mercoledì 2 gennaio 2013

105. Il portone di Zenaide

Di fronte al portoncino di casa mia, in via Vittorio Emanuele, si spalancava l'enorme portone di Zenaide. Un portone spettacolare, nel cui interno c'era prima di tutto una piazzola al coperto, dove si poteva giocare tranquillamente in caso di pioggia, di gran freddo o anche di gran caldo.
Infatti, all'interno del portone, c'era fresco anche d'estate. Poi, un'ampia rampa di scale portava al primo piano. Sulla destra, quasi in pieno buio, c'era la porta di un primo appartamento, le cui finestre erano dirimpetto alle finestre delle nostre due camere da letto, al di là della stretta via di tre metri, nella quale poteva passare a stento un'automobile.
A sinistra delle scale di Zenaide si apriva un altro portoncino che sfociava  su un cortiletto esterno con altre abitazioni. All'interno, invece, c'era un enorme ballatoio, piuttosto malmesso, che dava su un'altra ala di appartamenti, o meglio di modeste abitazioni , in quello che era un vero dedalo.
Per arrivare alla casa vera e propria di Zenaide c'era infine un'ultima rampa di scale, che portava a tre o quattro stanze assolate, con ampie finestre, e un terrazzo panoramico sulla vallata.
Un'ex casa nobiliare, frammentata e suddivisa da successive spartizioni. Atrio e scale erano il regno dei nostri giochi al chiuso, come il nascondino, dato che era possibile trovare più uscite, di cui una sul vicolo del Fiore. Si favoleggiava che questi ambienti erano anche infestati da apparizioni, come la chioccia dai pulcini d'oro, che magari sarà stata una normalissima schioccia smarritasi tanti anni fa per quelle scale e quegli androni bui.

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