Che brutto ricordo, quel Natale del 1942. Faceva un freddo intenso, e il grande camino della cucina non bastava certo a scaldare tutta la casa. Inoltre, se la fiamma era troppo alta, non era certo consigliabile avvicinarsi per scaldarsi le mani e i piedi, perché il calore era insopportabile.
Come valido supplemento avevamo il focone, cioè un braciere di zinco circondato da una pedana rotonda sulla quale appoggiare i piedi. Bisognava sempre rimuovere la brace per tenerla accesa, scansando la cenere che si veniva a creare.
Una sera particolarmente fredda, io, bambino di otto anni, stavo vicino a mia madre con i piedi sulla pedana del focone. Lei ogni tanto ravvivava la brace con una molla di ferro. A un tratto, però, la molla rovente scattò dalle mani di mia madre e s'infilò tra il polpaccio e il ginocchio della mia gamba sinistra.
Io cacciai un urlo disumano. Mia madre mi sollevò dal focone e mi guardò la gamba: una orribile scottatura la deturpava. Ancora oggi mi rimane una vistosa cicatrice e l'impronta precisa lasciata dalla molla.
Mia madre intervenne come poté. Non c'erano certo i rimedi, le pomate e i controlli in ospedale che potremmo avere oggi. C'erano rimedi empirici, che qualche donna versata sull'argomento aveva sempre pronti. Ricordo che guarii da quella orribile ferita a furia d'impacchi a base di semola, rinfrescati da foglie di cavolo. Ci vollero tutte le vacanze di Natale, e anche qualche giorno di più, per venirne a capo.
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