Gli alleati, all'ingresso in paese, avevano controllato tutte le case per assiscurarsi che non vi fossero nascosti dei tedeschi o qualche fascista non pentito. Mi ricordo che vennero anche a casa mia, portandosi dietro mio padre, e facendosi accompagnare per tutte le camere, rovistando ogni angolo. Giunti al balcone della nostra cameretta, videro una porta chiusa con un catenaccio scorrevole: era la soffitta, e mio padre non si era curato di aprirla per l'ispezione.
Con una certa durezza, allora, un soldato, certamente un italo-americano, prese a gridare in modo concitato: - Memmo! Memmo! che cosa ci combini? -
Allora mio padre, Domenico, che si era presentato col suo nomignolo, aprì la porta e fece salire la breve scaletta e il basso soffitto sotto tetto, dove erano a stento sistemati due cassoni per le nostre riserve di carbone. Rassicurato, il soldato batté la sua manona sulle spalle di mio padre: amici più di prima.
A proposito: mio padre venne nominato vice-sindaco del paese qualche giorno dopo, nella prima sistemazione democratica che fu data al paese. Ma restò in carica sì e no quattro mesi, perché morì, come ho già ricordato, l'8 dicembre di quello stesso anno. In suo ricordo, venne creato un piccolo "hot club" in quella che fu la prima sede comunale post-bellica, proprio nella stanza che aveva ospitato la Sala del Fascio.
Nessun commento:
Posta un commento