mercoledì 24 ottobre 2012

40. Ogni bel gioco

Ad Acuto, durante i miei anni d'infanzia, la vita scorreva facile e generosa, anche se le risorse erano poche. D'estate, durante le vacanze, ci bastava poco per inventare giochi divertenti. 
In fondo al paese, tra il viale di San Sebastiano e la stazioncina della Stefer, c'era un prato meraviglioso, degradante di almeno venti metri sulla lunghezza totale di un centinaio. Quasi al centro c'era una grande aia, e appena le scuole si chiudevano e cominciavano le vacanze, era sempre piena di una paglia coloro d'oro e quasi morbida.
 Il grando era stato trebbiato da poco.Dal cemento dell'aia, alta fino al bordo, quella paglia ci sembrava un mare, e sentivamo fortissimo l'impulso a tuffarci. Prendevamo la rincorsa, e giù...sprofondavamo al centro di quella grande massa di fieno odoroso.
Eravamo un bel gruppetto della nostra classe, inseparabili e sempre pronti a inventarne una: io, Santino, Luigino, Carlo, che era il figlio del podestà e proprietario di quell'aia fantastica. E poi Antonio, che veniva da un paese vicino e si era subito inserito nel gruppo. E ancora altri, che non ricordo con precisione; in molti giochi erano presenti anche le compagne di scuola, se non proprio di classe: Francesca, Anna Maria, Maria Pia, Elisabetta, Elena.
Non sempre questi bei giochi si  concludevano festosamente. Nel gioco dell'aia la peggio toccò proprio a me. Nell'impeto del salto, un ginocchio mi colpì sotto l'occhio destro. Lì per lì non avvertii quasi nulla, ma ben presto mi sbucò sopra lo zigomo un bellissimo livido.

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