Scendemmo i vicoli e la strada sterrata che portava giù alla stazione delle ferrovie vicinali, certamente allora inattive in conseguenza dei bombardamenti. Ma a noi interessava la strada provinciale, quella che in dieci chilometri ci avrebbe riportati al "nostro" paese, Acuto, e alla "nostra" famiglia.
Cincischiammo per qualche mezz'ora tra sassi e cespugli, senza trovare quella benedetta via. Alla fine, sfiduciati e impauriti, quasi sicuri di perderci, decidemmo di ritornare su, dai nostri zii, che avrebbero voluto adottarci, ma evidentemente leggevano sui nostri volti un profondo dolore e una enorme desolazione. Di lì a pochi giorni ci ritrovammo, assai felici, nella nostra povera ma amatissima famiglia, e nel nostro povero paese, e non li avremmo scambiati per nessun'altra famiglia e per nessun altro paese.
Bisognava stringere i denti. Mio fratello più grande, Vito, appena laureato, aveva trovato un primo lavoro a Roma, e dopo la morte di mio padre aveva preso le redini della famiglia pur avendo soltanto ventitre anni.
Arrivava finalmente un po' di denaro sicuro per tirare avanti con dignità, e ormai il nostro futuro non poteva più essere il paese, bensì la Capitale, nella quale c'era possibilità di lavoro anche per gli altri figli. Ma per il momento, per noi più giovani, il nostro piccolo mondo di Acuto rimaneva ancora il centro dei nostri affetti e dei nostri interessi.
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