Il mio terrore era quello di non farmi notare da mio padre, cosa impossibile, perché all'ora di cena ci saremmo trovati di fronte, attorno alla lunga tavola della cucina. Mio padre sedeva a capotavola, io quasi di fronte a lui, all'altro capo. Cercavo di coprirmi col ciuffo dei capelli, e devo esserci riuscito, perchè mio padre, che di solito si arrabbiava a morte per i nostri infortuni, non disse nulla, e per quella volta mi risparmiai l'inevitabile supplemento di rimproveri talora accompagnati anche da un memorabile scapaccione.
Da piccolo, credo di essere stato, a casa, un tipo piuttosto lagnoso; contavo forse sul fatto che qualche lamento mi avrebbe aiutato ad ottenere quello che cercavo. Una volta pretesi di indossare, al negozio, un paio di scarpe nuove di coppale, e non ci fu verso di togliermele: le volli mettere anche a letto, contando sul fatto che avevano le suole lucide e pulite. La mattina dopo non me le ritrovai ai piedi, ma la grande passione doveva essere già finita perché mi pare che non facessi più storie di nessun tipo.
Un'altra volta, invece, non ricordo proprio per quale insistente richiesta, mi sedetti su uno scalino dietro la porta della cucina, e cominciai una lamentazione talmente insopportabile che mio padre prese una frasca dal camino e mi corse dietro, su su fino alla soffitta dove conservavamo il carbone per i fornelli. Però il tetto a grondaia era così basso che non poté venirmi dietro fino in fondo, e fece finta di non potermi raggiungere con quella frasca di cui conservo viva la memoria.
Fu quella la volta in cui mio padre si arrabbiò di più, per cui io cercai di farmi perdonare e di essergli sempre amico e confidente.
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