venerdì 22 febbraio 2013

131. Il reduce dalla Russia

Per noi bambini era una specie di favola: un soldato italiano dell'Armir, l'armata italiana in Russia, era un nostro vicino di casa, Agostino, e come quasi tutti quei poveri soldati era dato per disperso. Nessuno pensava più di rivederlo.
Se ne dicevano di tutti i colori, di quelle migliaia e migliaia di soldati. Morti per la maggior parte. Quasi nessuno tornato. Forse alcune centinaia di sopravvissuti decidevano poi di restare in Russia, di rifarsi una famiglia lì, di troncare netto con l'Italia.
Invece un giorno, dopo tantissimo tempo, Agostino tornò. Si era sposato giovanissimo, ed aveva già due bambini, Rina e Riccardo. Li riabbracciò, abbracciò la moglie e la madre, che tutti i giorni lo piangevano e non speravano più di rivederlo.
Noi vicini di casa volevamo parlare con lui, sapere tante cose della guerra, della prigionia, dei sovietici, se erano veramente così crudeli e spietati come si diceva.
Agostino era tornato magro ed emaciato, ma non più di noi che avevamo sofferto di tante privazioni durante la guerra. Ma di lui ci stupiva il silenzio, l'ostinazione a non rispondere a nessuno, a non confidarsi con nessuno. Si vedeva che in quel campo, quello del silenzio, era un maestro e si era esercitato per lunghi anni, dal 1941 al 1946.
Al suo posto parlava il fratello Andrea, comunista convinto.

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