domenica 10 febbraio 2013

125. Schimmizzeringhe

Nella nostra sala da pranzo, ad Acuto, c'era qualche velleità di abitazione un po' snob: intanto il soffitto a cassettone, con abbozzi di dipinti ornamentali.
Mio padre, che negli anni Venti aveva provveduto a ristrutturare la casa in cui era entrato come fresco sposo, aveva particolarmente curato quell'ambiente. Pareti ad olio con una simpatica tinta verde prato; una bella finestra molto ariosa che immetteva sul balcone; una cristalliera per le stoviglie, sempre odorosa di erbe mediche; un ampio divano dirimpetto; e soprattutto quella tavola enorme, capace di contenere non solo gli sposi e gli otto figli, ma anche parenti ed amici fino a un totale di venti.
Sulla parete del divano spiccava un quadro che conteneva il proclama della Vittoria di Armando Diaz del 1918, e due o tre medaglie e croci di guerra in bronzo, di cui andava orgoglioso mio padre, che aveva partecipato alla Prima Guerra Mondiale nel 1915, a soli diciotto anni.
Però, la cosa che più mi attirava era una serie di quattro grandi quadri che riproducevano la leggenda di Sigfrido, di Crimilde e del loro piccolo figlio Schmitzring, rapito ai genitori,  disperso nella foresta e allevato dai lupi.
Quei quadri, semplici riproduzioni ma di dimensioni notevoli e dai colori piuttosto cupi, avevano il potere di affascinarmi, e soprattutto mi affascinava il nome di quel bambino biondo: Schimmizzeringhe, come si diceva alla buona, non riuscendo a riprodurre altrimenti la difficile pronuncia.

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