giovedì 15 novembre 2012

62. Le more di Tore

Una figura caratteristica del mio paese, Acuto, era un altro Tore, oltre a quello che si portò il Bambinello a casa dal presepe della parrocchia per ristorarlo con le sue lasagne.
Quest'altro Tore si guadagnava da vivere andando per prati e boschi, raccogliendo fragole e more, castagne e asparagi, che vendeva lungo le trade del paese con un suo cesto sempre pieno di frutti stagionali, includenti anche le fusaglie, le caldarroste e le verdure del suo orticello fuori paese, tra le rocce della Portèlla, una piccola porta nell'antica cinta delle mura.
Tore Ccione era, a modo suo, un personaggio. Di età indefinibile, dai venti anni ai cinquanta, con un berretto consunto sui capelli rossicci, era amico di tutte le donne che lo chiamavano dalle finestre per comprare a pochi centesimi le sue leccornie. Scapolo per necessità, però non rifuggiva dalle conversazioni anche un po' maliziose delle ragazze, che gli dicevano - Tore, tu che lavori tanto, perché non ti fai una donna? -
Tore si schermiva: - Io sono serio, io le cose brutte non le faccio! - E andava avanti tranquillo con la sua spicciola filosofia: - Si rifà notte e si rifà giorno: il mondo è sempre uguale. Io tiro avanti bene così -
Aveva qualche parente lontano, qualche vecchia zia che pensava forse ai suoi bisogni più impellenti: una camicia nuova, un paio di pantaloni usati. Non aveva grandi esigenze, Tore: anzi, piccole piccole, e non si può dire se fosse felice o infelice.

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