venerdì 2 novembre 2012

49. Placido

Mafalda fuggì terrorizzata, mia madre prese ad urlare piena di disperazione, io a mia volta piangevo a dirotto. Mi portarono all'ospedale di Anagni, e un chirurgo ricucì con molta pazienza i margini della ferita al dito amputato, mentre io, per il dolore, prendevo a calci il piccolo tavolo rotondo sul quale veniva effettuato l'intervento. Stranamente, ricordo che per calmarmi mi diedero una caramella rotonda avvolta in una carta rossa trasparente. Dettaglio incancellabile nella mia memoria. Incancellabile come il rimorso di aver chiuso nervosamente la porta in faccia a Mafalda, la quale mi perdonò, e anzi, ogni volta che m'incontrava, sembrava volersi scusare per avermi involontariamente procurato quella piccola ma significativa menomazione.
Da bambino, come si può constatare, non devo essere stato una bambino tanto tranquillo, malgrado le apparenze. Sì, ero calmo, quasi sempre, almeno: tanto è vero che il mio fratello appena un po' più grande di me, con i suoi tre anni di vantaggio, mi aveva dato l'appellativo di "placido", Luigi placido. In realtà in paese esisteva un altro Luigi Placido, coetaneo di mo fratello, e così il nomignolo mi era stato girato, e sembrava calzarmi a pennello. In realtà, anch'io avevo le mie impuntature e facevo i miei capricci, qualcuno davvero tremendo.

Nessun commento:

Posta un commento