La soffitta di casa era un piccolo regno meraviglioso. Ci si trovava di tutto. Soprammobili in disuso. Ninnoli. Scatole colme di riviste e giornali vecchi. Qualche libro sbrindellato. Qualche gioco scartato. Una scaletta malandata. Due enormi casse piene di carbone per accendere i fornelli in cucina.
Alla soffitta si saliva dal balcone della cameretta da letto dei bambini, e quindi era doppiamente invitante perchè autonoma. Ci si saliva varcando una porta chiusa con un catenaccio sul davanti, alla nostra portata. Poi, una rampa di scale comoda e invitante.
La soffitta era sottotetto, e il tetto degradava fino a raggiungere il pavimento. Spostando leggermente qualche tegola, per poi risistemarla in fretta, si poteva perfino assistere a una visione miracolosa sui tetti del paese degradanti verso la vallata, chiusa dalla verdissima montagna di Porciano, ma spalancata sui lontani monti Lepini e sui Castelli Romani. Avendo un occhio particolarmente acuto, si potevano anche distinguere le estreme periferie di Roma e un breve scorcio di mare dove il Castelli si interrompevano.
Era proprio il regno delle meraviglie, quella soffitta. Le rondini venivano ancora a fare il loro nido sotto i tetti.
Io passavo delle ore rovistandola e curiosando. Una volta feci una scoperta insolita: un fascicolo ciclostilato, che altro non era se non un copione teatrale. Vi si parlava di una certa Ifigenia, non ricordo più se in Aulide o in Tauride.
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