martedì 8 gennaio 2013

109. I gelsi del fontanile

Tra le risorse naturali di Acuto, per noi bambini del tempo di guerra, oltre alle more delle siepi di rovo, nei mesi estivi c'erano senza dubbio i gelsi del fontanile.
Ai piedi del Colle Borano, dove allora c'era perfino una stazione facoltativa del trenino Roma-Fiuggi ad appena cinque minuti da quella di Acuto, c'era un viale lungo un centinaio di metri, fiancheggiato da ambo i lati da belle piante di gelso. Da giugno in poi, era possibile cogliere i frutti senza alcuna fatica: bastava arrampicarsi lungo il fusto, non più alto di due metri, mettersi seduti su uno dei rami più robusti, e coglierne le dolcissime more.
Ce n'erano di due tipi: nere e bianche. Quelle nere erano saporite e zuccherine, quelle bianche un po' meno, ma comunque gradevoli. Bisognava però attendere che fossero veramente mature, perchè quando erano ancora rosse erano dure e immangiabili proprio come le more di rovo.
Quelle piante, risalenti agli anni '30, erano solo il ricordo di un tentativo non riuscito della coltivazione del baco da seta, di cui ho presente l'esperimento in alcuni ambienti del grande edificio scolastico delle elementari. Ricordo i bachi, il loro lavorio, i bozzoli che si stavano aprendo, ma non ricordo di aver mai vista la produzione vera e propria della seta. All'inzio degli anni 40 l'esperimento era già bello e fallito, a quattro/cinque anni dalle sanzioni economiche all'Italia di Mussolini e alla tanto proclamata autarchia, che diede solo due frutti degni di memoria: la cicoria o l'orzo come surrogato del caffè (ottimo l'orzo per il caffelatte), e la produzione del raion, la prima fibra sintetica. La lana ricavata dal latte fu un tentativo riuscito, ma non dal punto di vista economico. Per non parlare della suola delle scarpe ricavata dal cartone.

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