Il campo era abbastanza pianeggiante e regolare, ricavato alla meglio fra grosse piante di pino e alberi di acaia, che in estate emanavano un profumo intenso, quasi da lasciarti stordito. Poi quel terreno fu riservato al mercato del martedì, e vi sorsero alcune case popolari, sicché ne venne fuori una piazza.
Il campo sportivo venne spostato fuori del paese, nella frazione di Casanova, ma era piuttosto sassoso e in parte anche in pendio, sicché la squadra che giocava nella parte in discesa doveva compiere uno sforzo enorme per giungere sotto l'altra porta e potervi fare un gol. Però, poiché i tempi delle partite di calcio sono due, nella ripresa i ruoli s'invertivano, e di solito chi vinceva doveva dimostrare di essere davvero il più forte.
Su questo campo, per un certo periodo, giocavamo dalla mattina alla sera, per ore e ore, senza fermarci mai, incuranti dei tanti piccoli incidenti di gioco, con i primi pesantissimi palloni di cuoio e con scarpe da gioco rudimentali, che ci riducevano i piedi in condizioni pietose.
Poi, piano piano,la passione venne sbollendo, anche perché era ormai sopraggiunta la stagione delle prime cottarelle amorose.
Quella del pallone, comunque, era stata per me una vera e propria scoperta: dai quattordici anni in su, si accomunò al tifo per la Lazio, e gradualmente all'aspirazione a diventare un giornalista sportivo. Fu la cosa che provai non appena misi piede a Roma, a diciotto anni.
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