Nell'inquieto clima di attesa della liberazione, i bambini delle famiglie ebraiche si erano inseriti tranquillamente con noi: giocavamo insieme, andavamo insieme ai giardini pubblici, e anzi neanche sapevamo che fossero ebrei. Li confondevamo benissimo con gli altri bambini delle famiglie sfollate, comne era giusto che fosse.
Solo una volta ci accorgemmo che avevano qualcosa di diverso da noi, e non fu per la circoncisione, come vi verrà subito di pensare.
No: fu per la fame: quella sì che poteva darci un motivo per riflettere.
Stavamo appunto giocando sotto i pini del giardino pubblico di Acuto nella primavera del 1944. Le scuole erano chiuse, noi bambini non si faceva altro che giocare: che bella, quella vacanza prolungata.
Eravamo in circolo, seduti sull'erba che cresceva folta intorno alle piante di melograno selvatico. Tutti bambini e bambine dai cinque ai dodici anni. Qualcuno si era portato la merenda: due fette di pane con qualche magro companatico dentro.
A un tratto sentimmo un pianto dirotto. Una bambinetta di due o tre anni aveva scoperto una di quelle merende, e l'aveva addentata con evidente soddisfazione, frutto di un appetito a lungo represso.Ma la sua gioia durò poco: le arrivò un manrovescio improvviso da parte della sorella dodicenne, acompagnato da un grido di orrore.
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