Quando giocavamo con la palla a piazza San Nicola, c'era sempre il pericolo che, colpita troppo forte, scavalcasse il muro che recingeva la parte marginale: un muro oltre il quale, rimbalzando di tetto in tetto, di terrazzo in terrazzo, andava a finire giù in fondo, nell'ampio giardino della signora Silvia.
La signora Silvia era una donna piccola e vivace, coi capelli brizzolati e ricci, ed era la mamma di un nostro compagno di brigata, Luigino.
Mite di carattere e sempre disponibile, certamente anche per la familiarità che avevamo con lei, ci lasciava entrare con un certo limite di discrezione nel suo giardino, che per noi bambini era una specie di regno delle meraviglie, con fiori, aiuole, vialetti odorosi di mirto e di bussolo, piccole vaschette con pesci variopinti e fontanelle zampillanti. Ma forse sto un po' mitizzando.
Intanto, anche il giardino era limitato da un muretto prospiciente la vallata di Anagni: il nostro paese, Acuto, è costruito proprio sul vertice di un monte, e quindi è tutto un ripido degradare verso la valle che è posta cinquecento metri al disotto.
Delle volte la palla (o il pallone, in tempi successivi) riusciva a scavalcare anche il muro del giardino, e si perdeva irrimediabilmente nel fondo valle.
Ma il più delle volte il salvataggio della palla era assicurato dall'ampio spazio ricavato dai vialetti e dalle aiuole del giardino di Silvia. Solo che raggiungerlo era tutt'altro che facile, e richiedeva parecchio tempo: per i giocatori di calcetto, si prospettava sempre una pausa prolungata e noiosa.
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