sabato 4 maggio 2013

158. Il cinema del professore

Uno dei fari della cultura di Acuto era il professor Martucci. Era un teosofo, e la sua figura gibbuta, alla Leopardi, era ammantata da un alone di mistero. Ma anche dai paesi vicini venivano studenti a frequentare le sue lezioni private, che spaziavano dall'italiano alla filosofia, e lasciavano in chi lo conosceva un profondo rispetto. Tutto questo, per un ampio periodo, che va dagli anni Trenta fino agli anni Cinquanta.
Appena terminata la guerra, il professor Martucci decise all'improvviso di passare dalla vita contemplativa a quella pratica, investendo tutti i suoi sudati risparmi nella costruzione di una sala cinematografica. Credeva infatti, oltre alle nove muse, anche alla decima, il cinema, che in quegli anni stava dando in Italia i capolavori immortali del neorealismo, da Sciuscià a Ladri di biciclette.
Il professore, rimasto scapolo per lunghissimi anni, acquistò così senza pensarci due volte una bella fetta di terreno tra la caserma dei carabinieri e l'edificio  scolastico, e nel giro di pochi mesi diede vita a una simpatica costruzione in forma di villa, con abitazione al primo piano e un grande salone al pianterreno, da dedicare a proiezioni di film addirittura a ritmo quotidiano, che per una popolazione di circa duemila abitanti, per lo più poverissimi, era una vera esagerazione.
Per qualche mese la cosa andò avanti. I film erano belli, la gente era curiosa, il professore era generoso e pieno di amici. Si poteva resistere al fascino di film come Roma città aperta?

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