Ma torniamo ai nostri amati gelsi. Sono ancora lì, a memoria imperitura. Da bambini andavamo in gruppi a farci una mangiata di gensole, come le chiamavamo in paese. Prima di arrivarci, dovevamo passare sotto l'impianto di produzione di un calcificio, che aveva eroso buona parte della montagna, mentre dall'altissima ciminiera ha polvere imbiancava la montagna tutta intorno, ricoprendo di polvere le rocce e rendendo poco respirabile, in quel tratto, la famosa "aria pura" di Acuto. Negli anni '60, dopo dure lotte, poiché una cinquantina di operai davano da vivere ad altrettante famiglie, l'impianto del calcificio fu chiuso.
La statale 155 per Fiuggi, che noi chiamavamo "la via romana", era completamente sterrata e polverosa: l'asfalto arrivò negli anni '60. Per fortuna, a Colle Borano, c'era l'acqua purissima e gelida del fontanile, per rinfrescarci, e poi le famose gelse.
Molte, appena mature, cadevano a terra: se c'era il prato, erano ancora commestibili, ma, se cadevano sull'orlo della strada, erano immangiabili per via della polvere e delle formiche. Ricordo sempre una mia cugina, Maria Luigia, fuggire urlando verso il fontanile per aver mangiato una gelsa senza accorgersi che era piena di formiche. Ma poi tornò, per rifarsi la bocca con quei dolcissimi frutti, arrampicandosi agilmente sul tronco e sui primi robusti rami della pianta.
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