Questo tipo di teatro era spesso di carattere religioso, e animato da personaggi prevalentemente femminili. Qui dominavano mia sorella Amalia, mia cugina Giuseppina e un'amica di famiglia, Teresa; recitavano anche dei bambini, e uno di essi era il mio fratello più piccolo, Luciano, che la prima volta rappresentò il bambinello nel Presepe.
Anche in questi casi, c'era sempre un grande pubblico in attesa, quasi tutto destinato a rimanere fuori perchè il salone, oltre al palcoscenico, poteva ospitare soltanto duecento persone. Ingresso gratuito, sia alla Colonia che al Collegio.
Io ero sempre in prima fila per poter entrare. Ma una volta, su alla piazza della Corte, la folla era troppa, e non mi riuscì di entrare. Dovettero accorrere i carabinieri per controllare la stituazione.
Alcuni bambini, per protesta, saliti su un terrazzino alla sommità di una scala, cominciarono a lanciare delle pannocchie di granturco vuote, che servivano per accendere il fuoco. Io ero tra loro.
Uno di quei torsoli colpì, per caso o no, uno dei carabinieri, che salì le scale di corsa e mi trovò con il corpo del reato fra le mani. Mi sembrava di aver commesso un grosso delitto e avrei voluto scomparire. Ma il carabiniere mi riconobbe: ero il figlio di Memmuccio, il vicesindaco, e così, invece di essere punito come meritavo, fui premiato con l'ingreso alla tanto sospirata recita teatrale.
Mentre entravo, però, accompagnato dal carabiniere, tra la folla assiepata, mi sembrava di non meritare tanto onore e mi vergognavo come un ladro. Avevo dieci anni. Però la passione per il teatro, sia pure di non eccelsa qualità, era più forte di ogni sentimento.
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