Andrea, di poco più grande del fratello Agostino, era stato più fortunato, aveva combattuto sul fronte albanese ed era riuscito a tornare a casa imbarcandosi e facendo il partigiano.
Era dirimpettaio di mia zia Maria e dei suoi figli, che avevano ottenuto la cittadinanza americana perché il padre, Enrico, era morto sul lavoro negli Stati Uniti. Tra le due famiglie, quella di Andrea e quella di mio cugino Fausto, c'era un rapporto stretto, fatto di amicizia ma anche di un certo antagonismo politico.
Anch'io, per tanti motivi familiari, con mio nonno materno che era a lungo visssuto in America per sistemare le sue cinque figlie femmine, ero schierato nettamente dalla parte degli americani, e già si vedeva che America e Russia erano destinate a diventare grandi rivali: anzi, finita la guerra, grandi nemiche.
Andrea difendeva il fratello Agostino e il trattamento che i sovietici gli avevano riservato, affermando che era stato corretto e amichevole. Noi eravamno scettici, e mettevamo in discussione le sue affermazioni. Ma io ero un bambino, e ragionavo più col sentimento che con la concretezza dei fatti. Quando mio fratello maggiore, Vito, prese a fare politica e divenne un esponente del partito socialista, opponendosi allo schieramento conservatore di Acuto, si ritrovò Andrea al fianco come collaboratore fedele, e un giorno mi disse.-Vedi che, dopo tante e aspre discussioni, non eravamo poi tanto lontani? -
Ma il fratello Agostino, il reduce dalla Russia, rimase per sempre chiuso nel suo ostinato silenzio.
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