatole di piselli in polvere: ma, accompagnate da pezzetti di pane duro, diventavano in qualche modo il nostro alimento base. Dopo tanta fame, finalmente potevamo nutrirci con una certa regolarità.

venerdì 5 ottobre 2012

22. Arrivano gli inglesi

Dalla balconata, completamente sfondata, di piazza San Nicola, il panorama era impressionante. Tutta la vallata del Sacco e le montagne vicine, ricoperte di boschi, fumigavano per la gran quantità di cannonate subite. Occorsero intere giornate perché il fumo si diradasse.
Dopo alcune ore, vedemmo giungere in avanscoperta due soldati inglesi muniti di grosse radiotrasmittenti, che cercavano i collegamenti con i reparti regolari. 
Noi bambini ci accostammo senza timore: ci sembravano molto più umani dei soldati tedeschi con i quali avevamo avuto contatto fino al giorno prima.
"Call back! Call back!" dicevano ripetutamente. "Rispondete! Rispondete!".
E poi arrivarono. Il primo impatto con la gente di Acuto fu gentile. Erano inglesi, e discretamente si accamparono all'ingresso del paese, in un palazzone che il regime aveva realizzato per sistemarvi una grande colonia permanente di orfani romani per l'ONMI, la Maternità e Infanzia. Gli alleati vi posero le loro tende, e si presero cura anche dei bambini del paese, certamente malridotti, vestiti quasi di stracci, con le capigliature ispide e piene d'insetti.

giovedì 4 ottobre 2012

21. Le distruzioni della guerra

Casa mia appariva intatta ( e infatti lo era), ma le case vicine, in particolare quella prospiciente l'ampio spazio aperto di piazza San Nicola di proprietà del ricco commerciante Giggetto Longo,
erano assai malridotte, con i fianchi sgretolati e le pietre angolari divelte.
Finestre e tetti sfondati, vetri, tegole e frammenti di legno dei portoni e delle persiane ricoprivano tutte le strade. Mi pianse il cuore soprattutto quando vidi il tetto squarciato della bella chiesa di Santa Maria, ricca di stucchi e di candelabri tutti a terra ridotti in briciole: dall'enorme buco del soffitto in fondo alla navata piovve per molti mesi, finché non fu improvvisata una riparazione sommaria che servì a scongiurare guai peggiori.
Anche il grande edificio scolastico di due piani, emergente fra i pini del giardino pubblico, era stato colpito in pieno e ridotto al punto di non poter ospitare più le classi per almeno tre anni. Quando, a settembre, si tentò di riaprire la scuola, le lezioni vennero impartite all'aperto nei giardini della Colonia della Maternità e Infanzia.

mercoledì 3 ottobre 2012

20. La signora ebrea

La notte, per noi bambini, era trascorsa quasi nel divertimento. Ci eravamo sistemati all'interno di enormi tini: Cherubina e il marito Filippo producevano del buon vino, ma a giugno tutti i contenitori della cantina erano perfettamente asciutti, e il legno manteneva caldi anche se l'odore di vino era intenso.
 Però dal nostro tino, dove ci eravamo sistemati in tre o quattro, fummo fatti sloggiare per ospitare una giovane signora ebrea in gravidanza avanzata.
Non erano poche, infatti, le famiglie ebree che si erano rifugiate nel mio paese. Una di esse era ospitata nella bella casa del farmacista,sor Lello, al quale poi non fu fatto alcuno sconto quando si fece un po' di epurazione per qualche piccolo "ras" locale del fascismo, e fu spedito per qualche mese nel campo di concentramento di Padula, nei pressi di Salerno. Nessuno si ricordò che sor Lello aveva sfidato i tedeschi e rischiato la pelle per quei suoi amici ebrei.
uando, al mattino, facendoci coraggio uno con l'altro, risalimmo gli scalini del vicolo e sbucammo sulla via principale, il paese ci sembrò semidistrutto dalle cannonate.

martedì 2 ottobre 2012

19. La notte della ritirata tedesca

Nella notte, sentimmo i passi pesanti dei soldati tedeschi che si ritiravano marciando in perfetto ordine militare. Quando passarono davanti alla porta della nostra cantina, furono attimi di terrore. Poi i passi cadenzati via via si andarono attenuando, lasciando posto a un silenzio sospeso fra la speranza, il dubbio e la crescente fiducia. 
Era ormai l'alba quando la porta della cantina si aprì dall'esterno grattando su pietre e calcinacci,  e un amico, Gigi il gelataio, si affacciò tutto felice e proclamò: - Coraggio, gente: da questa mattina non diremo più "ja", ma diremo "jes"!
Lui poteva permettersi allegramente questa ironia, in quanto, abitando in una frazione poco fuori dal paese, era in una posizione strategica e aveva potuto rendersi conto che i tedeschi si erano allontanati per sempre.

lunedì 1 ottobre 2012

18. I tedeschi se ne vanno

La popolazione di Acuto si era rifugiata in massa nelle cantine, messe a disposizione dai proprietari per l'intero vicinato. La nostra famiglia trovò sistemazione nell'enorme cantina di Cherubina, che abitava un vecchio palazzone del Seicento nel vicolo adiacente alla nostra casa; si chiamava Vicolo Gaudente, ma né allora né per molti anni ancora ebbe motivo di dar credito al suo nome.
Polveroni di calcinacci, grossi blocchi di pietra delle case e delle strade d'intorno piombarono sul vicolo. Urla di paura si levarono dalla cantina, e molte donne invocarono il nome di San Maurizio, il patrono del paese, che guarda caso era un uomo di guerra, capo di una legione romana nel 303, decimata nella persecuzione di Diocleziano perchè interamente cristiana. Il patrono si comportò bene, perché nell'intero paese non ci fu nessun morto, tranne un contadino colto allo scoperto all'alba del 4 giugno da una delle ultimissime granate.