Il giorno di san Luigi, 21 giugno, tutti i bambini di Acuto, con un odoroso giglio bianco nella mano destra e una fascia trasversale sul petto, rossa i maschietti, bianca le femmine, sfilavano in processione per la via principale del paese cantando questo inno: " Luigi santo, noi t'invochiamo, ti veneriamo sui nostri altar..."
Ma quando la processione, quasi sul finire, passava davanti al negozio di Enrichetto il barbiere, scoppiava un piccolo dramma. Un bambino, che non partecipava alla processione, nel sentire le parole dell'inno si gettava per terra e cominciava a urlare e a strepitare.
Non si trattava assolutamente di epilessia o male caduco, ma di un fatto molto più semplice. Il bambino, nipote di Enrichetto, si chiamava Luigi; probabilmente le parole di quell'inno, "Luigi santo", gli venivano ripetute a casa come uno sfottò per i suoi capricci, e lui se la prendeva a male e si arrabbiava. Figuratevi quando vide e sentì quel coro di bambini in processione: nella sua mente era più che convinto che tutto il paese lo stesse prendendo in giro.
Il fatto si ripeteva ogni anno, finché il bambino non divenne adulto e finalmente si convinse che nessuno ce l'aveva con lui. Il bravo Luigi, Placido per soprannome di famiglia, era in effetti un buon bambinone, alto e robusto, e nessuno si sarebbe sognato di prenderlo in giro in quella maniera irriverente.
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