C'è una parte tutta nuova, nel cimitero di Acuto, con strutture molto più alte e robuste. Un collega romano militante allora nelle file del PCI mi ha rivelato che questa struttura a semicerchio si è ispirata alla falce e martello, quando era sindaco un ingegnere di sinistra, Pio Pilozzi (mio cugino, tra l'altro), e che dall'alto è possibile averne l'immediata percezione.
La cosa mi sembra un po' strana, ma non impossibile: quella falce e quel martello, simbolo del lavoro, possono benissimo essere la testimonianza di tantissime vite dedite a una missione che ci accomuna tutti su questa terra, e ci nobilita.
Sarà la sua posizione dominante sulla linea sconfinata dell'orizzonte, sarà la visione sorridente e quasi festosa del paese sottostante, sarà anche il ricordo che nei prati rivolti verso Roma qui l'estate venivano a fare i bagni di sole molti ragazzi e ragazze, trascorrendo ore spensierate, sta di fatto che questo cimitero di Acuto non mi dà per nulla l'idea della morte, e non mi ha mai indotto al pianto anche se vi hanno trovato riposo mio padre e mia madre, tre fratelli, ed altri parenti tutti a me cari.
Il suono della campanella sulla vetta del camposanto è un suono chiaro, sereno, quasi allegro se non fosse per il rispetto dovuto al luogo. Qui la mia memoria non trova assolutamente tristezza, ma un senso di pace e di concordia tra passato, presente e avvenire.
A questo cimitero è legata anche l'antica leggenda di un uomo impazzito per amore, Dario, che per decenni aspetta l'arrivo della sua amata su una tomba vuota, fermandosi a colloquio con lei. Anni fa ne fu composto, dal poeta e musicista romano Mario Gangi, un bel disco (in vinile) formato da canti e recitativi molto struggenti. Questo disco veniva dato in omaggio ai clienti di un negozio di abbigliamento nella galleria Luciani al Tritone.
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