Mio padre si divertiva a narrare quelle avventure inverosimili che a me sembravano invece tanto vere, come quelle di Giovannin senza paura, o di qualche allegro brigante riemerso in seguito anche da brandelli del Decameron e di Pietro Aretino.
Mio padre era molto legato ai suoi fratelli, Pasquale, Angelino e Pierino. E alle sorelle Antonietta, restata nella cittadina orginaria di Maddaloni, vicino Caserta, e Lucia, emigrata in America, dove era andata sposa a un altro immigrato italiano, di cognome Verna: era bella, luminosa di carnagione, ma io la ricordavo solo da quella triste fotografia che la inquadrava sul letto di morte, fra tanti malinconici fiori. Quella foto rendeva ancora più lugubre il lungo corridoio della casa dei nonni, a Piglio.
Nonno Silvestro io non lo avevo neanche conosciuto, era morto qualche anno prima della mia nascita. Restava nonna Amalia, ma ora se ne stava immobile tutto il giorno su quella poltrona, invocando il nome del suo figlio più piccolo, Pierino. "Peruzzo mio, Peruzzo mio!" era il suo incessante lamento.
Peruzzo era andato in guerra, in Libia, ma era stato fatto prigioniero dagli inglesi, nella ritirata di Tobruk nell'inverno del 1942. Zio Pierino tornò dalla prigionia due anni dopo, ma nonna Amalia non fece in tempo a rivederlo, e morì con il nome del figlio sulle labbra.
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