venerdì 14 dicembre 2012

92. Bidomo, città dei giochi

Anche noi ragazzi, certo, non potevamo stare chiusi in bottega per tutta la giornata semplicemente per vendere un metro di nastro. Così, quando mio padre ci disse che gli dispiaceva molto, ma non era possibile continuare, io e mia cugina Marisa piegammo la testa...e corremmo a giocare altrove, all'aria libera, dopo aver ringraziato il buon Memmuccio, padre così tenero da acconsentire ad appagare per un momento il capriccio del proprio figlio e della propria nipote.
Comunque l'idea di sfruttare quel retrobottega non decadde completamente. Con altri cugini, come Augusto, Letizia ed Anna, vi fondammo una piccola città, Bidomo, cioè "Due case", in cui ciascuno di noi aveva un nome nuovo, esercitava un proprio mestiere e serviva la piccola comunità. Una specie di città dei ragazzi, con tanto di sindaco, di farmacista, di erbivendola e di altre professioni.
Gestivamo anche una moneta nostra, fatta di bottoni di varia taglia. Ma eravamo un po' più grandi di età, mio padre non c'era più, la sua memoria era sempre viva tra noi, il negozio di corso Umberto tirava avanti alla meglio nelle mani di mia madre, alla quale non dispiaceva la compagnia di piccoli figli e nipoti che rendevamo un po' più serena la sua giornata. 
Giochi di bimbi che sognavano di diventare grandi, e spendevamo con felicità quegli ultimi scampoli di spensierata fanciullezza.

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